Le nuove rivelazioni riaprono il caso dell’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini. Un ex uomo dell’intelligence compare nella catena che precede il servizio di Report, mentre una fonte sostiene che Giuseppe Conte conoscesse il filmato già quando era a Palazzo Chigi. Non sono sentenze, ma gli interrogativi politici sono ormai troppo pesanti per essere liquidati con battute, amnesie e guerre tra fazioni.
C’è qualcosa di profondamente malsano nella vicenda dell’Autogrill di Fiano Romano. Non perché sia stata dimostrata una gigantesca cospirazione — questo, allo stato degli atti pubblicamente disponibili, non è stato dimostrato — ma perché, a quasi sei anni dai fatti, continuano ad apparire elementi che rendono sempre meno soddisfacente la favola di una storia semplice e lineare.
Al centro ci sono due ex presidenti del Consiglio: Matteo Renzi e Giuseppe Conte.
Il primo incontrò un alto dirigente dell’intelligence in un Autogrill mentre stava combattendo una battaglia politica destinata poche settimane dopo a far cadere il governo.
Il secondo era proprio il presidente del Consiglio che quella battaglia rischiava di travolgere e, nello stesso periodo, aveva direttamente nelle proprie mani la responsabilità politica sul comparto intelligence.
In mezzo c’è Marco Mancini, allora dirigente del DIS.
E attorno a loro compare oggi una trama di telefonate, fonti, giornalisti, ex uomini dei servizi e versioni che meritano una spiegazione pubblica molto più convincente di quelle ascoltate finora.
Il fatto da cui tutto parte
Il 23 dicembre 2020 Matteo Renzi incontrò Marco Mancini nell’area di servizio di Fiano Romano.
L’incontro non è un’ipotesi: è documentato.
Renzi spiegò successivamente che avrebbe dovuto incontrare Mancini altrove, ma che, essendo già in viaggio verso Firenze, il funzionario lo raggiunse all’Autogrill. Renzi ha inoltre sempre negato di avere interferito nelle nomine dell’intelligence e ha contestato duramente la rappresentazione data alla vicenda.
Il problema politico, tuttavia, resta evidente.
In quelle settimane Renzi non era un parlamentare qualsiasi. Era il leader della forza politica che teneva in vita il governo Conte II e che stava preparando lo scontro finale con Palazzo Chigi.
Mancini non era un funzionario qualsiasi. Era un dirigente del DIS.
E Giuseppe Conte non era un osservatore neutrale: era presidente del Consiglio e deteneva direttamente la delega sui servizi.
Un incontro perfettamente lecito può comunque essere politicamente rilevante. Ed è precisamente per questo che, invece delle battute sui biscotti e delle reciproche accuse, sarebbe stato opportuno chiarirne fino in fondo contenuto e contesto.
Poi arriva Report
Il 3 maggio 2021, quando Conte aveva ormai lasciato Palazzo Chigi e Mario Draghi era presidente del Consiglio, Report trasmise le immagini.
La versione resa pubblica era nota: una professoressa presente casualmente nell’area di servizio aveva ripreso Renzi e Mancini senza inizialmente sapere chi fosse l’uomo che parlava con il leader di Italia Viva.
Nel servizio un ex appartenente ai servizi, oscurato in volto e con la voce alterata, identificò Mancini.
Ed è qui che le nuove ricostruzioni diventano esplosive.
Secondo quanto pubblicato nel settembre 2026 da Il Giornale e ripreso dall’ANSA, il 27 aprile 2021 Carlo Parolisi, ex uomo dell’intelligence, avrebbe telefonato a Sigfrido Ranucci.
Circa quaranta minuti dopo il giornalista di Report Giorgio Mottola avrebbe contattato Parolisi.
Nella stessa giornata Mottola avrebbe raggiunto Viterbo, nella zona dove viveva l’insegnante autrice delle immagini, per poi avere ulteriori contatti con Parolisi.
Non è una prova di un complotto.
Ma è un elemento che modifica sensibilmente il quadro pubblico della vicenda e pone una domanda elementare: quale fu esattamente il ruolo degli uomini provenienti dall’intelligence nella ricostruzione giornalistica del caso?
Attenzione: la magistratura non ha certificato il “complotto”
Qui bisogna essere estremamente precisi.
La Procura acquisì anche i tabulati nell’ambito dell’indagine nata dalla denuncia di Mancini. Nel novembre 2025 il Gip di Roma ha archiviato definitivamente la parte relativa alla presunta violazione del segreto di Stato.
La motivazione riportata dalla stampa è importante: l’identità di Mancini non poteva essere considerata segreta in quel senso, perché il funzionario era già comparso pubblicamente in fotografie relative al ritorno in Italia di Giuliana Sgrena.
Dunque sarebbe scorretto trasformare le nuove ricostruzioni giornalistiche in una sentenza che non esiste.
Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare quell’archiviazione per sostenere che ogni interrogativo politico sulla provenienza delle informazioni sia automaticamente evaporato.
Sono due questioni differenti.
E poi c’è Giuseppe Conte
È questo il punto politicamente più delicato.
Il Giornale, il 6 settembre 2026, ha pubblicato una nuova ricostruzione basata sulla testimonianza di una fonte proveniente dal mondo dell’intelligence.
Secondo questa fonte, Giuseppe Conte avrebbe saputo dell’esistenza del filmato e lo avrebbe visionato quando era ancora presidente del Consiglio.
È necessario ripeterlo: questa è oggi un’affermazione attribuita a una fonte giornalistica, non un fatto accertato da una sentenza.
Ma non nasce nel vuoto.
Già nel dicembre 2022 Conte era stato interrogato sulla possibilità che il filmato fosse arrivato a Palazzo Chigi prima della trasmissione di Report.
La sua risposta conteneva una singolare incongruenza temporale.
Conte negò che i servizi gli avessero mostrato il video, aggiungendo però di ricordare che quando il caso esplose tramite Report lui “stava andando via”.
Il problema è semplicissimo: Report trasmise il servizio il 3 maggio 2021. Conte aveva lasciato Palazzo Chigi a febbraio.
Conte spiegò successivamente di avere confuso le date.
Può accadere.
Ma dopo le nuove dichiarazioni attribuite a una fonte dell’intelligence quella vecchia confusione assume inevitabilmente un peso politico diverso.
Conte deve rispondere a una domanda semplicissima
Nel maggio 2021 Conte chiedeva pubblicamente proprio a Renzi di chiarire.
Diceva che chi rappresenta le istituzioni deve rispondere del proprio operato “in modo trasparente” e sottolineava di avere incontrato Mancini esclusivamente in occasioni ufficiali e sedi istituzionali.
Perfetto.
Applichiamo oggi lo stesso metro a Giuseppe Conte.
Aveva visto o no quelle immagini mentre era ancora presidente del Consiglio?
Non servono comizi.
Non serve accusare i giornali.
Non serve rifugiarsi dietro la lotta politica tra destra e sinistra.
Serve un sì o un no accompagnato, se necessario, da documenti, date e circostanze.
Perché se la nuova testimonianza fosse confermata, il problema sarebbe enorme.
Bisognerebbe capire chi portò il materiale all’attenzione del presidente del Consiglio, quando, attraverso quale canale, per quale ragione e che cosa accadde successivamente all’interno del comparto intelligence.
E la carriera di Mancini?
C’è poi un’altra coincidenza temporale che pretende chiarezza.
Mancini puntava a un avanzamento ai vertici dell’intelligence. Dopo l’esplosione pubblica del caso, quella prospettiva tramontò e il dirigente venne successivamente prepensionato.
Questo non dimostra che il servizio televisivo sia stato organizzato per eliminarlo professionalmente.
Ma rende ancora più necessario ricostruire l’intera sequenza.
Perché quando materiale riguardante un alto funzionario dell’intelligence entra nel circuito politico-mediatico e produce conseguenze sulla sua carriera, la trasparenza non è curiosità giornalistica.
È interesse pubblico.
Renzi non può trasformarsi improvvisamente nello spettatore innocente
Le nuove domande su Conte e sulla provenienza delle informazioni, tuttavia, non cancellano quelle rivolte a Matteo Renzi.
Questo è il rischio della solita politica italiana: trasformare ogni vicenda in una partita di calcio nella quale, se emerge una contraddizione dell’avversario, automaticamente scompare la propria.
No.
Renzi incontrò Mancini.
Accadde il 23 dicembre 2020, nel pieno della crisi politica.
Poche settimane dopo Italia Viva ritirò le proprie ministre e il Conte II cadde.
Renzi ha fornito la propria versione e ha sempre negato manovre sulle nomine dei servizi. Ma proprio perché oggi chiede chiarezza su Conte, dovrebbe essere il primo a pretendere la pubblicazione e la ricostruzione più completa possibile di tutto ciò che può essere legittimamente reso pubblico sull’incontro.
Di che cosa parlarono esattamente?
Perché era necessario incontrarsi?
Mancini informò i propri superiori?
Esistono relazioni di servizio o comunicazioni che possano definitivamente chiudere ogni speculazione?
La risposta non può essere: “fidatevi di me”.
Vale per Conte e vale per Renzi.
Due ex premier, troppe zone grigie
Ed è questo l’aspetto più desolante dell’intera vicenda.
Da una parte Renzi, che incontra un alto funzionario dell’intelligence mentre sta conducendo l’offensiva decisiva contro il presidente del Consiglio.
Dall’altra Conte, che allora aveva la responsabilità politica sul comparto dei servizi e sul quale torna oggi l’accusa — ancora da dimostrare — di avere conosciuto il filmato prima che diventasse pubblico.
Nel mezzo uomini dell’intelligence, ex uomini dell’intelligence, giornalisti, telefonate, nomine, carriere interrotte e una guerra politica feroce.
E noi dovremmo considerare tutto questo normale?
Il vero scandalo è che dopo quasi sei anni dobbiamo ancora fare le stesse domande
La questione non dovrebbe essere stabilire se “vince” Renzi o “vince” Conte.
Se Renzi avesse ragione su Conte, non diventerebbe automaticamente innocuo tutto ciò che riguarda il suo incontro con Mancini.
Se Conte avesse ragione nel negare di aver visto anticipatamente il filmato, rimarrebbero comunque da spiegare le nuove informazioni sui passaggi che precedettero la messa in onda di Report.
La democrazia non funziona scegliendo quale potente credere sulla parola.
Funziona pretendendo documenti, cronologie e responsabilità.
E soprattutto applicando agli uomini che hanno governato l’Italia la stessa regola che loro stessi invocano continuamente per gli avversari: trasparenza.
Conte nel 2021 pretendeva spiegazioni da Renzi.
Oggi deve essere disposto a fornirle lui.
Renzi oggi pretende spiegazioni sulla genesi del caso.
Benissimo: chiarisca fino all’ultimo dettaglio anche il proprio incontro.
Perché l’intelligence della Repubblica non può diventare — neppure nell’apparenza — il terreno sul quale si combattono guerre tra leader politici, fazioni istituzionali e apparati dello Stato.
Se le nuove rivelazioni saranno confermate, qualcuno dovrà spiegare molto più di quanto abbia fatto finora.
Se invece saranno smentite, dovranno essere smentite con fatti verificabili.
Dopo quasi sei anni, agli italiani non servono altre battute, altre amnesie o altri regolamenti di conti.
Serve sapere che cosa è realmente accaduto.
Fonti e approfondimenti
ANSA, 2 settembre 2026 – “Renzi in autogrill e la chiamata dell’ex 007 a Ranucci”
ANSA – ricostruzione dei contatti tra l’ex 007, Ranucci e Report
Il Giornale, 6 settembre 2026 – “La puntata di Report su Renzi in autogrill? Una soffiata degli 007. E Conte la vide prima”
Il Giornale – le nuove dichiarazioni su Conte e il filmato
Il Giornale, 31 agosto 2026 – documenti e nuovi interrogativi sul caso Autogrill
Il Giornale – Report, Autogrill e rapporti con uomini dei servizi
ANSA, 2 settembre 2026 – “Un ex 007 dietro lo scoop di Report”
ANSA – cronologia delle nuove rivelazioni
L’Identità, 6 dicembre 2022 – il giallo sulle dichiarazioni e sulle date di Conte
L’Identità – il video, Palazzo Chigi e la cronologia contestata
Repubblica, 11 maggio 2021 – Conte chiedeva chiarimenti a Renzi sull’incontro con Mancini
Repubblica – le dichiarazioni di Conte del 2021
Rai – trascrizione del servizio “Autogrill dei segreti” di Report
RAI – trascrizione originale del servizio di Report
Repubblica, 19 novembre 2025 – archiviata l’accusa di violazione del segreto di Stato
Repubblica – decisione del Gip di Roma

