Chiamarla “guerra”, “conflitto”, “escalation” o “crisi” cambia poco. Dal 1979 la Repubblica Islamica ha costruito una politica di potenza che non si ferma ai confini iraniani: Guardiani della Rivoluzione, Forza Quds, Hezbollah, milizie irachene, Houthis e organizzazioni palestinesi costituiscono una rete armata attraverso la quale Teheran ha proiettato influenza, armi e violenza ben oltre il proprio territorio. Oggi quella rete è stata duramente colpita, ma non è scomparsa. Ed è questo il problema strategico che Washington deve affrontare.
Tutto comincia nel 1979
Il dottor Eric Mandel, fondatore e direttore di MEPIN, ha recentemente sintetizzato la questione con una frase brutale: discutere se quello tra Stati Uniti e Iran sia oggi tecnicamente una “guerra” significa rischiare di perdere di vista la dimensione storica dello scontro.
La sua tesi è semplice: America e Repubblica Islamica sono sostanzialmente in guerra da 47 anni.
Si può discutere sulla correttezza giuridica della definizione. Non si può discutere sulla data che segna la frattura.
Il 4 novembre 1979, pochi mesi dopo la rivoluzione islamica, militanti iraniani occuparono l’ambasciata statunitense a Teheran e presero in ostaggio più di cinquanta americani.
Rimasero prigionieri per 444 giorni.
Non è un dettaglio propagandistico americano: è la ricostruzione storica dello stesso Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Da quel momento il rapporto tra Washington e Teheran non sarebbe più tornato alla normalità.
La grande innovazione strategica iraniana: combattere senza apparire sempre sul campo
Il vero successo strategico della Repubblica Islamica non è stato costruire un esercito convenzionale capace di competere alla pari con gli Stati Uniti.
È stato sviluppare qualcosa di diverso.
Una rete transnazionale di organizzazioni armate, milizie, strutture politiche e proxy, capaci di moltiplicare l’influenza iraniana dal Mediterraneo al Golfo.
Al centro di questo sistema si trova il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, e in particolare la Forza Quds.
Secondo i rapporti ufficiali statunitensi sul terrorismo, la Forza Quds rappresenta il principale strumento iraniano per sostenere organizzazioni armate all’estero attraverso finanziamenti, addestramento, armi, assistenza e coordinamento.
Washington considera l’Iran uno State Sponsor of Terrorism dal 1984.
I rapporti del Dipartimento di Stato hanno indicato tra i beneficiari del sostegno iraniano Hezbollah in Libano, Hamas e altre organizzazioni palestinesi, gli Houthis nello Yemen e milizie filo-iraniane operative in Iraq e Siria.
Non stiamo quindi parlando semplicemente di una serie di alleanze diplomatiche.
Parliamo di una vera architettura di proiezione della forza.
Hezbollah: il modello
Hezbollah è stato per decenni il gioiello della strategia iraniana.
Il rapporto è stato costruito attraverso denaro, addestramento, trasferimenti di armi e tecnologia militare.
Il Dipartimento di Stato americano ha documentato negli anni finanziamenti iraniani nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, insieme alla fornitura di migliaia di razzi, missili e armi.
Hezbollah ha permesso a Teheran di estendere la propria capacità di deterrenza fino al Mediterraneo senza dover schierare direttamente divisioni iraniane sul confine israeliano.
È questo il modello che successivamente è stato replicato, adattandolo alle condizioni locali.
Iraq: milizie dentro uno Stato
Dopo la caduta di Saddam Hussein, l’Iraq è diventato un altro terreno fondamentale.
Teheran ha sostenuto organizzazioni e milizie sciite come Kata’ib Hezbollah, Asa’ib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba, fornendo, secondo i rapporti americani, finanziamenti, addestramento e armamenti sempre più sofisticati, compresi sistemi senza pilota.
Il risultato strategico è evidente.
L’Iran non ha bisogno di annettere l’Iraq.
Gli basta possedere abbastanza influenza politica e militare da poter trasformare parte del territorio iracheno in profondità strategica.
E proprio gruppi sostenuti dall’Iran hanno ripetutamente attaccato negli anni installazioni che ospitavano personale statunitense.
Dopo il 7 ottobre 2023, le forze appoggiate dall’Iran hanno condotto oltre 170 attacchi contro forze americane e della coalizione in Iraq e Siria, secondo il Council on Foreign Relations.
Questi numeri aiutano a capire perché parlare semplicemente di “tensioni diplomatiche” sia riduttivo.
Yemen: un’altra leva contro il commercio mondiale
Poi ci sono gli Houthis.
Lo Yemen ha dimostrato quanto possa essere efficace una forza regionale relativamente economica quando viene inserita in una strategia più ampia.
Droni, missili e capacità antinave hanno trasformato il Mar Rosso in un fronte capace di condizionare una delle principali arterie commerciali del pianeta.
Il valore della strategia iraniana è precisamente questo: trasformare conflitti locali in leve geopolitiche globali.
Un missile lanciato dallo Yemen non riguarda soltanto lo Yemen.
Può modificare rotte commerciali, assicurazioni marittime, costi logistici, dispiegamenti navali occidentali e prezzi energetici.
Una rete, non semplici gruppi isolati
Per anni una parte dell’analisi occidentale ha commesso l’errore di osservare Hezbollah, Houthis, milizie irachene e organizzazioni palestinesi come dossier sostanzialmente separati.
Non lo sono completamente.
Il Council on Foreign Relations descrive l’“Axis of Resistance” come una rete che comprende Hezbollah in Libano, Hamas e Palestinian Islamic Jihad nei territori palestinesi, gli Houthis nello Yemen e diverse milizie in Iraq e Siria.
Naturalmente, parlare di rete non significa sostenere che ogni organizzazione riceva quotidianamente ordini telefonici da Teheran.
I diversi gruppi hanno interessi locali, leadership autonome e differenti margini decisionali.
Ma proprio questa elasticità rende il sistema più difficile da neutralizzare.
Teheran non ha costruito una NATO mediorientale. Ha costruito qualcosa di più ambiguo e, sotto alcuni aspetti, più resiliente: una costellazione di attori armati legati da interessi, ideologia, finanziamenti, addestramento e nemici comuni.
Il vantaggio della negabilità
È qui che emerge uno degli elementi più cinici della strategia iraniana.
Utilizzare organizzazioni alleate o proxy permette di esercitare pressione mantenendo una certa distanza politica dall’azione.
Se una milizia irachena attacca una base americana, non significa automaticamente che un ufficiale iraniano abbia personalmente ordinato quello specifico attacco.
Ed è precisamente questa zona grigia a rendere il modello efficace.
L’avversario deve continuamente decidere quanto attribuire direttamente a Teheran e quale livello di risposta sia proporzionato.
È guerra attraverso l’ambiguità.
Colpire senza assumersi sempre apertamente il costo politico del colpo.
Ma qualcosa è cambiato
Il sistema, però, non è più quello di pochi anni fa.
La rete iraniana ha subito colpi enormi.
La caduta del regime di Assad ha compromesso uno dei corridoi strategici più importanti attraverso i quali l’Iran proiettava influenza verso il Levante e sosteneva Hezbollah.
Hezbollah è stato fortemente indebolito.
Altre componenti dell’“Asse della Resistenza” hanno subito perdite militari e politiche.
Il CFR ha descritto questa rete come pesantemente danneggiata, pur sottolineando che non è stata completamente distrutta.
Ed è proprio qui che si trova il rischio.
Un Iran indebolito non equivale automaticamente a un Iran innocuo.
Settembre 2026: il conflitto non è finito
Gli avvenimenti degli ultimi giorni lo dimostrano.
All’inizio di settembre Stati Uniti e Iran hanno nuovamente scambiato attacchi dopo settimane di relativa tregua.
Teheran ha impiegato missili e droni contro obiettivi americani e regionali; Washington ha risposto colpendo infrastrutture e capacità militari iraniane.
Il 6 settembre, inoltre, l’Iran ha sostenuto di aver colpito una nave americana senza equipaggio nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno categoricamente negato la versione iraniana.
Questo particolare episodio rimane quindi contestato.
Ma il quadro generale non lo è:
lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei punti nei quali Teheran può tentare di trasformare la propria posizione geografica in pressione strategica sull’economia mondiale.
Petrolio, assicurazioni, navigazione commerciale e presenza della Marina statunitense diventano parte dello stesso campo di battaglia.
Droni e missili: l’Iran conserva ancora denti
Ed è questo un altro punto centrale dell’analisi di Mandel.
L’Iran può essere stato pesantemente danneggiato sul piano militare senza essere stato disarmato.
Sono due concetti completamente diversi.
Teheran conserva ancora capacità missilistiche e droni sufficienti a minacciare forze americane, alleati regionali e traffico marittimo.
Pensare che un avversario indebolito sia automaticamente sconfitto sarebbe un errore pericoloso.
Anzi, un regime sotto crescente pressione economica e militare può diventare ancora più disposto ad assumersi rischi nel tentativo di dimostrare che rimane capace di infliggere costi.
Le midterm americane entrano nel calcolo
Mandel solleva inoltre una questione politica particolarmente delicata: le elezioni di midterm negli Stati Uniti.
La domanda è se Teheran possa considerare la politica interna americana una vulnerabilità strategica.
Non sarebbe una novità assoluta.
La crisi degli ostaggi del 1979-1981 ebbe conseguenze enormi sulla politica americana e contribuì a dominare gli ultimi mesi della presidenza Carter.
Oggi il contesto è completamente differente, ma il principio rimane interessante.
Se Teheran ritiene che l’aumento del prezzo dell’energia, le perdite militari, gli attacchi alle navi o un conflitto apparentemente interminabile possano modificare il comportamento dell’elettorato americano, allora il calendario elettorale statunitense diventa esso stesso una variabile strategica.
E alcuni segnali indicano che Washington è perfettamente consapevole del problema.
Reuters ha riferito nei giorni scorsi delle preoccupazioni interne all’amministrazione Trump per l’impatto politico della guerra in vista delle elezioni di novembre.
È esattamente ciò che Teheran deve sperare
Non necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti.
Sarebbe irrealistico.
Deve invece convincere Washington che il costo necessario per ottenere una vittoria sia superiore al beneficio.
È la strategia classica dell’avversario militarmente inferiore:
non devi essere più forte dell’America. Devi soltanto essere disposto a sopportare il dolore più a lungo dell’America.
Ed è qui che si decide realmente questo confronto.
Non nel numero di droni abbattuti questa settimana.
Non nel numero di radar distrutti.
Non nelle dichiarazioni trionfalistiche di Washington o Teheran.
Ma nella capacità delle due parti di sostenere nel tempo costi militari, economici e politici.
La Repubblica Islamica ha trasformato la regione in profondità strategica
Questo è forse il bilancio più pesante di quasi mezzo secolo di politica iraniana.
Dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria fino ai territori palestinesi, Teheran ha investito enormi risorse per costruire una cintura di influenza armata.
Il popolo iraniano ne ha pagato indirettamente anche il prezzo economico.
Risorse che avrebbero potuto contribuire allo sviluppo interno sono state impiegate per finanziare una strategia regionale fondata sulla proiezione militare e ideologica.
Il regime ha perseguito una politica nella quale la sicurezza della Repubblica Islamica veniva ottenuta spostando il fronte lontano dai propri confini.
Finché quel sistema ha funzionato, il prezzo maggiore della competizione iraniana con Israele e Stati Uniti è stato spesso pagato da libanesi, siriani, iracheni, israeliani, palestinesi, yemeniti e americani.
Ora il fronte è tornato direttamente verso l’Iran.
Non basta distruggere missili: bisogna distruggere il modello
Ed è qui che Washington deve decidere quale sia realmente il proprio obiettivo.
Se l’obiettivo è semplicemente distruggere qualche batteria missilistica, l’Iran potrà ricostruirla.
Se l’obiettivo è abbattere qualche deposito di droni, altri droni potranno essere prodotti.
Se l’obiettivo è ridurre temporaneamente le capacità iraniane, tra qualche anno il problema potrebbe ripresentarsi.
La vera questione strategica è un’altra:
spezzare la capacità della Repubblica Islamica di utilizzare una rete transnazionale di milizie e organizzazioni armate come moltiplicatore della propria politica estera.
Significa interrompere finanziamenti.
Bloccare trasferimenti di tecnologia.
Colpire le reti logistiche.
Interrompere i circuiti finanziari.
Contrastare il contrabbando.
Ridurre la capacità della Forza Quds di addestrare, armare e coordinare organizzazioni fuori dall’Iran.
E soprattutto impedire che la comunità internazionale torni, ancora una volta, a confondere una fase di relativa calma con la soluzione del problema.
Quarantasette anni dopo, il conto è ancora aperto
Dal 4 novembre 1979 al 6 settembre 2026 sono trascorsi quasi quarantasette anni.
Sono cambiate amministrazioni americane, presidenti iraniani, guerre, alleanze e generazioni.
Ma il cuore dello scontro è rimasto sorprendentemente stabile.
La Repubblica Islamica considera l’espulsione dell’influenza americana dalla regione e la lotta contro Israele componenti fondamentali della propria proiezione geopolitica.
Gli Stati Uniti considerano invece inaccettabile che Teheran possa minacciare le proprie forze, i propri alleati e alcune delle più importanti rotte energetiche mondiali attraverso missili, droni e organizzazioni armate alleate.
Per questo Mandel centra un punto importante anche se la formula dei “47 anni di guerra” resta una valutazione politica e non una definizione giuridica.
Il problema non è decidere quale parola utilizzare.
Il problema è capire che il confronto non nasce nel 2026.
Non nasce nel 2025.
Non nasce nemmeno il 7 ottobre 2023.
Affonda le proprie radici nella rivoluzione del 1979 e nella costruzione successiva di un sistema di proiezione regionale che ha trasformato milizie, terrorismo, missili, droni, ideologia e guerra asimmetrica in strumenti di politica estera.
Oggi quella macchina è molto più debole.
Ma non è ancora morta.
Ed è proprio questa la fase più pericolosa.
Perché una rete ferita può ancora colpire.
La domanda decisiva non è quindi se l’America sia “formalmente in guerra”.
La domanda è se, dopo quasi mezzo secolo, Washington abbia finalmente una strategia capace non soltanto di vincere una battaglia contro Teheran, ma di spezzare definitivamente il sistema transnazionale con cui la Repubblica Islamica ha esportato il conflitto ben oltre i propri confini.
FONTI E APPROFONDIMENTI
U.S. Department of State – The Iranian Hostage Crisis
https://history.state.gov/departmenthistory/short-history/iraniancrises
U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2023
https://2021-2025.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2023/
U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2021: Iran
https://2021-2025.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2021/iran/
Council on Foreign Relations – Iran’s Regional Armed Network
https://www.cfr.org/articles/irans-regional-armed-network
Council on Foreign Relations – Conflict With Iran – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/confrontation-between-united-states-and-iran
Council on Foreign Relations – Middle East and North Africa – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/region/middle-east-and-north-africa
Reuters – US-Iran strikes raise fears of renewed war across the Middle East, 2 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-iran-exchange-attacks-lull-war-appears-over-2026-09-02/
Reuters – Vance says Iran conflict is not a war, declines to offer timeline for end, 3 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/vance-says-us-not-talking-iran-unless-they-stop-shooting-ships-2026-09-03/
Reuters – Iran to tackle economic issues, says further attacks will be “more painful”, 6 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-tackle-economic-issues-says-further-attacks-will-be-more-painful-2026-09-06/
Associated Press – Iran claims a strike on a US ship in the Strait of Hormuz but the US denies it, 6 settembre 2026
https://apnews.com/article/a52beec77dc90af3d040d0553837ad20

