Hormuz non basta più: Bessent mette gli attacchi ucraini alle raffinerie russe al centro dello shock energetico

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Il Segretario al Tesoro americano rompe un tabù: colpire l’apparato energetico russo non danneggia soltanto Mosca, ma sottrae prodotti raffinati al mercato internazionale e contribuisce a far salire i prezzi. E mentre Hormuz resta il grande detonatore mediorientale, il diesel rivela un secondo fronte della guerra energetica globale.

Per anni la guerra economica contro la Russia è stata raccontata attraverso una formula apparentemente semplice: ridurre le entrate energetiche di Mosca senza provocare una crisi dell’offerta mondiale.

Il problema è che petrolio e prodotti raffinati non obbediscono alle dichiarazioni politiche.

Quando dal mercato vengono sottratti barili di diesel, benzina, jet fuel o capacità di raffinazione, qualcuno deve sostituirli. Se questo non avviene abbastanza rapidamente, il risultato è elementare: l’offerta si restringe, i margini di raffinazione aumentano e il prezzo sale.

Ed è precisamente su questo punto che, il 2 settembre 2026, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha pronunciato parole politicamente pesantissime.

Intervistato da Fox & Friends, Bessent ha spiegato che il mondo sta attraversando uno «shock energetico» provocato contemporaneamente dal conflitto iraniano e dalla guerra in Ucraina, aggiungendo che Kiev ha scelto di colpire gli asset energetici russi e i prodotti raffinati e che questo sta creando pressione al rialzo sui prezzi globali.

Non è un commentatore filorusso a sostenerlo.

È il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti.

Bessent rompe il silenzio sugli attacchi ucraini

La dichiarazione assume un significato ancora maggiore perché arriva immediatamente dopo il G20 finanziario di Asheville, in North Carolina, dove Bessent ha incontrato personalmente il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov.

La presenza di Siluanov aveva già irritato diversi alleati europei dell’Ucraina. Bessent, tuttavia, ha difeso la necessità del dialogo e ha comunicato al ministro russo che non potranno esserci accordi economici con Mosca fino alla conclusione della guerra.

Poche ore dopo è arrivata la dichiarazione sul mercato energetico.

Il messaggio introduce un elemento che fino a poco tempo fa sarebbe stato politicamente scomodo persino formulare: gli attacchi ucraini contro l’apparato petrolifero russo hanno conseguenze che vanno ben oltre la capacità di Mosca di finanziare la guerra.

Colpiscono il mercato mondiale.

La Russia non produce infatti soltanto greggio. È anche uno dei grandi produttori ed esportatori mondiali di prodotti petroliferi raffinati.

Distruggere o fermare una raffineria non equivale quindi semplicemente a sottrarre denaro al Cremlino.

Significa eliminare temporaneamente dal mercato capacità industriale capace di trasformare petrolio greggio in diesel, benzina, cherosene e altri prodotti.

Ed è qui che la guerra militare incontra direttamente quella finanziaria.

Il dato che cambia la lettura della guerra energetica

Secondo stime riportate nei giorni scorsi, la lavorazione del greggio nelle raffinerie russe sarebbe scesa fino a circa 3,6 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal maggio 2002.

Non è una variazione marginale.

È un arretramento di oltre vent’anni.

Nel solo mese di luglio l’Ucraina avrebbe condotto almeno una trentina di attacchi contro raffinerie e petroliere russe.

Mosca ha contemporaneamente dovuto affrontare carenze di carburante sul mercato interno e introdurre restrizioni alle esportazioni di benzina, diesel e carburante per aviazione per proteggere il proprio approvvigionamento nazionale.

Reuters ha inoltre riferito che le previsioni russe sulla produzione petrolifera del 2026 sono state riviste verso il basso: circa 494,2 milioni di tonnellate, equivalenti a 9,88 milioni di barili al giorno, che rappresenterebbero il livello più basso dal 2009.

Le cause sono molteplici — guerra, sanzioni, restrizioni commerciali e attacchi alle raffinerie — ma l’effetto sul mercato è inequivocabile.

Meno prodotto disponibile.

Il diesel è diventato il vero punto debole

Guardare esclusivamente al Brent rischia però di nascondere la parte più interessante della storia.

Il vero indicatore della tensione non è soltanto il prezzo del petrolio greggio, ma la differenza tra il valore del greggio e quello dei prodotti che escono dalle raffinerie.

È il cosiddetto crack spread.

Ed è qui che i numeri diventano impressionanti.

All’inizio di settembre i margini europei della benzina hanno superato i 62 dollari al barile, avvicinandosi ai massimi storici del 2022.

Ancora più significativo è il diesel.

Reuters ha registrato per i margini europei del diesel un picco intorno a 78,91 dollari al barile sopra il Brent.

Pochi giorni dopo la situazione si è ulteriormente deteriorata: il premio del diesel sul greggio ha superato in alcune aree europee addirittura 100 dollari al barile, mentre il prezzo del prodotto raffinato ha sfiorato i 200 dollari al barile.

Questo significa che il problema non è semplicemente «quanto costa il petrolio».

Il problema è quanto costa trasformarlo nel carburante necessario all’economia reale.

Camion, agricoltura, industria, logistica, aviazione e trasporto marittimo vivono di prodotti raffinati.

Una crisi delle raffinerie può quindi essere economicamente più destabilizzante di una semplice oscillazione del Brent.

Londra: dove il diesel diventa prezzo globale

Ed è qui che entra in scena la City.

ICE Futures Europe gestisce a Londra il contratto Low Sulphur Gasoil Futures, uno dei principali benchmark mondiali dei distillati.

La stessa ICE lo definisce il riferimento di prezzo utilizzato per il commercio dei distillati in Europa e oltre.

Il sottostante fisico riguarda diesel a bassissimo contenuto di zolfo consegnato nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa, mentre il contratto viene negoziato attraverso ICE Futures Europe.

È dunque necessario distinguere due concetti.

Dire che Londra rappresenta uno dei principali centri mondiali della formazione del prezzo finanziario dei distillati è documentabile.

Sostenere invece che la City impartisca direttamente a Kiev gli ordini militari per manipolare quei prezzi richiederebbe prove di una catena decisionale che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non esistono.

Ma questo non rende meno interessante l’interdipendenza.

Perché la sequenza economica è perfettamente osservabile:

raffinerie colpite → minore produzione → minori esportazioni → maggiore scarsità di carburanti → aumento dei crack spread → aumento del valore dei contratti sui prodotti raffinati.

Non occorre immaginare una stanza segreta nella City per riconoscere il meccanismo.

È il mercato stesso a mostrarlo.

Il paradosso delle sanzioni occidentali

C’è poi un secondo elemento.

Prima delle sanzioni introdotte nel febbraio 2023, secondo ICE, circa il 50-60% delle importazioni marittime di diesel dell’Europa nordoccidentale proveniva dalla Russia.

Quei flussi sono stati progressivamente sostituiti con prodotto proveniente dal Medio Oriente, dall’Asia e dalle Americhe.

L’Europa ha quindi modificato radicalmente la propria catena di approvvigionamento.

Funziona finché le rotte alternative funzionano.

Ma cosa accade quando contemporaneamente esplode il Medio Oriente?

La risposta è davanti agli occhi.

La crisi iraniana mette sotto pressione Hormuz e i flussi dal Golfo.

Gli attacchi ucraini riducono la capacità di raffinazione russa.

Le esportazioni russe vengono ulteriormente limitate.

Le scorte occidentali diminuiscono.

La capacità di raffinazione globale non riesce a compensare immediatamente.

E il diesel esplode.

Questa è la vera trappola costruita negli ultimi anni.

Hormuz e Russia: due fronti dello stesso shock

Lo Stretto di Hormuz resta naturalmente una variabile gigantesca.

Una parte fondamentale del commercio mondiale di petrolio attraversa quella strettoia e qualsiasi minaccia alla navigazione produce immediatamente un premio geopolitico sui prezzi, sui noli e sulle assicurazioni.

Il primo settembre, con la ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran, il Brent è salito di oltre il 4,6% in una sola seduta, raggiungendo 94,65 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato il 5,2%.

Anche il diesel americano ha raggiunto livelli che non si vedevano da oltre quattro anni.

Ma proprio la dichiarazione di Bessent impedisce ormai di attribuire tutto a Teheran.

Il Segretario al Tesoro americano individua esplicitamente due shock contemporanei:

Iran e Ucraina.

È una distinzione politicamente fondamentale.

Perché significa riconoscere che la strategia di colpire l’energia russa produce costi anche per chi dovrebbe beneficiare dell’indebolimento di Mosca.

Dalla guerra del petrolio alla guerra delle raffinerie

La trasformazione strategica è evidente.

La prima fase della guerra economica contro Mosca era concentrata sul greggio:

  • embargo;
  • price cap;
  • assicurazioni;
  • trasporto marittimo;
  • sanzioni alle società;
  • repressione della cosiddetta shadow fleet.

Ma il petrolio russo ha continuato a trovare compratori, soprattutto in Asia.

La seconda fase riguarda sempre più la capacità industriale.

Una raffineria è molto più difficile da sostituire di una petroliera.

Colpire unità di distillazione, cracking, desolforazione o altre componenti specializzate significa poter bloccare una parte dell’impianto anche quando i serbatoi e le condutture principali rimangono intatti.

Ed è per questo che le campagne contro le raffinerie assumono un’importanza strategica enormemente superiore alla spettacolarità delle esplosioni.

Il bersaglio non è soltanto il petrolio.

È la capacità di trasformarlo.

Il ruolo britannico: quello che sappiamo e quello che non sappiamo

Londra è contemporaneamente un grande centro finanziario dell’energia e uno dei principali sostenitori militari dell’Ucraina.

Il Regno Unito ha fornito a Kiev sistemi d’arma a lungo raggio, incluso lo Storm Shadow, oltre a intelligence, addestramento e sostegno tecnologico.

Questo dato rende inevitabile interrogarsi sull’intersezione tra politica energetica, capacità militare e interessi finanziari britannici.

Ma occorre mantenere distinti i livelli.

Esiste ampia documentazione sul sostegno britannico all’Ucraina.

Esiste ampia documentazione sugli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe.

Esiste ampia documentazione sul ruolo londinese di ICE nella formazione dei prezzi dei distillati.

Ed esiste ora persino una dichiarazione del Segretario al Tesoro americano secondo cui gli attacchi ucraini contribuiscono all’aumento dei prezzi mondiali dell’energia.

Non esiste invece, sulla base delle fonti pubbliche disponibili, la prova che la City abbia ordinato quegli attacchi allo scopo di manipolare il mercato del diesel.

È una distinzione fondamentale per non trasformare un’analisi geopolitica in un’affermazione fattuale non dimostrata.

Bessent mette sul tavolo il costo nascosto

Resta però una domanda molto più difficile da eludere.

Se Washington riconosce apertamente che la distruzione dell’apparato energetico russo sta facendo salire i prezzi mondiali, fino a che punto è conveniente continuare questa strategia?

Gli Stati Uniti entrano nella fase decisiva della campagna per le elezioni di metà mandato.

Il prezzo della benzina è tornato una questione politica interna.

Il diesel alimenta praticamente ogni segmento della catena logistica.

E una crescita persistente dei carburanti finisce inevitabilmente per trasferirsi sui prezzi di alimentari, trasporti e beni industriali.

La guerra economica possiede quindi un limite che nessuna sanzione può cancellare:

la Russia fa parte del sistema energetico mondiale.

È possibile cambiare i compratori.

È possibile cambiare le rotte.

È possibile imporre tetti, sanzioni e restrizioni.

È possibile perfino distruggere raffinerie.

Ma non è possibile sottrarre milioni di barili e grandi quantità di prodotti raffinati al mercato globale immaginando che il prezzo rimanga immobile.

La nuova geografia della guerra energetica

La dichiarazione di Scott Bessent potrebbe quindi segnare qualcosa di più importante di una polemica sul prezzo della benzina.

Per la prima volta uno dei vertici economici dell’amministrazione americana ha collegato pubblicamente la strategia militare ucraina contro l’energia russa al costo pagato dai consumatori mondiali.

Hormuz rimane il grande interruttore del petrolio mediorientale.

La Russia rimane uno dei grandi polmoni energetici del pianeta.

Londra rimane uno dei centri fondamentali della formazione dei prezzi del Brent e dei distillati.

E Kiev possiede ormai la capacità di colpire fisicamente infrastrutture situate a centinaia, talvolta oltre mille chilometri dal fronte.

Questi quattro elementi appartengono allo stesso sistema.

Non dimostrano l’esistenza di una regia occulta della City.

Dimostrano però qualcosa di altrettanto rilevante: la guerra moderna si combatte simultaneamente sulle raffinerie, sulle rotte marittime, sui mercati futures e alla pompa di benzina.

Ed è proprio questo il punto che le parole di Bessent hanno reso impossibile continuare a ignorare.


FONTI E DOCUMENTI

Fox News – intervista a Scott Bessent, 2 settembre 2026
https://www.foxnews.com/video/6404489191112

New York Post – Bessent attribuisce parte dell’aumento dei prezzi agli attacchi ucraini
https://nypost.com/2026/09/02/us-news/scott-bessent-says-ukraine-causing-high-gas-prices-they-want-to-blow-up-russian-energy-assets/

Kyiv Independent – dichiarazioni di Bessent e crollo della raffinazione russa
https://kyivindependent.com/ukraines-strikes-on-russian-oil-partly-fueled-global-energy-shock-bessent-says/

Axios – incontro Bessent-Siluanov al G20
https://www.axios.com/2026/08/31/bessent-russia-g20-europe

Reuters – produzione petrolifera russa prevista ai minimi da 17 anni
https://www.reuters.com/business/energy/russia-cuts-expected-2026-oil-output-17-year-low-war-fallout-draft-forecasts-2026-09-01/

Reuters – margini delle raffinerie europee e diesel a 78,91 dollari/barile sopra Brent
https://www.reuters.com/business/energy/european-refiners-reaping-near-record-profits-gasoline-2026-09-02/

Reuters – petrolio e diesel dopo la nuova escalation USA-Iran
https://www.reuters.com/business/energy/oil-prices-rise-latest-fighting-resurrects-middle-east-supply-disruption-risks-2026-09-01/

ICE – Low Sulphur Gasoil Futures
https://www.ice.com/products/34361119/Low-Sulphur-Gasoil-Futures

ICE – Low Sulphur Gasoil Benchmark
https://www.ice.com/middle-distillates/low-sulphur-gasoil-benchmark

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