Per anni una parte dell’Occidente ha raccontato a se stessa una storia rassicurante: integrare la Cina nell’economia mondiale, aprirle i mercati, moltiplicare gli investimenti e coinvolgerla nelle istituzioni internazionali avrebbe progressivamente trasformato anche il suo sistema politico.
La Cina sarebbe diventata più ricca, una classe media sempre più numerosa avrebbe preteso maggiori libertà e, alla fine, l’integrazione economica avrebbe prodotto una convergenza politica.
Quella previsione non si è realizzata.
La Cina è diventata enormemente più ricca e tecnologicamente avanzata, ma il Partito Comunista Cinese (PCC) non ha rinunciato al monopolio politico. Al contrario, sotto Xi Jinping il controllo del Partito sullo Stato, sull’economia, sull’informazione, sulle università e sulla società civile si è rafforzato. Freedom House descrive oggi la Cina come un sistema nel quale il PCC mantiene un controllo estremamente penetrante sulla burocrazia, sui media, sulla libertà online, sulle università, sulle organizzazioni religiose, sulle imprese e sulla società civile.
Ma il punto decisivo è un altro.
Il problema cinese non rimane più confinato all’interno dei confini della Repubblica Popolare.
Le attività documentate negli Stati Uniti, in Canada, in Europa e altrove mostrano che alcune pratiche di controllo, influenza, intimidazione e repressione vengono proiettate anche all’estero.
Per questo definire il PCC una delle principali — e probabilmente la più complessa — sfide sistemiche per le democrazie contemporanee non significa necessariamente chiedere una guerra fredda con il popolo cinese.
Significa distinguere chiaramente la Cina e i cinesi dal regime politico che governa la Cina.
Le “stazioni di polizia” all’estero non erano una fantasia
Quando nel 2022 Safeguard Defenders denunciò l’esistenza di strutture cinesi denominate “Overseas Police Service Centers”, qualcuno liquidò la questione come allarmismo.
L’organizzazione arrivò invece a documentare almeno 102 centri in 53 Paesi, sostenendo che alcuni fossero stati coinvolti nelle cosiddette operazioni di “persuasione al ritorno” nei confronti di cittadini cinesi all’estero.
Naturalmente non tutte le strutture identificate possono essere automaticamente considerate “commissariati clandestini” e la natura delle singole attività va verificata caso per caso.
Ma negli Stati Uniti si è andati ben oltre il sospetto.
Nel dicembre 2024 Chen Jinping, residente a New York, si è dichiarato colpevole davanti alla giustizia federale americana di cospirazione per agire come agente illegale della Repubblica Popolare Cinese in relazione all’apertura e gestione di una stazione di polizia cinese non dichiarata a Lower Manhattan, collegata al Ministry of Public Security cinese.
Non è quindi più possibile sostenere che l’intero fenomeno sia una costruzione propagandistica occidentale.
È esistito almeno un caso giudiziariamente ammesso negli Stati Uniti.
E questo dovrebbe essere sufficiente a porre una domanda fondamentale: con quale diritto un apparato di sicurezza autoritario può costruire proprie strutture operative non dichiarate all’interno di una democrazia straniera?
Repressione transnazionale: Pechino segue i dissidenti oltre confine
Il problema è ancora più vasto.
Freedom House definisce quella cinese la più sofisticata, globale e completa campagna di repressione transnazionale documentata al mondo. Secondo il database dell’organizzazione, tra il 2014 e il 2024 la Cina era responsabile di 272 episodi fisici documentati, pari al 22% dei casi censiti a livello mondiale.
I bersagli comprendono dissidenti, attivisti democratici, uiguri, tibetani, hongkonghesi, giornalisti, difensori dei diritti umani e altri critici del regime.
Nel 2025 la Cina figurava nuovamente tra i principali responsabili mondiali della repressione transnazionale secondo Freedom House.
Negli Stati Uniti il Dipartimento di Giustizia ha inoltre incriminato 34 funzionari del Ministry of Public Security cinese, accusandoli di aver partecipato a operazioni destinate a molestare persone residenti negli USA le cui opinioni erano considerate ostili a Pechino. Si tratta di accuse, e dunque la responsabilità individuale deve essere stabilita in tribunale; ma la dimensione delle indagini è significativa.
Nel 2025 il Dipartimento di Giustizia ha inoltre annunciato l’incriminazione di due persone accusate di aver cercato di impedire a un critico del governo cinese di manifestare durante la visita di Xi Jinping a San Francisco per il vertice APEC del 2023. Anche qui si tratta di accuse giudiziarie, non di condanne definitive.
La questione, quindi, non riguarda semplicemente lo spionaggio tradizionale tra Stati.
Riguarda qualcosa di più inquietante: il tentativo di estendere oltre i confini nazionali il costo del dissenso politico contro il PCC.
Il Fronte Unito: influenza politica senza bisogno dei carri armati
Un’altra componente essenziale è il sistema del United Front, il Fronte Unito.
Non si tratta di una teoria complottista.
Il Canadian Security Intelligence Service ha pubblicato analisi dettagliate sul ruolo dello United Front Work Department e delle organizzazioni collegate nella costruzione di reti di influenza all’estero.
Il rapporto canadese descrive, tra l’altro, il coinvolgimento di persone legate alle università e alle comunità della diaspora all’interno delle strutture associate al sistema del Fronte Unito.
Questo non significa, ed è fondamentale precisarlo, che ogni associazione cinese, ogni accademico cinese o ogni cittadino di origine cinese sia un agente di Pechino.
Una simile generalizzazione sarebbe falsa e pericolosa.
Il problema è esattamente l’opposto: le comunità cinesi all’estero sono spesso tra le prime vittime delle pressioni del PCC.
La risposta democratica deve quindi colpire le operazioni del Partito-Stato, non trasformarsi in ostilità etnica verso i cinesi.
La guerra invisibile nelle reti informatiche
Poi esiste il fronte cyber.
E qui i documenti delle autorità occidentali sono difficili da ignorare.
Nel 2024 CISA, NSA e FBI hanno denunciato le attività del gruppo sponsorizzato dalla Repubblica Popolare Cinese conosciuto come Volt Typhoon, individuando intrusioni nelle reti americane relative a comunicazioni, energia, trasporti, acqua e sistemi idrici.
Secondo l’FBI e le altre agenzie coinvolte, gli attori sponsorizzati dalla RPC cercavano di mantenere un accesso persistente a infrastrutture critiche che avrebbe potuto essere utilizzato per operazioni distruttive in caso di grave crisi o conflitto.
Poi è arrivato Salt Typhoon.
FBI e CISA hanno confermato che attori affiliati alla RPC avevano compromesso reti di diverse società di telecomunicazioni, ottenendo registri delle chiamate e, in alcuni casi limitati, comunicazioni private di persone coinvolte nell’attività governativa o politica.
Nel 2025 l’FBI parlava ormai di una campagna ampia, capace di colpire vittime su scala globale.
Un successivo advisory internazionale guidato da CISA ha descritto attività sponsorizzate dalla RPC contro telecomunicazioni, reti governative, trasporti e infrastrutture militari in diversi Paesi.
Questo non è semplicemente “spionaggio industriale”.
Quando l’accesso riguarda telecomunicazioni, acqua, energia e trasporti, il confine tra intelligence e preparazione del campo di battaglia digitale diventa estremamente sottile.
Mar Cinese Meridionale: dalle promesse alla militarizzazione
C’è poi la dimensione militare.
Nel Mar Cinese Meridionale Pechino ha costruito e ampliato isole artificiali e avamposti nelle aree contese.
Le analisi dell’Asia Maritime Transparency Initiative documentano la presenza di piste, hangar, radar, sistemi di comunicazione e capacità missilistiche sulle basi cinesi nelle Spratly e nelle Paracel.
E il processo non appartiene soltanto al passato.
Nel dicembre 2025 AMTI documentava ulteriori strutture sulle principali basi cinesi delle Spratly destinate presumibilmente a rafforzare intelligence elettronica, sorveglianza e guerra elettronica.
Le controversie con le Filippine continuano inoltre a produrre tensioni. Ancora nell’agosto 2026 Manila ribadiva di non aver rinunciato ai propri diritti nel Mar Cinese Meridionale, mentre le vaste rivendicazioni territoriali cinesi restano incompatibili con il risultato dell’arbitrato internazionale del 2016.
Non siamo quindi davanti alla semplice modernizzazione militare di una grande potenza.
Siamo davanti a una trasformazione fisica e strategica di uno degli spazi marittimi più importanti del pianeta.
Taiwan: la minaccia non è immaginaria
Taiwan è forse il punto nel quale il rischio diventa più evidente.
Pechino considera Taiwan parte del proprio territorio e non ha escluso l’uso della forza per ottenere la cosiddetta riunificazione.
Nel dicembre 2025 la Cina ha organizzato esercitazioni militari su scala record intorno all’isola, simulando capacità di accerchiamento e blocco.
La pressione non è cessata.
Nell’agosto 2026 Taiwan ha organizzato esercitazioni Han Kuang di dieci giorni comprendenti simulazioni di risposta a un possibile attacco e a un blocco marittimo cinese. Pechino ha accusato Taipei di provocare il conflitto, ma contemporaneamente continua a non escludere l’opzione militare.
Questo è il paradosso della propaganda.
Si accusa Taiwan di “militarizzarsi” perché prepara la propria popolazione a resistere a un’invasione mentre la potenza che rivendica l’isola continua apertamente a mantenere sul tavolo l’uso della forza.
Hong Kong: la promessa di autonomia erosa
Hong Kong rappresenta un altro avvertimento.
La National Security Law del 2020 ha radicalmente trasformato l’ambiente politico della città.
Il Comitato ONU per i diritti umani ha espresso profonde preoccupazioni per l’interpretazione e l’applicazione eccessivamente ampia della legge e per le conseguenti limitazioni della libertà di espressione, associazione, assemblea e partecipazione politica.
Nel 2024 Hong Kong ha inoltre approvato la nuova legislazione sulla sicurezza nazionale prevista dall’articolo 23 della Basic Law, attirando ulteriori osservazioni da parte degli esperti ONU.
Pechino e il governo di Hong Kong sostengono che queste norme siano necessarie per difendere la sicurezza nazionale e che i diritti fondamentali rimangano tutelati.
È corretto riportare anche questa posizione.
Ma resta altrettanto corretto osservare che organismi internazionali per i diritti umani hanno documentato restrizioni molto profonde dello spazio politico e civile.
Il modello “un Paese, due sistemi”, che avrebbe dovuto dimostrare la possibilità di conservare libertà differenti all’interno della sovranità cinese, ne è uscito profondamente compromesso.
E questo inevitabilmente influenza anche la credibilità delle promesse rivolte a Taiwan.
Xinjiang: attenzione ai numeri, perché i fatti sono già abbastanza gravi
Sul Xinjiang è importante evitare una formulazione imprecisa spesso ripetuta nel dibattito pubblico.
Non è corretto affermare come dato attuale verificato che oggi “oltre un milione di uiguri si trovino nei campi”.
La cifra di circa un milione deriva soprattutto dalle stime relative alla fase di massima espansione del sistema di internamento e rieducazione, a partire dal 2017.
Documenti depositati nell’ambito delle Nazioni Unite hanno stimato che il numero complessivo di uiguri e kazaki detenuti potesse raggiungere un milione o più.
Esperti ONU hanno successivamente richiamato nuovamente le accuse riguardanti la detenzione di circa un milione di uiguri nei cosiddetti centri di formazione professionale.
Pechino sostiene invece che le proprie politiche nello Xinjiang fossero misure contro terrorismo ed estremismo e ha respinto le accuse occidentali.
La discussione sul numero esatto delle persone attualmente detenute non deve però diventare un modo per cancellare ciò che è stato documentato.
La questione centrale rimane l’esistenza di un vastissimo apparato di detenzione, rieducazione politica, sorveglianza e controllo di una minoranza etnica e religiosa.
L’errore strategico dell’Occidente
Ed eccoci al punto politicamente più scomodo.
La potenza economica raggiunta dalla Cina non è stata costruita esclusivamente grazie all’Occidente. Sarebbe storicamente sbagliato dirlo.
La crescita cinese deriva anche dalle riforme iniziate sotto Deng Xiaoping, dall’urbanizzazione, dagli enormi investimenti infrastrutturali, dall’aumento della produttività, dal risparmio interno, dalla disponibilità di forza lavoro e dalla capacità industriale cinese.
Ma l’integrazione nel sistema commerciale occidentale è stata un acceleratore straordinario.
L’11 dicembre 2001 la Cina diventò ufficialmente il 143º membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
La stessa WTO ha successivamente descritto l’ingresso cinese come un evento fondamentale nella storia del sistema commerciale multilaterale e ha riconosciuto che l’integrazione commerciale contribuì alla straordinaria crescita e modernizzazione della Cina.
L’aspettativa occidentale era chiara: integrazione, apertura economica e regole comuni avrebbero gradualmente trasformato il comportamento cinese.
Oggi persino l’USTR statunitense riconosce esplicitamente che quelle aspettative non si sono realizzate.
Nel suo riesame della politica commerciale cinese, Washington ha ricordato che al momento dell’ingresso nella WTO molti membri si aspettavano che Pechino avrebbe progressivamente abbandonato le pratiche incompatibili con un sistema commerciale aperto e orientato al mercato.
Più di vent’anni dopo, secondo l’USTR, è avvenuto l’opposto: la Cina ha rafforzato il proprio modello economico guidato dallo Stato.
Il rapporto statunitense sulla compliance WTO elenca sussidi, restrizioni all’accesso al mercato, pressioni sul trasferimento tecnologico, cyber-furti sponsorizzati dallo Stato, trattamento preferenziale delle imprese pubbliche, discriminazioni regolamentari e insufficiente protezione della proprietà intellettuale.
L’Unione Europea è arrivata a una conclusione simile, anche se con un linguaggio più diplomatico: considera contemporaneamente la Cina partner, concorrente e rivale sistemico, sottolineando inoltre il crescente squilibrio nei rapporti economici e nell’accesso reciproco ai mercati.
Il grande errore fu credere che il commercio avrebbe cambiato il Partito
Questo è probabilmente il più grande errore strategico compiuto dalle democrazie nei confronti della Cina.
L’Occidente pensava:
più commercio → più ricchezza → più classe media → più libertà → più democrazia.
Il PCC ha dimostrato che la sequenza non era inevitabile.
Ha dimostrato che un regime autoritario può utilizzare globalizzazione, capitali, tecnologia, commercio internazionale e mercati occidentali senza necessariamente liberalizzare il proprio sistema politico.
Anzi, può utilizzare parte della nuova ricchezza per costruire strumenti di controllo immensamente più sofisticati.
Il risultato è qualcosa che pochi strateghi occidentali avevano previsto trent’anni fa: una superpotenza tecnologica e industriale governata da un partito leninista.
Ma attenzione: criticare il PCC non significa chiedere una guerra con la Cina
Questo punto deve essere chiarissimo.
Riconoscere la minaccia non significa sostenere un conflitto militare.
La Cina è una potenza nucleare, la seconda economia mondiale e un elemento fondamentale delle catene globali di approvvigionamento.
Una guerra sarebbe catastrofica.
Proprio per questo le democrazie devono sviluppare una strategia più sofisticata della scelta binaria tra sottomissione economica e guerra.
Significa proteggere infrastrutture strategiche.
Significa difendere università e ricerca dalle operazioni clandestine di influenza senza soffocare la collaborazione scientifica legittima.
Significa impedire la repressione transnazionale.
Significa ridurre le dipendenze strategiche nelle telecomunicazioni, nei semiconduttori, nei minerali critici, nell’energia e nelle tecnologie dual-use.
Significa difendere Taiwan senza trasformare ogni incidente nello Stretto in un passo verso la guerra.
Significa continuare a commerciare dove possibile, ma smettere di fingere che ogni rapporto commerciale sia automaticamente geopoliticamente neutrale.
E soprattutto significa difendere i cittadini cinesi, gli uiguri, i tibetani, gli hongkonghesi e i dissidenti che vivono nelle democrazie dal tentativo di Pechino di esportare su di loro il proprio controllo politico.
Il problema non è la Cina. È il Partito-Stato
Questa distinzione non è retorica: è fondamentale.
1,4 miliardi di cinesi non sono il PCC.
Criticare il Partito Comunista non significa essere contro il popolo cinese.
Al contrario, alcuni dei critici più coraggiosi del PCC sono cinesi.
Sono giornalisti, dissidenti, studenti, imprenditori, democratici di Hong Kong, uiguri, tibetani, rifugiati e cittadini della diaspora.
Trasformare la competizione con Pechino in ostilità verso i cinesi sarebbe non soltanto moralmente sbagliato, ma strategicamente suicida: regalerebbe al PCC la possibilità di presentarsi come unico difensore della nazione cinese contro un Occidente ostile.
La risposta deve essere esattamente opposta.
Contenere il comportamento coercitivo del regime senza demonizzare il popolo cinese.
Nessuno può più fingere
Le stazioni di polizia clandestine non sono un’invenzione.
La repressione transnazionale è documentata.
Le operazioni del Fronte Unito sono studiate dalle agenzie di sicurezza occidentali.
Le campagne informatiche contro telecomunicazioni e infrastrutture critiche sono state attribuite pubblicamente dalle autorità di diversi Paesi ad attori sponsorizzati dalla RPC.
La militarizzazione del Mar Cinese Meridionale è visibile dai satelliti.
La pressione militare su Taiwan continua.
La trasformazione politica di Hong Kong è sotto gli occhi del mondo.
La repressione nello Xinjiang è stata oggetto di anni di indagini internazionali.
E l’idea secondo cui l’integrazione economica avrebbe inevitabilmente trasformato il sistema politico cinese si è rivelata sbagliata.
Si può discutere se il PCC sia “la più grande minaccia” assoluta per tutte le democrazie: Russia, Iran, Corea del Nord, terrorismo internazionale, instabilità economica e persino le fragilità interne delle democrazie rappresentano minacce differenti e non direttamente comparabili.
Ma nessun altro regime autoritario possiede contemporaneamente la scala economica, industriale, tecnologica, militare, commerciale e demografica della Cina.
È questa combinazione a rendere la sfida cinese unica.
Per venticinque anni l’Occidente ha sperato che l’integrazione avrebbe cambiato il PCC.
È arrivato il momento di accettare la possibilità opposta:
il PCC ha imparato a utilizzare perfettamente l’integrazione globale senza accettare il modello politico che l’Occidente immaginava ne sarebbe derivato.
Non serve isteria.
Non serve razzismo.
Non serve una guerra.
Serve qualcosa che per troppo tempo è mancato: realismo strategico.
Perché la questione non è più se la sfida esista.
La questione è quanto tempo le democrazie intendano ancora perdere prima di organizzarsi seriamente per affrontarla.
FONTI E DOCUMENTI
U.S. Department of Justice — stazione di polizia cinese clandestina a Manhattan
DOJ: New York City Resident Pleads Guilty to Operating Secret Police Station
Safeguard Defenders — 102 centri in 53 Paesi
Patrol and Persuade: Chinese Overseas Police Service Centers
Freedom House — repressione transnazionale cinese
China: Transnational Repression Case Study
Freedom House — dati 2014-2024 sulla repressione transnazionale
Ten Findings from Ten Years of Data on Transnational Repression
Freedom House — rapporto 2026 sulla repressione transnazionale nel 2025
Collaboration and Resistance: Tracking Transnational Repression in 2025
U.S. Department of Justice — 34 funzionari della polizia cinese incriminati
DOJ: 34 PRC National Police Officers Charged
Governo canadese / CSIS — United Front Work Department
Beijing’s Political Warfare in Canada: Tracking the United Front
FBI/CISA — compromissione delle telecomunicazioni statunitensi
Joint Statement on PRC Targeting of Telecommunications Infrastructure
FBI — Salt Typhoon
PRC Targeting of U.S. Telecommunications
CISA — Volt Typhoon
Volt Typhoon analysis
NSA — infrastrutture critiche statunitensi
PRC Targeting of U.S. Critical Infrastructure
CISA — cyber-spionaggio cinese globale
Countering Chinese State-Sponsored Actors Compromise of Networks Worldwide
Asia Maritime Transparency Initiative — militarizzazione del Mar Cinese Meridionale
Chinese Power Projection Capabilities in the South China Sea
AMTI — nuove capacità ISR e guerra elettronica nelle Spratly
China’s Spratly ISR and EW Upgrades
ONU/OHCHR — Hong Kong e National Security Law
UN Human Rights Committee observations on Hong Kong
ONU/OHCHR — legislazione Article 23 di Hong Kong
UN Special Procedures: Hong Kong Safeguarding National Security Ordinance
ONU — documentazione sulle stime degli internamenti nello Xinjiang
United Nations document on Xinjiang detention estimates
WTO — adesione della Cina, 11 dicembre 2001
WTO: China accession
WTO — vent’anni dall’ingresso della Cina
WTO: 20 Years of China’s WTO Membership
USTR — rapporto sulla compliance cinese alle regole WTO
2024 Report to Congress on China’s WTO Compliance
USTR — valutazione del modello economico cinese e trasferimenti tecnologici
Trade Policy Review of the People’s Republic of China
Commissione europea — rapporti commerciali UE-Cina
EU trade relations with China

