Iran, la Repubblica della forca: oltre 2.500 esecuzioni dal 2025 mentre il regime trasforma la pena di morte in uno strumento di potere

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C’è un numero che dovrebbe accompagnare ogni discussione sulla natura della Repubblica Islamica dell’Iran: 1.639.

Sono almeno le persone che, secondo il rapporto annuale di Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, sono state giustiziate nel solo 2025.

Non è una cifra marginale. Non è un’anomalia statistica. È il numero più alto registrato dall’organizzazione dal 1989 e rappresenta un aumento del 68% rispetto alle 975 esecuzioni documentate nel 2024.

E il 2026 sta proseguendo sulla stessa strada.

Secondo i dati diffusi nell’agosto 2026 dalla Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran, le esecuzioni registrate dall’inizio dell’anno sarebbero già almeno 916.

Sommando i due dati — pur provenienti da organizzazioni diverse e quindi da confrontare con la necessaria cautela metodologica — si arriva a oltre 2.500 esecuzioni documentate dall’inizio del 2025.

Dietro ciascuna unità di questa statistica c’è una persona.

Ed è qui che crolla definitivamente l’immagine propagandistica di una Repubblica Islamica impegnata semplicemente a “resistere” alle pressioni straniere.

Il problema dell’Iran non è soltanto quello che il regime dice di voler combattere all’esterno.

Il problema è ciò che fa ai propri cittadini all’interno.

1.639 esecuzioni in un anno

Il rapporto 2025 di Iran Human Rights (IHRNGO) è devastante.

L’organizzazione ha documentato almeno:

  • 1.639 esecuzioni complessive;
  • un aumento del 68% rispetto al 2024;
  • 795 esecuzioni per reati legati alla droga;
  • 747 esecuzioni per omicidio nell’ambito del sistema del qisas;
  • almeno 57 esecuzioni per accuse legate alla sicurezza, comprese imputazioni come baghy, moharebeh ed efsad-fil-arz;
  • almeno 48 donne giustiziate;
  • almeno 84 cittadini afghani messi a morte;
  • 11 esecuzioni pubbliche.

C’è poi un particolare ancora più inquietante.

Secondo IHRNGO, soltanto 113 delle 1.639 esecuzioni sarebbero state annunciate ufficialmente dalle autorità iraniane.

Più del 93% sarebbe quindi avvenuto senza un annuncio pubblico ufficiale.

Questa è una delle ragioni per cui i numeri iraniani devono sempre essere considerati come minimi documentati, non necessariamente come il totale reale.

La pena capitale come strumento politico

La questione diventa ancora più grave quando si passa dalle condanne per reati comuni alle esecuzioni e alle sentenze capitali connesse alla repressione politica.

Amnesty International ha denunciato ripetutamente nel 2026 il ricorso alla pena capitale contro manifestanti, dissidenti e persone accusate di avere legami reali o presunti con organizzazioni di opposizione.

Il 19 febbraio Amnesty segnalava che almeno otto persone erano già state condannate a morte nel corso del mese e che almeno altre 22, compresi due minorenni, rischiavano la pena capitale nell’ambito della repressione seguita alle proteste di gennaio.

L’organizzazione denunciava procedimenti accelerati e processi gravemente iniqui, accompagnati da accuse di torture e maltrattamenti.

A maggio il quadro era ulteriormente peggiorato.

Amnesty riferiva che, dal 28 febbraio, almeno 36 persone condannate per accuse politicamente motivate erano state arbitrariamente giustiziate e che almeno 78 manifestanti, dissidenti o persone considerate vicine a organizzazioni proibite si trovavano nel braccio della morte.

Fra queste figuravano 41 persone arrestate in relazione alle proteste del gennaio 2026.

Cinque, secondo Amnesty, erano minorenni al momento dei fatti contestati.

Questo è il punto che non può essere nascosto dietro nessuna retorica geopolitica.

Uno Stato può sostenere di essere minacciato dall’esterno quanto vuole.

Ma un processo ingiusto non diventa giusto perché il paese è sotto pressione internazionale.

La tortura non diventa giustizia.

Una confessione estorta non diventa una prova.

Un dissidente non diventa automaticamente una spia.

E una forca non diventa uno strumento legittimo di governo soltanto perché viene innalzata sotto la bandiera della “sicurezza nazionale”.

Quando “nemico di Dio” può diventare una condanna a morte

Il sistema iraniano dispone inoltre di categorie penali che dovrebbero preoccupare chiunque abbia a cuore le garanzie fondamentali dello Stato di diritto.

Termini come moharebeh, generalmente tradotto come “guerra contro Dio”, efsad-fil-arz, “corruzione sulla Terra”, e baghy, ribellione armata, possono comportare la pena capitale.

Naturalmente l’esistenza di reati contro la sicurezza dello Stato non costituisce di per sé una peculiarità iraniana.

La questione decisiva è come vengono definiti, contestati e giudicati.

Se accuse estremamente gravi vengono associate a procedimenti privi delle garanzie necessarie, confessioni contestate, accesso insufficiente alla difesa e processi accelerati, la pena capitale diventa irreversibile proprio nel sistema in cui l’errore giudiziario dovrebbe essere considerato intollerabile.

E quando l’imputato è un oppositore politico, il problema diventa inevitabilmente anche politico.

I tribunali rivoluzionari

Un altro numero del rapporto 2025 merita attenzione.

Secondo Iran Human Rights, 852 delle 1.639 esecuzioni del 2025, cioè circa il 52%, derivavano da sentenze pronunciate dai Tribunali Rivoluzionari.

Dal 2010, sempre secondo l’organizzazione, sarebbero state almeno 5.972 le esecuzioni riconducibili a sentenze emesse da queste corti.

Il dato permette di comprendere perché la pena di morte iraniana non possa essere analizzata soltanto come questione di politica criminale.

È profondamente intrecciata con l’architettura istituzionale nata dalla Rivoluzione islamica.

Dalla rivoluzione alla Repubblica della paura

Il regime nato nel 1979 costruì parte della propria legittimazione sulla promessa di liberare il paese dall’autoritarismo monarchico.

Ma la rivoluzione non eliminò la repressione politica.

Ne costruì una nuova.

Le purghe successive alla rivoluzione colpirono funzionari del precedente regime, militari, oppositori politici e successivamente anche forze che avevano contribuito alla caduta dello Scià.

Negli anni Ottanta la repressione investì organizzazioni marxiste, monarchici, liberali, nazionalisti, membri dei Mujahedin-e Khalq e altre componenti dell’opposizione.

La macchina rivoluzionaria cominciò, come spesso accade nelle rivoluzioni, a divorare anche una parte di coloro che avevano contribuito a metterla in moto.

Il caso più drammatico resta quello delle esecuzioni di massa dei prigionieri politici del 1988, uno degli episodi più oscuri della storia contemporanea iraniana.

Il problema, quindi, non nasce nel 2025.

Il 2025 rappresenta semmai una nuova, impressionante accelerazione.

La rivoluzione che prometteva libertà e ha costruito le forche

Ed è qui che emerge una delle più grandi contraddizioni della Repubblica Islamica.

Un sistema nato proclamando di voler liberare gli iraniani dall’oppressione monarchica ha costruito un apparato nel quale dissenso politico, religione, sicurezza nazionale e giustizia penale possono intrecciarsi fino a rendere estremamente pericolosa la contestazione del potere.

Non serve idealizzare il regime dello Scià per denunciare questo fallimento.

La Persia dei Pahlavi aveva problemi reali di autoritarismo e repressione politica. La SAVAK è una parte documentata e controversa di quella storia.

Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più pesante:

che cosa ha prodotto la rivoluzione che avrebbe dovuto liberare l’Iran?

Quarantasette anni dopo, il paese continua a impiccare uomini e donne mentre le organizzazioni internazionali denunciano processi iniqui, repressione degli oppositori e uso politico della pena capitale.

La promessa rivoluzionaria deve essere giudicata anche dai suoi risultati.

E mentre Teheran impicca, Beirut abolisce la pena capitale

Il confronto con quanto accaduto l’11 agosto 2026 in Libano è simbolicamente enorme.

Il Parlamento libanese ha votato l’abolizione della pena di morte, sostituendola con l’ergastolo.

Il Libano non effettuava un’esecuzione dal 2004, quindi viveva già da oltre vent’anni sotto una moratoria di fatto.

Ora quella moratoria è diventata una scelta legislativa.

È particolarmente significativo che il blocco parlamentare di Hezbollah si sia opposto all’abolizione, secondo quanto riportato da Associated Press.

Mentre un paese arabo segnato da guerre civili, terrorismo, instabilità politica e tensioni confessionali decide che lo Stato può proteggersi senza togliere definitivamente la vita a un condannato, l’Iran continua invece a utilizzare la pena capitale su una scala enorme.

Il contrasto è difficile da ignorare.

La parola “resistenza” non può cancellare le vittime iraniane

Per anni una parte del dibattito politico occidentale ha raccontato l’Iran quasi esclusivamente attraverso la lente geopolitica.

Iran contro Stati Uniti.

Iran contro Israele.

Iran contro l’Occidente.

Iran come centro dell’“Asse della Resistenza”.

Ma questa rappresentazione cancella troppo facilmente un protagonista fondamentale:

il popolo iraniano.

Gli iraniani non sono semplicemente pedine di una partita fra Washington, Tel Aviv e Teheran.

Sono cittadini con diritti propri.

Una donna che protesta contro il governo non perde i propri diritti perché gli Stati Uniti applicano sanzioni all’Iran.

Un ragazzo arrestato durante una manifestazione non diventa automaticamente agente israeliano.

Un oppositore politico non può essere trasformato in una non-persona soltanto perché il regime utilizza il linguaggio della resistenza antimperialista.

È possibile criticare contemporaneamente le politiche degli Stati Uniti, le operazioni israeliane e la repressione della Repubblica Islamica.

Non esiste alcuna legge morale secondo cui denunciare una potenza straniera obblighi a chiudere gli occhi davanti alle forche iraniane.

Oltre 2.500 morti che non possono essere nascosti dietro uno slogan

I numeri disponibili delineano un quadro impressionante.

2025: almeno 1.639 esecuzioni.

2026: centinaia di ulteriori esecuzioni già denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani.

Nel complesso, utilizzando i dati comunicati dalle diverse organizzazioni citate, si supera la soglia delle 2.500 esecuzioni dall’inizio del 2025.

Sono cifre che richiedono cautela metodologica perché provengono da monitoraggi indipendenti differenti e perché Teheran non pubblica un database completo e trasparente delle esecuzioni.

Ma proprio questa mancanza di trasparenza rende ancora più importante il lavoro delle organizzazioni che cercano di documentarle.

Non siamo davanti a qualche caso isolato.

Siamo davanti a una politica penale che utilizza la morte con una frequenza eccezionale.

Il vero volto di una dittatura non si vede nei suoi discorsi internazionali

Un regime non deve essere giudicato soltanto dai nemici che sceglie.

Deve essere giudicato soprattutto da come tratta i propri cittadini quando questi gli dicono di no.

È relativamente facile proclamarsi “resistenti” davanti alle telecamere.

Molto più difficile è accettare una stampa realmente libera, un’opposizione organizzata, manifestazioni contro il governo, tribunali pienamente indipendenti e processi nei quali l’accusato disponga di garanzie effettive.

È lì che si misura la libertà.

Non negli slogan contro Washington.

Non nelle bandiere bruciate.

Non nei proclami rivoluzionari.

Ma nel diritto di un cittadino iraniano di contestare chi governa senza temere che una manifestazione possa diventare il primo passo verso una cella, un processo accelerato e, nel peggiore dei casi, una corda.

Le forche non sono “resistenza”

Si può discutere per giorni di imperialismo, sanzioni, Israele, Stati Uniti, NATO e Medio Oriente.

Niente di tutto questo cancella 1.639 esecuzioni documentate nel 2025.

Niente cancella le denunce di Amnesty sui manifestanti condannati a morte.

Niente cancella i processi denunciati come gravemente iniqui.

Niente cancella le persone che oggi aspettano di sapere se la sentenza definitiva significherà trascorrere la vita in prigione oppure essere portate al patibolo.

La Repubblica Islamica vuole presentarsi al mondo come la grande potenza della “resistenza”.

Ma esiste anche un’altra resistenza, infinitamente meno celebrata:

quella degli iraniani che chiedono libertà politica, diritti delle donne, pluralismo, giustizia indipendente e fine della repressione.

Sono loro che pagano il prezzo più alto.

E davanti a oltre 2.500 esecuzioni documentate o denunciate dall’inizio del 2025, chiamare tutto questo semplicemente “difesa della rivoluzione” significa rifiutarsi di guardare ciò che quella rivoluzione è diventata.

Uno Stato che ha bisogno della forca per difendersi dai propri cittadini non sta dimostrando la propria forza.

Sta mostrando quanto teme che quei cittadini smettano di avere paura.


Fonti e approfondimenti

Iran Human Rights – Annual Report on the Death Penalty in Iran 2025
Rapporto completo IHRNGO 2025

Iran Human Rights – archivio dei rapporti
Reports – Iran Human Rights

Amnesty International – Protesters and dissidents at risk of execution, 21 maggio 2026
Rapporto Amnesty International sull’Iran

Amnesty International – Children among people facing uprising-related death penalty, 19 febbraio 2026
Rapporto Amnesty sulle condanne legate alle proteste

Reuters – Il Libano abolisce la pena di morte, 11 agosto 2026
Lebanon abolishes death penalty

Associated Press – voto storico del Parlamento libanese
Lebanon abolishes death penalty in landmark parliament vote

Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran
Abdorrahman Boroumand Center

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