Il mistero della controinformazione italiana: dall’antiamericanismo ideologico all’ombra del nuovo totalitarismo tecnocratico

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Negli ultimi anni il panorama della cosiddetta “controinformazione italiana” si è trasformato profondamente. Quello che un tempo appariva come un universo eterogeneo di ricercatori indipendenti, giornalisti alternativi, dissidenti culturali e analisti critici, oggi sembra sempre più assumere le caratteristiche di un ecosistema ideologicamente uniforme, spesso dominato da narrazioni rigidamente antioccidentali, antiamericane e visceralmente anti-trumpiane.

Dietro la retorica dell’“antiimperialismo” si intravede però una contraddizione sempre più evidente: molti ambienti che si dichiarano contro il globalismo finiscono per sostenere, giustificare o minimizzare modelli di potere estremamente centralizzati, autoritari e tecnocratici, in particolare quello cinese.

La questione quindi non riguarda soltanto la geopolitica. Riguarda qualcosa di più profondo:

la trasformazione del dissenso in un nuovo strumento di ingegneria politica e culturale.


La nascita della controinformazione italiana moderna

Per capire il presente bisogna tornare indietro nel tempo.

La controinformazione italiana contemporanea nasce da diverse correnti storiche:

  • marxismo culturale;
  • sinistra extraparlamentare;
  • operaismo;
  • movimenti antagonisti;
  • post-comunismo;
  • ambienti no-global;
  • pacifismo radicale;
  • antiamericanismo ideologico.

Negli anni Sessanta e Settanta, gran parte della sinistra italiana vedeva negli Stati Uniti il simbolo assoluto:

  • del capitalismo;
  • dell’imperialismo;
  • del dominio finanziario;
  • dell’egemonia culturale occidentale.
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Questa impostazione ideologica ha continuato a sopravvivere anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

L’URSS è caduta.

Il marxismo classico si è indebolito.

Ma l’antiamericanismo culturale è rimasto.

Ed è diventato la struttura psicologica permanente di gran parte della controinformazione italiana.


Dall’antiamericanismo all’antioccidentalismo totale

Negli ultimi vent’anni la critica agli Stati Uniti si è progressivamente trasformata in una critica più ampia all’intera civiltà occidentale.

Molti ambienti della controinformazione hanno iniziato a considerare:

  • la democrazia liberale;
  • il parlamentarismo;
  • il libero mercato;
  • l’atlantismo;
  • il pluralismo occidentale;

come elementi da abbattere o superare.

La parola chiave è diventata:

“multipolarismo”.

Ma dietro questa parola si nascondono spesso visioni molto differenti tra loro.

Per alcuni il multipolarismo significa equilibrio geopolitico.

Per altri significa semplicemente sostituire l’egemonia americana con nuove sfere di influenza autoritarie.


L’anti-trumpismo ossessivo della controinformazione italiana

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto con Donald Trump.

Trump è stato probabilmente uno dei presidenti americani più osteggiati dalla controinformazione italiana, nonostante molte sue posizioni fossero teoricamente compatibili con la critica al globalismo.

Trump infatti attaccò apertamente:

  • le delocalizzazioni industriali;
  • il potere delle multinazionali;
  • gli accordi commerciali globali;
  • la dipendenza economica dalla Cina;
  • l’ideologia globalista;
  • parte dell’apparato tecnocratico internazionale.
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Eppure gran parte della controinformazione italiana ha continuato a descriverlo come:

  • fascista;
  • imperialista;
  • burattino del capitalismo;
  • espressione del potere americano.

Perché?

La risposta probabilmente non è soltanto geopolitica.

È culturale e ideologica.

Trump rappresentava infatti:

  • il ritorno dello Stato-nazione;
  • il populismo identitario;
  • il patriottismo occidentale;
  • il conservatorismo tradizionale;
  • il rigetto del progressismo globalista.

Tutti elementi incompatibili con la matrice culturale di una parte della sinistra radicale italiana.

Ed è qui che emerge il paradosso.

Molti ambienti che dichiarano di combattere il globalismo finiscono per attaccare proprio le figure che criticano apertamente le strutture globaliste occidentali.


Il doppio standard verso la Cina

Qui emerge una delle contraddizioni più evidenti della controinformazione contemporanea.

L’Occidente viene costantemente accusato di:

  • imperialismo;
  • colonialismo;
  • sfruttamento economico;
  • controllo finanziario;
  • propaganda.

Ma quando si parla della Cina il linguaggio cambia improvvisamente.

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La Cina viene spesso descritta come:

  • alternativa multipolare;
  • baluardo antiamericano;
  • modello efficiente;
  • potenza anti-globalista.

Eppure la realtà è molto più complessa.

La Cina contemporanea rappresenta probabilmente il sistema più avanzato di integrazione tra:

  • capitalismo;
  • controllo statale;
  • sorveglianza digitale;
  • intelligenza artificiale;
  • tecnocrazia;
  • pianificazione centralizzata.

Il Partito Comunista Cinese controlla:

  • informazione;
  • banche;
  • piattaforme digitali;
  • sistemi di pagamento;
  • infrastrutture tecnologiche;
  • sorveglianza urbana.

Il famoso “credito sociale” cinese è diventato il simbolo di questa nuova forma di governance algoritmica.

Eppure molti ambienti della controinformazione minimizzano questi aspetti.

Perché?

Perché l’antiamericanismo ideologico porta spesso a considerare automaticamente “positivo” qualunque antagonista geopolitico degli Stati Uniti.


L’illusione del multipolarismo salvifico

Una parte significativa della controinformazione italiana sostiene che il mondo multipolare rappresenti automaticamente:

  • libertà;
  • emancipazione;
  • fine del globalismo.

Ma questa visione ignora una realtà fondamentale:

anche le potenze non occidentali possono sviluppare forme di imperialismo.

La Belt and Road Initiative cinese ne è un esempio.

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Attraverso investimenti infrastrutturali globali, Pechino ha costruito una rete di influenza economica e strategica che coinvolge:

  • Africa;
  • Asia;
  • Europa;
  • America Latina;
  • Medio Oriente.

Molti analisti parlano ormai apertamente di:

  • imperialismo economico;
  • dipendenza finanziaria;
  • espansione geopolitica cinese.

Ma nella controinformazione italiana questi temi vengono spesso trattati superficialmente oppure ignorati completamente.


Il fascino psicologico del totalitarismo efficiente

Uno degli aspetti più inquietanti riguarda il fascino che il modello cinese esercita su certi ambienti ideologici occidentali.

La Cina appare come:

  • ordinata;
  • disciplinata;
  • tecnologicamente avanzata;
  • centralizzata;
  • capace di pianificare.
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In una fase storica caratterizzata da caos politico, crisi economiche e perdita di fiducia nelle istituzioni occidentali, il modello tecnocratico cinese viene percepito da alcuni come una soluzione efficiente.

Ma questa efficienza si fonda su:

  • controllo sociale;
  • censura;
  • repressione del dissenso;
  • monitoraggio permanente;
  • subordinazione dell’individuo allo Stato.

Il rischio è quindi enorme:

trasformare il desiderio di ordine in accettazione del totalitarismo.


Fabianesimo, Gramsci e conquista culturale

Per comprendere queste trasformazioni bisogna tornare al concetto di egemonia culturale.

La Fabian Society sviluppò l’idea della trasformazione graduale della società attraverso:

  • educazione;
  • media;
  • università;
  • cultura;
  • infiltrazione istituzionale.
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Antonio Gramsci elaborò concetti molto simili riguardo al controllo culturale come strumento di potere.

La battaglia politica moderna non si combatte soltanto nelle urne.

Si combatte soprattutto:

  • nei media;
  • nei social network;
  • nella narrazione;
  • nella percezione collettiva;
  • nella manipolazione simbolica.

Ed è proprio qui che la controinformazione contemporanea assume un ruolo decisivo.


Il dissenso controllato

Uno degli scenari più delicati è la possibilità che il dissenso stesso venga trasformato in strumento di controllo.

Le moderne strategie di “cognitive warfare” studiano proprio:

  • polarizzazione;
  • manipolazione emotiva;
  • radicalizzazione;
  • gestione psicologica delle masse.
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La controinformazione spesso:

  • crea comunità identitarie chiuse;
  • alimenta rabbia continua;
  • costruisce nemici assoluti;
  • trasforma il dissenso in appartenenza ideologica.

In questo modo il dissenso rischia di non essere più ricerca della verità.

Diventa invece:

  • tifoseria;
  • tribalismo;
  • radicalizzazione permanente.

Il nuovo totalitarismo tecnocratico

La vera questione del XXI secolo probabilmente non sarà più:

  • capitalismo contro comunismo;
  • destra contro sinistra.

Ma:

libertà individuale contro governance tecnocratica centralizzata.

Ed è qui che molte contraddizioni della controinformazione emergono con maggiore forza.

Molti ambienti che si dichiarano contro il sistema sembrano in realtà simpatizzare per modelli:

  • ultra-centralizzati;
  • tecnocratici;
  • collettivisti;
  • digitalmente controllati.

La Cina diventa allora non soltanto un alleato geopolitico simbolico, ma una sorta di laboratorio del futuro.

Un futuro dove:

  • Stato;
  • tecnologia;
  • finanza;
  • dati;
  • sorveglianza;

si fondono in un unico sistema di controllo.


Conclusione

La controinformazione italiana contemporanea appare attraversata da profonde ambiguità.

Dietro l’antioccidentalismo, l’antiamericanismo e l’anti-trumpismo automatico si intravede spesso una matrice ideologica ancora profondamente legata:

  • al collettivismo;
  • al marxismo culturale;
  • al progressismo tecnocratico;
  • all’idea di pianificazione sociale.

Il rischio più grande è che il dissenso venga nuovamente utilizzato per guidare le masse verso nuove forme di centralizzazione del potere.

Il problema quindi non è soltanto chi governa.

Ma:

quale modello di civiltà si sta costruendo.

Perché un mondo apparentemente “anti-globalista” potrebbe semplicemente trasformarsi in qualcosa di ancora più centralizzato, tecnologico e autoritario.

E forse la vera sfida del futuro sarà proprio questa:

distinguere la ricerca autentica della libertà dalle nuove maschere del controllo globale.


Fonti e approfondimenti

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