Anatomia di una rete di potere tra Soros, intelligence americana e continuità dello Stato profondo
Negli ultimi anni il dibattito pubblico occidentale ha utilizzato l’espressione “deep state” quasi esclusivamente in due modi:
- come slogan politico semplificato;
- oppure come etichetta liquidatoria usata dai media per screditare qualsiasi critica agli apparati permanenti di potere.
Eppure, al di là della propaganda reciproca, esiste un dato concreto difficilmente contestabile:
nelle democrazie occidentali moderne si è consolidata una rete stabile composta da:
- ex funzionari governativi,
- intelligence,
- think tank,
- grandi fondazioni private,
- contractor militari,
- media strategici,
- lobby transnazionali.
Questa rete non governa ufficialmente.
Ma influenza profondamente:
- la politica estera,
- la sicurezza nazionale,
- la produzione narrativa,
- la selezione delle élite,
- la continuità amministrativa.
Uno dei casi più emblematici di questa trasformazione è rappresentato da National Security Action, organizzazione creata durante la presidenza Trump e divenuta in pochi anni un vero hub di reclutamento per l’amministrazione Biden.
La crisi dell’establishment americano dopo il 2016
Per comprendere National Security Action bisogna partire dal trauma politico rappresentato dall’elezione di Donald Trump.
Per la prima volta dagli anni della Guerra Fredda, una figura estranea ai grandi circuiti dell’establishment conquistava la Casa Bianca senza il sostegno:
- dell’apparato diplomatico tradizionale;
- dei grandi network mediatici;
- dell’intelligence;
- dei think tank atlantisti;
- della Silicon Valley;
- della burocrazia federale permanente.
Trump non era percepito soltanto come un presidente sgradito.
Era percepito come una variabile incontrollabile.
La sua retorica contro:
- NATO,
- globalizzazione,
- guerre infinite,
- accordi multilaterali,
- apparati federali,
veniva interpretata come una minaccia sistemica all’ordine geopolitico costruito dopo il 1991.
Da quel momento una parte dell’apparato americano iniziò a muoversi non più come semplice opposizione politica, ma come struttura di contenimento.
Rosa Brooks e la legittimazione della crisi permanente
Dieci giorni dopo l’insediamento di Trump, Rosa Brooks — ex funzionaria del Pentagono durante l’amministrazione Obama — pubblicò un articolo su Foreign Policy dal titolo estremamente controverso.
L’articolo ipotizzava apertamente scenari straordinari per rimuovere Trump dal potere, compresa l’eventualità di:
- interventi istituzionali eccezionali;
- crisi costituzionali;
- ruolo attivo dei militari nel contenimento presidenziale.
L’aspetto interessante non è soltanto il contenuto.
È la reazione mediatica.
Un’ipotesi del genere, se formulata da ambienti conservatori contro un presidente democratico, sarebbe stata probabilmente descritta come:
- sediziosa,
- antidemocratica,
- estremista.
Nel caso Brooks, invece, fu trattata come riflessione accademica legittima.
Questo episodio segna un passaggio fondamentale:
la normalizzazione dell’idea secondo cui apparati non eletti possano intervenire quando il risultato democratico viene considerato “pericoloso”.
La nascita di National Security Action
Nel 2018 prende forma National Security Action.
Formalmente:
- un’organizzazione no-profit;
- una piattaforma di coordinamento strategico;
- un gruppo di policy per la sicurezza nazionale.
Nella sostanza:
un centro di aggregazione dell’establishment securitario anti-Trump.
Il dato più rilevante riguarda la composizione.
L’organizzazione raccolse oltre 70 ex funzionari legati all’era Obama:
- CIA,
- NSA,
- Dipartimento di Stato,
- Pentagono,
- intelligence militare,
- National Security Council.
Secondo diverse ricostruzioni:
- l’88,6% dei membri proveniva direttamente dall’amministrazione Obama;
- 46 di loro entrarono successivamente nell’amministrazione Biden.
Non si tratta di semplici consulenti.
Parliamo di figure che avrebbero occupato ruoli centrali:
- Segretario di Stato,
- Direttore CIA,
- Direttore dell’Intelligence Nazionale,
- ambasciatori ONU,
- vertici diplomatici e strategici.
National Security Action appare quindi non come un semplice think tank, ma come:
- struttura di continuità amministrativa;
- incubatore di personale governativo;
- rete di coordinamento ideologico;
- infrastruttura di transizione del potere.
Soros e l’Open Society: il finanziamento dell’apparato
Uno degli elementi più significativi riguarda il finanziamento.
Tra i principali sostenitori dell’organizzazione compare l’Open Society Foundations, rete globale fondata da George Soros.
Soros viene spesso rappresentato in modo semplicistico:
- per alcuni è un filantropo democratico;
- per altri una figura quasi mitologica del complottismo globale.
La realtà è più complessa.
Attraverso le Open Society Foundations, Soros ha costruito una delle più vaste infrastrutture di influenza politica del pianeta:
- ONG,
- media,
- università,
- attivismo giudiziario,
- campagne legislative,
- programmi di governance internazionale.
Nel caso National Security Action il punto critico non è il semplice finanziamento politico.
È la fusione crescente tra:
- capitale privato,
- sicurezza nazionale,
- intelligence,
- selezione delle élite governative.
Quando fondazioni private finanziano reti che successivamente occupano i vertici dello Stato, il confine tra società civile e potere governativo diventa estremamente opaco.
Il ruolo di New America
Rosa Brooks trascorse inoltre oltre 14 anni presso New America, think tank estremamente influente nell’universo liberal-interventista americano.
New America rappresenta perfettamente la nuova forma del potere tecnocratico occidentale:
- formalmente indipendente;
- sostanzialmente integrato con apparati statali, Big Tech e fondazioni private.
I think tank moderni non producono soltanto analisi.
Producono:
- linguaggio politico;
- narrative strategiche;
- selezione del personale;
- linee guida mediatiche;
- consenso ideologico.
In pratica, diventano fabbriche della realtà politica.
Transition Integrity Project
Simulare il caos per preparare il consenso
Nel 2020 Rosa Brooks partecipò anche alla fondazione del Transition Integrity Project.
Il progetto simulava scenari di:
- elezioni contestate;
- rifiuto dei risultati;
- crisi costituzionali;
- scontri civili.
Formalmente si trattava di esercitazioni democratiche preventive.
Ma qui emerge un meccanismo sociopolitico fondamentale.
Quando:
- media,
- think tank,
- intelligence,
- università,
- ex funzionari governativi
iniziano contemporaneamente a discutere di uno stesso scenario catastrofico, si produce un effetto psicologico preciso:
la normalizzazione dell’eccezione.
La popolazione viene gradualmente preparata all’idea che:
- le normali procedure democratiche potrebbero non bastare;
- misure straordinarie potrebbero diventare necessarie;
- gli apparati permanenti debbano intervenire per “salvare la democrazia”.
È un meccanismo antico:
la costruzione preventiva del consenso emergenziale.
La mutazione dello Stato occidentale
Il caso National Security Action rivela qualcosa di più profondo rispetto alla semplice opposizione a Trump.
Mostra la trasformazione dello Stato contemporaneo.
Nel XX secolo il potere era relativamente distinguibile:
- governo,
- esercito,
- stampa,
- finanza,
- università.
Oggi questi confini si stanno dissolvendo.
Emergono reti ibride dove:
- ex intelligence lavorano nei media;
- fondazioni private finanziano strutture governative indirette;
- Big Tech collabora con apparati di sicurezza;
- think tank producono personale politico;
- ONG partecipano alla gestione geopolitica.
La sovranità non scompare.
Si frammenta in reti.
Il problema democratico
La questione centrale non è stabilire se Trump avesse ragione o torto.
Il problema è un altro:
chi controlla realmente gli apparati permanenti?
Perché se:
- intelligence,
- burocrazia federale,
- fondazioni private,
- media strategici,
- piattaforme digitali,
- think tank
agiscono simultaneamente nella stessa direzione politica, il rischio è la nascita di una democrazia puramente procedurale.
Le elezioni continuano a esistere.
Ma i limiti del possibile vengono definiti altrove.
Chi esce da quei limiti viene automaticamente classificato come:
- estremista,
- populista,
- destabilizzante,
- minaccia sistemica.
National Security Action come simbolo storico
National Security Action non è importante soltanto per i suoi membri o finanziatori.
È importante perché rappresenta simbolicamente:
- la fusione tra Stato e governance privata;
- la tecnocratizzazione della politica;
- la continuità del potere oltre il voto;
- la crescita delle reti permanenti transnazionali.
È il sintomo di una trasformazione storica più ampia:
il passaggio dalla democrazia rappresentativa classica a sistemi di gestione politico-tecnocratica sempre più impermeabili alla volontà popolare.
Ed è forse proprio questa la vera questione del XXI secolo:
non se esista un “deep state” nel senso caricaturale del termine, ma quanto spazio democratico rimanga realmente all’interno di apparati sempre più autonomi dal controllo elettorale.
Documenti e riferimenti
Documenti principali
- Foreign Policy – articolo di Rosa Brooks
- Open Society Foundations
- New America
- Transition Integrity Project (archivio)
- National Security Action (archivio)

