Introduzione: la metamorfosi della controinformazione
Negli ultimi anni, una parte crescente della cosiddetta controinformazione europea ha attraversato una trasformazione ideologica tanto radicale quanto contraddittoria. Nata come spazio critico nei confronti del globalismo finanziario occidentale, della tecnocrazia sovranazionale e dell’omologazione culturale imposta dalle grandi istituzioni transnazionali, essa si è progressivamente convertita — in molti casi inconsapevolmente — in un vettore di propaganda indiretta per nuovi poli di potere emergenti, in particolare per il modello geopolitico cinese.
Quello che fino a pochi anni fa veniva denunciato come:
- capitalismo oligarchico;
- controllo digitale;
- fusione tra Stato e grandi corporation;
- sorveglianza algoritmica;
- centralizzazione del potere;
- manipolazione mediatica;
- limitazione delle libertà individuali;
oggi viene improvvisamente reinterpretato come “efficienza”, “ordine”, “sovranità” o persino “resistenza anti-globalista”, purché tali dinamiche provengano da Pechino invece che da Washington, Bruxelles o Davos.
Il risultato è un evidente cortocircuito ideologico: una parte della controinformazione contemporanea sembra aver smesso di analizzare i meccanismi del potere per limitarsi a scegliere quale potere sostenere.
Il mito della “Cina anti-globalista”
Una delle narrazioni più diffuse negli ambienti alternativi consiste nel presentare la Cina come un baluardo contro il mondialismo occidentale, quasi fosse una forza antagonista rispetto alle élite finanziarie globali.
Ma questa rappresentazione ignora un fatto essenziale: la Cina contemporanea non è affatto esterna alla globalizzazione. Ne costituisce uno dei pilastri centrali.
La Repubblica Popolare Cinese è oggi:
- il principale hub manifatturiero del pianeta;
- uno dei maggiori attori del commercio globale;
- uno dei centri strategici delle catene produttive mondiali;
- uno dei più grandi beneficiari della delocalizzazione industriale occidentale.
Per decenni, le grandi multinazionali occidentali hanno trasferito produzione, tecnologia e capitale verso il territorio cinese, contribuendo direttamente all’espansione economica di Pechino.
L’ascesa cinese non è avvenuta “contro” il sistema globale.
È avvenuta dentro il sistema globale.
La stessa architettura della globalizzazione neoliberale ha favorito la crescita della Cina come elemento funzionale a una ristrutturazione dell’economia mondiale basata su:
- concentrazione produttiva;
- dipendenza industriale;
- interconnessione finanziaria;
- controllo tecnologico;
- centralizzazione logistica.
Confondere multipolarismo con libertà rappresenta quindi uno degli errori più frequenti dell’attuale controinformazione.
Un mondo multipolare non è automaticamente un mondo libero.
Può semplicemente essere un mondo dominato da più centri di potere concorrenti.
Dalla critica del controllo sociale all’adorazione della tecnocrazia
Uno degli aspetti più paradossali della controinformazione contemporanea è la crescente fascinazione verso il modello cinese di governance.
Gli stessi ambienti che denunciavano:
- il tracciamento digitale;
- la censura online;
- il controllo algoritmico;
- l’integrazione tra Big Tech e apparati statali;
- il credito sociale;
- la limitazione della libertà d’espressione;
oggi tendono spesso a minimizzare tali dinamiche quando associate alla Cina.
Eppure il modello cinese rappresenta una delle forme più avanzate di capitalismo tecnocratico esistenti.
Si tratta di un sistema nel quale:
- la sorveglianza digitale è profondamente integrata nella gestione sociale;
- lo Stato mantiene un forte controllo politico;
- i grandi conglomerati tecnologici collaborano con l’apparato governativo;
- il monitoraggio dei comportamenti individuali assume una dimensione strutturale.
La retorica anti-occidentale diventa così una scorciatoia emotiva che porta alcuni settori della controinformazione a giustificare qualunque modello autoritario purché si opponga geopoliticamente agli Stati Uniti o all’Unione Europea.
Ma sostituire un’egemonia con un’altra non significa superare l’egemonia.
L’ambiguità geopolitica sul mondo islamico
Uno dei temi più delicati e spesso manipolati riguarda il rapporto tra la Cina e il mondo islamico.
Sul piano interno, Pechino è stata accusata da numerose organizzazioni internazionali di aver adottato politiche estremamente dure nei confronti della minoranza uigura nello Xinjiang, incluse restrizioni religiose, sistemi di sorveglianza e programmi di assimilazione culturale. Il governo cinese respinge molte di queste accuse sostenendo di combattere separatismo ed estremismo.
Parallelamente, sul piano internazionale, la Cina intrattiene relazioni strategiche ed economiche con numerosi Paesi islamici attraverso:
- accordi energetici;
- investimenti infrastrutturali;
- cooperazione commerciale;
- progetti collegati alla Belt and Road Initiative.
Questa apparente contraddizione viene interpretata da alcuni osservatori come una strategia puramente pragmatica: repressione interna di ogni potenziale fattore destabilizzante e contemporaneo utilizzo esterno delle relazioni economiche come leva geopolitica.
Tuttavia, è fondamentale evitare semplificazioni ideologiche.
L’Islam europeo non costituisce un blocco monolitico né un unico progetto geopolitico coordinato. Ridurre fenomeni complessi a una regia unica rischia di trasformare l’analisi geopolitica in propaganda emotiva.
La colonizzazione economica silenziosa
Mentre l’opinione pubblica resta intrappolata in guerre culturali e polarizzazioni mediatiche, il controllo economico dei settori strategici continua a espandersi.
Porti, telecomunicazioni, energia, logistica e infrastrutture rappresentano oggi il vero terreno della competizione geopolitica globale.
La Cina, attraverso investimenti e acquisizioni mirate, ha consolidato la propria presenza economica in Europa, approfittando spesso della debolezza industriale e politica delle nazioni europee.
Ma attribuire tutto esclusivamente a Pechino significherebbe ignorare la responsabilità delle stesse élite occidentali.
Per oltre trent’anni:
- le delocalizzazioni sono state incentivate;
- la deregulation è stata promossa;
- la sovranità economica nazionale è stata progressivamente smantellata;
- la dipendenza industriale è stata considerata inevitabile;
- la finanziarizzazione dell’economia è stata elevata a dogma.
L’ascesa cinese è stata resa possibile anche dalla collaborazione delle grandi élite economiche occidentali, che hanno tratto enormi vantaggi dalla trasformazione globale delle catene produttive.
La retorica dello scontro totale tra Occidente e Cina spesso nasconde un’interdipendenza molto più profonda.
Il ruolo ambiguo della controinformazione
La vera domanda diventa allora un’altra:
perché una parte della controinformazione sembra oggi disposta a sostituire una forma di dominio con un’altra?
La risposta potrebbe trovarsi nella trasformazione psicologica dell’opposizione contemporanea.
Molti ambienti alternativi non cercano più coerenza ideologica, ma semplicemente un antagonista dell’Occidente.
Nasce così una dinamica binaria estremamente pericolosa:
- se Washington è corrotta, allora Pechino deve essere virtuosa;
- se Bruxelles è tecnocratica, allora il centralismo cinese viene reinterpretato come efficienza;
- se Davos rappresenta il globalismo occidentale, allora ogni polo geopolitico rivale diventa automaticamente “resistente”.
Ma questa logica non produce pensiero critico.
Produce semplicemente nuove tifoserie ideologiche.
E soprattutto impedisce di riconoscere come molte delle strutture denunciate in Occidente siano presenti anche altrove:
- concentrazione del potere;
- tecnocrazia;
- controllo digitale;
- capitalismo oligarchico;
- subordinazione della politica ai grandi conglomerati economici.
Cambiano i simboli.
Non necessariamente cambia il paradigma.
Il nuovo conformismo “anti-occidentale”
Esiste oggi una forma di conformismo alternativo che si presenta come ribellione ma che spesso finisce per replicare propagande speculari.
In questo ecosistema:
- ogni critica alla Cina viene etichettata automaticamente come propaganda NATO;
- ogni dubbio sul modello asiatico viene interpretato come occidentalismo;
- ogni analisi indipendente viene ridotta a semplice schieramento geopolitico.
Il risultato è la dissoluzione del pensiero critico.
La controinformazione, nata teoricamente per smascherare le narrative di potere, rischia così di trasformarsi in uno strumento di nuove narrative egemoniche provenienti da altri centri geopolitici.
Oltre il bipolarismo propagandistico
La vera alternativa non consiste nello scegliere quale impero debba dominare il XXI secolo.
Non consiste nel sostituire l’unipolarismo americano con un tecnocapitalismo asiatico.
Non consiste nel passare da Davos a Pechino mantenendo intatta la stessa struttura verticale del potere.
Una critica autentica dovrebbe mantenere la stessa distanza critica verso:
- oligarchie finanziarie occidentali;
- sistemi tecnocratici orientali;
- modelli di sorveglianza digitale;
- concentrazioni monopolistiche;
- manipolazioni mediatiche;
- centralizzazione del potere economico e tecnologico.
Perché il problema non riguarda soltanto chi controlla il sistema.
Il problema è il sistema stesso quando riduce individui, culture e nazioni a semplici ingranaggi di una macchina economica globale dominata dalla tecnocrazia e dalla concentrazione del potere.
Ed è proprio qui che una parte della controinformazione sembra essersi smarrita: nel momento in cui, pur dichiarandosi anti-sistema, finisce per sostenere altri modelli di dominio, illudendosi che il colore geopolitico dell’egemonia possa cambiarne la natura profonda.
Fonti e approfondimenti
- World Economic Forum
- Belt and Road Initiative overview – Council on Foreign Relations
- Amnesty International – Xinjiang and Uyghurs
- Human Rights Watch – China reports
- Brookings Institution – China and global governance
- Council on Foreign Relations – China strategy and geopolitics
- OECD – Globalisation and supply chains

