Saggio di analisi geopolitica e geostrategica alla luce del realismo classico e strutturale




Introduzione
Nel lessico del realismo geopolitico, gli Stati non agiscono in base a valori morali o ideologici, ma in funzione di potere, sicurezza e sopravvivenza. Applicare questa chiave di lettura all’Iran significa liberarsi sia della propaganda occidentale sia della retorica rivoluzionaria islamica, per analizzare ciò che l’Iran è realmente: una potenza regionale strutturalmente vincolata da un sistema di governance che ne limita il pieno dispiegamento strategico.
Questo saggio analizza:
- il ruolo geopolitico naturale dell’Iran nel sistema eurasiatico
- il regime teocratico come anomalia strategica
- le responsabilità storiche dell’ingegneria imperiale britannica
- le implicazioni di una transizione verso una governance non religiosa
alla luce delle teorie di Halford Mackinder, Zbigniew Brzezinski e John Mearsheimer.
1. L’Iran nella teoria del Heartland (Mackinder)


Secondo la teoria del Heartland, formulata da Mackinder, il controllo dell’Eurasia determina l’equilibrio del potere mondiale. In questo schema, l’Iran occupa una posizione cruciale:
- cerniera geopolitica tra Medio Oriente, Asia Centrale e Subcontinente indiano
- accesso simultaneo a Mar Caspio e Golfo Persico
- profondità strategica territoriale, energetica e demografica
Nella logica mackinderiana, l’Iran è un perno continentale, non una periferia.
Uno Stato iraniano laico, nazionale e stabile rafforzerebbe l’integrazione eurasiatica; uno Stato ideologico e conflittuale, al contrario, serve a impedire la coesione del Heartland — obiettivo storico delle potenze marittime.
La teocrazia iraniana non è dunque un’anomalia casuale, ma un fattore geopoliticamente utile alla frammentazione dell’Eurasia.
2. Brzezinski e la gestione del caos controllato



Nel suo The Grand Chessboard, Brzezinski individua il Medio Oriente come area da mantenere instabile ma governabile, affinché nessuna potenza regionale emerga come polo autonomo.
L’Iran teocratico svolge perfettamente questa funzione:
- giustifica la presenza militare occidentale nel Golfo
- alimenta il conflitto settario sunniti/sciiti
- impedisce alle élite europee e asiatiche di normalizzare i rapporti con Teheran
Un Iran laico e razionale sarebbe un incubo strategico per la logica brzezinskiana:
troppo grande per essere contenuto facilmente, troppo stabile per essere manipolato attraverso crisi permanenti.
3. Mearsheimer e il realismo offensivo: il paradosso iraniano



Secondo il realismo offensivo di Mearsheimer, gli Stati razionali cercano di massimizzare il proprio potere regionale. L’Iran, pur avendone i mezzi, adotta una strategia sub-ottimale:
- investe in proxy militari invece che in egemonia economica
- privilegia il conflitto ideologico rispetto alla cooperazione selettiva
- accetta sanzioni strutturali che riducono la sua capacità di proiezione
Dal punto di vista realistico, la teocrazia rappresenta un vincolo autoimposto che impedisce all’Iran di diventare un egemone regionale pienamente riconosciuto.
4. La distruzione dell’alternativa laica: Mossadegh e il trauma coloniale


Nel 1951, Mohammad Mossadegh incarnò un progetto perfettamente compatibile con il realismo geopolitico:
- sovranità economica
- Stato nazionale laico
- non-allineamento strategico
La reazione britannica culminò nel colpo di Stato del 1953, orchestrato per difendere gli interessi della Anglo-Iranian Oil Company.
L’eliminazione delle élite laiche creò un vuoto riempito dal clero sciita, unica struttura rimasta autonoma.
L’islamismo radicale non nasce come rigetto dell’Occidente, ma come effetto collaterale della repressione del nazionalismo laico.
5. Khomeini e l’uso geopolitico dell’ideologia



Ruhollah Khomeini trasformò il risentimento popolare in un sistema teocratico che:
- sacralizzò il conflitto
- istituzionalizzò l’ostilità permanente
- sostituì l’interesse nazionale con una missione ideologica
Dal punto di vista realistico, ciò ha prodotto uno Stato prevedibilmente imprevedibile, facilmente isolabile e manipolabile sul piano internazionale.
6. La teocrazia come moltiplicatore di instabilità regionale



La proiezione iraniana tramite attori non statali non rappresenta una vera egemonia, ma una strategia di compensazione:
- Hezbollah in Libano
- milizie sciite in Iraq
- Houthi nello Yemen
Questa rete produce instabilità cronica senza generare ordine, violando il principio realistico secondo cui il potere deve creare strutture stabili per essere duraturo.
7. I benefici sistemici di una governance non religiosa
Per l’Iran
- recupero di razionalità strategica
- fine della guerra economica permanente
- attrazione di capitale e tecnologia
- trasformazione da Stato rivoluzionario a potenza ordinatrice
Per il Medio Oriente
- riduzione del settarismo come strumento geopolitico
- riequilibrio tra Stati e non-Stati
- maggiore prevedibilità strategica
Per l’Eurasia
- integrazione del corridoio energetico e commerciale
- riduzione della capacità di interferenza delle potenze marittime
- rafforzamento del Heartland mackinderiano
Conclusione
Alla luce del realismo geopolitico, il regime teocratico iraniano non appare come una sfida sistemica all’Occidente, ma come un dispositivo di contenimento indirettamente funzionale all’ordine marittimo anglosassone.
Un Iran laico, nazionale e sovrano rappresenterebbe invece:
- un attore razionale nel sistema multipolare
- un polo di stabilità regionale
- una minaccia strutturale alla strategia del caos controllato
Il vero conflitto non è dunque tra Iran e Occidente, ma tra sovranità statuale e ideologia funzionale alla frammentazione geopolitica.
🔗 Link e riferimenti essenziali
- Halford Mackinder – Democratic Ideals and Reality (1919)
- Zbigniew Brzezinski – The Grand Chessboard (1997)
- John J. Mearsheimer – The Tragedy of Great Power Politics
- National Security Archive – Documenti declassificati sul colpo di Stato iraniano del 1953
- Encyclopaedia Britannica – Iran: geopolitics and modern history
- Council on Foreign Relations – Iran’s regional strategy and proxies

