Come i conflitti contro gruppi non statali stanno cambiando le regole della guerra
Per oltre mezzo secolo il diritto internazionale ha cercato di disciplinare la guerra attraverso un principio apparentemente semplice: gli Stati combattono contro altri Stati e le regole servono a limitare gli effetti devastanti dei conflitti sulla popolazione civile. Tuttavia, la crescita del terrorismo internazionale, delle milizie transnazionali e dei gruppi armati non statali ha progressivamente eroso questo schema.
L’analisi sviluppata dal giurista Paolo Palchetti nel saggio “La qualificazione dei conflitti armati contro gruppi non statali tra guerra al terrorismo e pretese modifiche delle regole internazionali in materia di uso della forza” affronta una delle questioni più delicate del diritto internazionale contemporaneo: fino a che punto la lotta contro il terrorismo sta modificando le regole che governano l’uso della forza tra gli Stati?
Il sistema nato dopo il 1945
Dopo la Seconda guerra mondiale la comunità internazionale costruì un sistema fondato su un principio fondamentale:
l’uso della forza è vietato, salvo casi eccezionali.
La Carta delle Nazioni Unite consente infatti il ricorso alla forza armata soltanto in due circostanze:
- legittima difesa contro un attacco armato;
- autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU.
Tutta l’architettura giuridica internazionale si fonda sulla tutela della sovranità degli Stati e sul divieto di aggressione.
Per decenni questo sistema ha funzionato, almeno sul piano teorico, perché i principali conflitti vedevano come protagonisti Stati sovrani dotati di eserciti regolari.
L’11 settembre e la nascita della “guerra globale al terrorismo”
Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno segnato una svolta storica.
Per la prima volta nella storia contemporanea una rete terroristica transnazionale riusciva a colpire il cuore della principale superpotenza mondiale provocando migliaia di vittime.
La risposta americana fu immediata:
Washington sostenne che gli attacchi di Al-Qaeda costituivano un vero e proprio “attacco armato” ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU, rendendo quindi legittimo il ricorso alla difesa armata.
La novità giuridica era enorme.
Fino ad allora il diritto all’autodifesa era generalmente concepito come risposta a un’aggressione proveniente da uno Stato.
Con l’Afghanistan si affermava invece il principio che l’autodifesa potesse essere esercitata contro una organizzazione non statale.
Il grande problema: chi è il nemico?
Nel diritto internazionale tradizionale l’identificazione del nemico era relativamente semplice.
Esistevano:
- uno Stato aggressore;
- un esercito regolare;
- un territorio nazionale.
Le organizzazioni terroristiche hanno distrutto questa chiarezza.
Al-Qaeda, ISIS e altri gruppi armati operano attraverso:
- cellule distribuite in più Paesi;
- reti finanziarie internazionali;
- territori spesso sottratti al controllo governativo;
- strutture di comando difficili da identificare.
Questo ha generato una domanda fondamentale:
quando un gruppo armato diventa una parte di un conflitto armato?
La risposta è tutt’altro che semplice e continua a dividere studiosi, governi e tribunali internazionali.
Il rischio di aggirare la sovranità degli Stati
Uno dei punti più controversi riguarda le operazioni militari condotte all’interno di Stati terzi.
Supponiamo che un gruppo terroristico operi dal territorio di uno Stato incapace di controllarlo.
Può un altro Stato intervenire militarmente senza autorizzazione?
Secondo l’interpretazione tradizionale la risposta sarebbe negativa.
La sovranità territoriale rappresenta infatti uno dei pilastri dell’ordine internazionale.
Tuttavia, dopo il 2001, diversi governi hanno sostenuto che uno Stato possa intervenire se il Paese ospitante risulta:
- incapace di neutralizzare il gruppo armato;
- oppure non intenzionato a farlo.
Questa teoria è conosciuta come:
Unable or Unwilling Doctrine
ed è oggi una delle questioni più discusse dell’intero diritto internazionale contemporaneo.
Secondo i critici, accettare tale principio potrebbe trasformarsi in una pericolosa giustificazione per future operazioni militari unilaterali.
Conflitti internazionali e conflitti non internazionali
Un altro nodo centrale riguarda la classificazione stessa della guerra.
Il diritto umanitario distingue tra:
Conflitti armati internazionali
Coinvolgono due o più Stati sovrani.
Conflitti armati non internazionali
Coinvolgono uno Stato e gruppi armati organizzati oppure gruppi armati tra loro.
La distinzione è fondamentale perché determina:
- lo status dei combattenti;
- il trattamento dei prigionieri;
- l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra;
- la definizione dei crimini di guerra.
Secondo Palchetti, la semplice esistenza di finanziamenti o forniture militari da parte di uno Stato non basta automaticamente a trasformare un conflitto interno in un conflitto internazionale. Servono elementi ulteriori che dimostrino un reale controllo dello Stato sul gruppo armato.
Il caso dei combattenti “illegali”
Una delle conseguenze più controverse della guerra al terrorismo è stata la nascita della categoria dei cosiddetti:
“unlawful enemy combatants”
ovvero combattenti nemici illegali.
L’amministrazione americana utilizzò questa definizione per qualificare molti detenuti catturati in Afghanistan e successivamente trasferiti presso la base di Guantanamo.
Secondo questa impostazione tali individui non erano:
- soldati regolari;
- prigionieri di guerra;
- semplici civili.
Si trattava quindi di una categoria intermedia.
Numerosi giuristi contestarono questa interpretazione sostenendo che rischiava di indebolire l’intero sistema delle Convenzioni di Ginevra costruito dopo il 1945.
Afghanistan, Iraq, Siria: il laboratorio del nuovo diritto bellico
Le guerre degli ultimi venticinque anni hanno rappresentato un enorme laboratorio giuridico.
In Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia e Sahel si sono sovrapposti:
- eserciti statali;
- milizie locali;
- gruppi terroristici;
- forze speciali straniere;
- contractors privati;
- operazioni transfrontaliere.
Il risultato è stato l’emergere di conflitti “ibridi” che sfuggono alle categorie classiche del diritto internazionale.
Molti studiosi ritengono che le norme elaborate nel XX secolo facciano sempre più fatica a descrivere la realtà strategica del XXI secolo.
La vera posta in gioco
Dietro questa discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione geopolitica enorme.
Se si accetta che uno Stato possa colpire gruppi armati presenti nel territorio di un altro Paese senza il consenso di quest’ultimo, allora il principio di sovranità nazionale rischia di essere progressivamente ridimensionato.
D’altra parte, negare ogni possibilità di intervento contro organizzazioni terroristiche transnazionali significherebbe lasciare agli Stati meno strumenti per difendersi da minacce che spesso non rispettano alcun confine.
È proprio questo equilibrio tra:
- sicurezza;
- autodifesa;
- sovranità;
- diritto internazionale;
a rappresentare il cuore del dibattito contemporaneo.
Conclusioni
L’analisi di Paolo Palchetti mostra come la “guerra al terrorismo” non abbia semplicemente prodotto nuove operazioni militari, ma abbia messo in discussione alcuni dei principi fondamentali su cui si basa l’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale.
La domanda rimane aperta:
stiamo adattando il diritto internazionale a nuove minacce oppure stiamo assistendo a una sua progressiva trasformazione?
Le guerre contro gruppi non statali, dalle operazioni contro Al-Qaeda fino alla lotta contro ISIS, continuano a rappresentare uno dei terreni più controversi e decisivi del diritto internazionale contemporaneo.

