Donroe vs Monroe

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Perché la dottrina del governo Trump non ha nulla a che fare con la Dottrina Monroe

e perché il termine “Donroe” nasce come etichetta polemica e dispregiativa

Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe

Introduzione – Quando la storia viene usata come marchio politico

Nel dibattito geopolitico contemporaneo, soprattutto in relazione all’America Latina, ricompare ciclicamente un nome carico di peso simbolico: Dottrina Monroe. Il richiamo non è neutro. Evoca fondazione, destino continentale, legittimità storica.

È proprio per questo che, nel contesto della presidenza di Donald Trump, una parte consistente del mondo accademico e giornalistico ha reagito con un termine nuovo, volutamente ironico e svalutativo: “Donroe Doctrine” (Donald + Monroe).

L’obiettivo non è coniare una nuova dottrina, ma smontare una forzatura storica: l’idea che l’approccio trumpiano alla politica estera possa essere considerato una continuazione, o un aggiornamento, della Dottrina Monroe originale.


1. La Dottrina Monroe (1823): un atto difensivo in un mondo di imperi

La Dottrina Monroe nasce nel 1823, all’interno del Seventh Annual Message to Congress del presidente James Monroe.

Il contesto è fondamentale:

  • l’Europa è appena uscita dalle guerre napoleoniche;
  • le potenze della Santa Alleanza valutano una possibile restaurazione coloniale;
  • molte repubbliche latinoamericane hanno da poco conquistato l’indipendenza.

La dottrina afferma tre principi chiave:

  1. Nessuna nuova colonizzazione europea nelle Americhe
  2. Non-intervento reciproco tra Vecchio e Nuovo Mondo
  3. Difesa indiretta delle giovani repubbliche americane

Non si tratta di una dichiarazione di supremazia statunitense, ma di una linea di separazione geopolitica. Gli Stati Uniti non si propongono come potenza imperiale, bensì come attore che rifiuta l’estensione del sistema coloniale europeo nel continente americano.

In altre parole, Monroe è difensiva, non espansiva.


2. Dalla difesa al controllo: il Corollario Roosevelt (1904)

Donroe vs Monroe
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La vera svolta avviene ottant’anni dopo, con il Corollario Roosevelt del 1904, formulato dal presidente Theodore Roosevelt.

Qui la Dottrina Monroe viene reinterpretata:

  • non solo rifiuto dell’intervento europeo;
  • ma diritto-dovere degli Stati Uniti di intervenire negli affari interni dei paesi dell’emisfero occidentale per “garantire stabilità”.

Nasce la funzione “poliziesca” degli USA:

ordine, debito, sicurezza, proprietà.

È questo passaggio che trasforma Monroe da dottrina difensiva a strumento di legittimazione imperiale. Ed è importante notarlo: molte critiche moderne a “Monroe” in realtà colpiscono Roosevelt, non Monroe.


3. La cosiddetta “dottrina Trump”: un metodo, non una dottrina

Arriviamo al XXI secolo. Parlare di “dottrina Trump” è già, di per sé, problematico. Non esiste un corpus teorico coerente paragonabile alle grandi dottrine geopolitiche americane.

L’approccio trumpiano si caratterizza per:

  • America First come slogan totalizzante
  • bilateralismo aggressivo, ostile al multilateralismo
  • uso sistematico di dazi, sanzioni, minacce economiche
  • personalizzazione estrema della politica estera
  • assenza di una visione strategica di lungo periodo

Questa impostazione non difende l’America Latina da potenze coloniali europee (che non esistono più in quella forma), ma esercita pressione diretta sugli Stati dell’area, trattati come controparti negoziali o pedine geopolitiche.


4. Perché il paragone con Monroe è storicamente falso

Il confronto crolla su più livelli:

  • Monroe è anti-imperiale europeo → Trump è coercitivo globale
  • Monroe separa le sfere → Trump le sovrappone
  • Monroe parla agli imperi → Trump parla ai media e all’elettorato
  • Monroe è una dottrina di Stato → Trump è una strategia personalistica

Non esiste continuità concettuale. Esiste solo una appropriazione simbolica.


5. La nascita del termine “Donroe Doctrine”

Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe

Il termine “Donroe Doctrine” nasce in ambito giornalistico e analitico, non accademico, come strumento critico.

Serve a:

  • ridicolizzare la pretesa di eredità storica;
  • denunciare la trasformazione della geopolitica in branding personale;
  • segnalare l’assenza di profondità teorica.

“Donroe” indica una Monroe svuotata, ridotta a slogan, piegata all’ego e alla comunicazione performativa.

Non è una dottrina.
È una parodia concettuale.


6. Il paradosso Kerry: quando Washington dichiarò Monroe “finita”

Nel 2013, il Segretario di Stato John Kerry dichiarò ufficialmente:

“The era of the Monroe Doctrine is over.”

Questa affermazione segna un punto di rottura simbolico: almeno sul piano retorico, gli Stati Uniti prendevano le distanze da una visione gerarchica dell’emisfero.

Il ritorno di Monroe nel discorso trumpiano appare quindi come un revival regressivo, percepito da molti osservatori come anacronistico e pericoloso. “Donroe” nasce anche come risposta a questo cortocircuito.


7. Monroe, Roosevelt, Donroe: tre logiche inconciliabili

Monroe (1823)Roosevelt (1904)“Donroe” (oggi)
Difesa anti-colonialeIntervento stabilizzatorePrimato muscolare
Separazione delle sfereFunzione poliziescaBranding personale
Dottrina istituzionaleDottrina imperialeEtichetta polemica

Conclusione – “Donroe” come anticorpo linguistico

Il termine “Donroe Doctrine” è dispregiativo per scelta. Serve a impedire che una politica estera frammentaria, coercitiva e personalizzata venga nobilitata attraverso il richiamo a una dottrina storica che nasceva con tutt’altro spirito.

Non è Monroe che ritorna.
È Monroe che viene strumentalizzato.

“Donroe” è il nome dato a questa distorsione.


Addendum – L’origine politico-culturale del termine “Donroe Doctrine”

Demonizzazione, framing e conflitto narrativo

Il termine “Donroe Doctrine” non nasce in un vuoto teorico né come concetto neutro. La sua genesi va collocata all’interno del conflitto politico-culturale statunitense, in particolare negli ambienti liberal, progressisti e dell’area democratica, come strumento di framing polemico volto a delegittimare l’operato dell’amministrazione Trump sul piano simbolico prima ancora che su quello sostanziale.

È importante chiarirlo: Donroe non è un termine descrittivo, ma valutativo.


1. Un’etichetta costruita nel campo della guerra narrativa

Il contesto di nascita del termine è quello della polarizzazione estrema che ha caratterizzato gli anni della presidenza di Donald Trump.

In questo clima:

  • ogni atto di politica estera trumpiana viene letto non come scelta strategica, ma come sintomo di autoritarismo,
  • ogni richiamo al passato americano viene interpretato come revanchismo imperiale,
  • ogni discorso sull’“emisfero occidentale” viene immediatamente associato a una minaccia per l’ordine liberale.

“Donroe Doctrine” nasce esattamente qui: come dispositivo linguistico per:

  • evitare un confronto sul merito delle politiche,
  • spostare il dibattito sul piano morale e simbolico,
  • associare automaticamente Trump a imperialismo, rozzezza, unilateralismo.

2. La funzione politica del termine: continuità con il frame “Trump-is-evil”

Il termine si inserisce in una strategia comunicativa più ampia, già ampiamente utilizzata contro Trump:

  • Trump is fascist
  • Trump is authoritarian
  • Trump is a threat to democracy

“Donroe” diventa una variante storico-geopolitica di questa narrazione.

In altre parole:

se Monroe = imperialismo,
e Trump = Monroe,
allora Trump = imperialismo reazionario.

Il passaggio è retorico, non analitico.


3. Perché l’area dem-progressista ha bisogno di “Donroe”

Dal punto di vista dell’area Democratic Party e dei media ad essa culturalmente vicini, il termine assolve a tre funzioni fondamentali:

a) Neutralizzare ogni possibile legittimità storica

Associare Trump a una dottrina fondativa potrebbe, anche indirettamente, conferirgli spessore storico. “Donroe” serve a impedire questa nobilitazione, riducendo tutto a caricatura.

b) Evitare il confronto sulle discontinuità reali

Alcune politiche trumpiane (rifiuto delle guerre infinite, critica al globalismo finanziario, scontro con apparati multilaterali) creano imbarazzo anche a sinistra. Il termine permette di semplificare: tutto diventa “neo-imperialismo”.

c) Mantenere il monopolio morale della politica estera

L’establishment liberal ha bisogno di presentarsi come:

  • multilaterale,
  • responsabile,
  • civilizzatore.

“Donroe” serve a marcare Trump come deviazione patologica, non come variante del potere americano.


4. Un paradosso: la Monroe usata come spauracchio dopo essere stata “archiviata”

Il carattere strumentale del termine emerge con chiarezza se si ricorda che:

  • nel 2013, l’amministrazione Obama (con John Kerry) dichiarava superata l’era della Dottrina Monroe;
  • oggi, la stessa area politico-culturale resuscita Monroe solo per usarla come arma contro Trump.

Questo rivela un paradosso evidente:

Monroe non è un problema finché governa il campo “giusto”.
Diventa un tabù quando viene evocata dal campo “sbagliato”.


5. “Donroe” come caso di studio di disinformazione soft

Senza cadere in semplificazioni complottiste, “Donroe Doctrine” può essere letto come un esempio di:

  • disinformazione soft,
  • framing selettivo,
  • manipolazione semantica.

Non perché sia “falso” in senso stretto, ma perché:

  • sostituisce l’analisi con l’etichetta,
  • anticipa il giudizio morale,
  • orienta la ricezione del lettore prima dei fatti.

È un termine che dice al pubblico cosa pensare, non cosa capire.


6. Chiusura dell’addendum

In conclusione, il termine “Donroe Doctrine”:

  • nasce prevalentemente in ambienti liberal, progressisti e democratici,
  • non per descrivere una dottrina reale,
  • ma per demonizzare preventivamente l’operato dell’amministrazione Trump,
  • e per impedire qualsiasi lettura non ideologica della sua politica estera.

Non è uno strumento di chiarificazione storica.
È uno strumento di lotta simbolica.

E proprio per questo, va analizzato non come concetto geopolitico, ma come oggetto sociologico e mediatico.

“Donroe Doctrine” come dispositivo di propaganda e guerra cognitiva

Dalla polemica politica alla manipolazione semantica sistemica

Il termine “Donroe Doctrine”, lungi dall’essere una semplice etichetta ironica, costituisce un caso di studio esemplare di come i moderni sistemi mediatici producano senso politico attraverso il linguaggio, anticipando il giudizio e guidando la percezione collettiva.

Per comprenderne la funzione reale, è necessario collocarlo all’interno dei meccanismi classici della propaganda, così come teorizzati da Walter Lippmann, Noam Chomsky e Edward S. Herman.


1. Walter Lippmann: la fabbricazione delle “immagini nella testa”

Nel suo Public Opinion (1922), Walter Lippmann introduce un concetto chiave:

le masse non reagiscono alla realtà, ma a immagini semplificate della realtà.

Il termine “Donroe Doctrine” agisce esattamente in questo modo:

  • condensa un fenomeno complesso (politica estera trumpiana);
  • lo trasforma in immagine mentale immediata;
  • elimina la necessità di analisi storica o comparativa.

L’effetto è la costruzione di uno pseudo-ambiente:

  • Monroe = imperialismo
  • Trump = rozzezza, autoritarismo
  • Donroe = imperialismo rozzo + Trump

Il pubblico non è invitato a capire, ma a riconoscere l’immagine e reagire emotivamente.

👉 Questo è Lippmann puro: semplificazione cognitiva per governare l’opinione pubblica.


2. Chomsky & Herman: il “modello di propaganda” applicato al linguaggio

Nel celebre Manufacturing Consent, Noam Chomsky e Edward S. Herman descrivono il funzionamento strutturale dei media nelle democrazie liberali attraverso una serie di filtri.

Il termine “Donroe Doctrine” attraversa perfettamente questi filtri:

a) Ownership & Ideology

I grandi media mainstream, culturalmente allineati all’area liberal-democratica, hanno interesse a:

  • delegittimare Trump non solo politicamente, ma storicamente e simbolicamente.

“Donroe” diventa un frame pronto all’uso.

b) Flak

Il termine produce pressione sociale e accademica:

  • chi non accetta il frame viene percepito come “normalizzatore” di Trump;
  • il dissenso interpretativo viene scoraggiato.

c) Anti-ideologia

Se nel Novecento il collante era l’anti-comunismo, oggi il collante è:

  • anti-Trumpismo come ideologia negativa trasversale.

“Donroe” serve a rafforzare questo collante: non importa cosa faccia Trump, è sempre già colpevole.


3. Dalla propaganda alla guerra cognitiva

Qui si compie il salto di paradigma.

Non siamo più nella propaganda classica (messaggi ripetuti), ma nella guerra cognitiva, dove:

  • il campo di battaglia è il linguaggio,
  • l’obiettivo è la struttura interpretativa del pubblico,
  • il risultato è l’automazione del giudizio.

“Donroe Doctrine” è un virus semantico:

  • una volta interiorizzato, filtra ogni informazione successiva;
  • impedisce letture non conformi;
  • rende superflua la verifica storica.

👉 Non si combattono le idee di Trump.
👉 Si combatte la possibilità stessa di pensarle fuori dal frame.


4. La funzione disciplinante del termine

In una guerra cognitiva, i termini non servono solo a convincere, ma a disciplinare.

“Donroe” segnala:

  • chi è dentro il perimetro del discorso accettabile;
  • chi è fuori (revisionista, reazionario, sospetto).

È un marcatore tribale che opera su tre livelli:

  1. Accademico – scoraggia analisi storiche non allineate
  2. Mediatico – favorisce titoli e semplificazioni virali
  3. Psicologico – induce conformismo cognitivo

5. Un esempio di disinformazione sofisticata (non menzognera)

È fondamentale chiarire un punto:
“Donroe Doctrine” non è una bugia nel senso classico.

È qualcosa di più sofisticato:

  • una compressione semantica distorsiva,
  • una iper-semplificazione orientata,
  • una forma di disinformazione non falsificabile, perché opera sul significato, non sui fatti.

Questo la rende particolarmente efficace:

  • non può essere facilmente “smentita”;
  • funziona per associazione emotiva;
  • sopravvive anche a dati contrari.

6. Dal caso Donroe al modello generale

Il caso “Donroe Doctrine” non è un’eccezione, ma un modello replicabile:

  • etichettare,
  • personalizzare,
  • moralizzare,
  • neutralizzare il dissenso.

Lo stesso schema viene applicato a:

  • politica interna,
  • geopolitica,
  • crisi economiche,
  • conflitti internazionali.

È il linguaggio che prepara il consenso, prima della politica.


Conclusione – Donroe come sintomo, non come causa

“Donroe Doctrine” non è il problema.
È il sintomo di una trasformazione più profonda:

👉 dalla politica come confronto di strategie
👉 alla politica come gestione cognitiva delle masse

Lippmann lo aveva previsto.
Chomsky e Herman lo hanno sistematizzato.
Oggi lo vediamo operare in tempo reale, nel linguaggio quotidiano dei media.

Capire “Donroe” significa capire come funziona il potere narrativo nel XXI secolo.

“Donroe” e PNL: persuasione soft, ancoraggi e cornici linguistiche

Premessa necessaria (per rigore)

La PNL in ambito accademico è spesso considerata debole sul piano scientifico come teoria psicologica generale; tuttavia molte sue tecniche (o tecniche attribuitele) coincidono con strumenti reali e studiati di retorica, framing, priming, ancoraggio e psicologia della persuasione. Qui il punto non è “la PNL funziona sempre”, ma: i media usano tecniche di influenza soft che funzionano perché sfruttano scorciatoie cognitive.

1) Etichettamento come “pattern di pre-incorniciamento”

“Donroe Doctrine” è un esempio di label framing:

  • non descrive, valuta;
  • non spiega, classifica;
  • non apre il dibattito, lo chiude.

In termini “PNL-style” è un pre-frame: stabilisce a priori come dev’essere interpretato ciò che segue.

2) Ancoraggio semantico (anchoring)

L’etichetta crea un’ancora immediata:

  • Monroe (nell’immaginario pop) = imperialismo / “cortile di casa”
  • Donroe = Trump + imperialismo + caricatura

Una volta fissata l’ancora, ogni informazione successiva viene valutata rispetto a quel punto di riferimento, anche se i contenuti reali sono più complessi o contraddittori.

3) “Chunking” e compressione cognitiva

Tecnica tipica della persuasione: comprimere fenomeni complessi in una unità mnemonica:

  • invece di discutere 12 scelte diverse di politica estera, le riduci a un meme concettuale.

Questo aumenta:

  • memorizzazione,
  • ripetibilità,
  • viralità,
  • conformismo interpretativo.

4) Presupposizioni e implicature

Dire “Donroe Doctrine” porta presupposizioni implicite:

  • che esista una “dottrina” trumpiana coerente,
  • che sia un ritorno della Monroe,
  • che sia qualcosa di regressivo e pericoloso.

Non devi dimostrarlo: è già “dentro” la parola.

5) Polarità morale e “pacing & leading” mediatico

Nella persuasione soft spesso funziona:

  • pacing (partire da ciò che il pubblico già sente) → “Trump è controverso”
  • leading (guidarlo a una conclusione) → “quindi è imperialismo stile Monroe, ma peggio”

È un percorso emotivo breve, molto efficace nei media.

6) Inoculation / pre-bunking

“Donroe” ha anche una funzione di vaccino narrativo:

  • prima ancora che tu analizzi policy e documenti, hai già interiorizzato la cornice: “è fumo, è propaganda, è imperialismo”.

Questo rende più difficile la revisione critica: il cervello “difende” la prima cornice interiorizzata.


Capitolo comparativo – Russiagate, populismo, “minaccia alla democrazia”: tre casi dello stesso schema

Struttura comune (lo schema ricorrente)

  1. Crea un’etichetta
  2. Moralizza il conflitto (bene vs male)
  3. Riduci complessità in narrazione unica
  4. Trasforma il dissenso in sospetto
  5. Rendi il frame auto-rinforzante (ogni evento lo conferma)

Vediamolo in tre casi.


Caso A) Russiagate: dal fatto investigativo al frame totalizzante

Nucleo reale: indagini su interferenze russe, contatti, disinformazione.
Trasformazione narrativo-mediatica: “Trump = asset/complice”.

Meccanismi chiave:

  • elasticità semantica: “collusion” diventa significante ombrello.
  • presupposizione: chi dubita è “filo-russo” o minimizzatore.
  • auto-conferma: ogni smentita è prova di copertura.

Risultato: la questione smette di essere un’indagine e diventa un metaframe identitario.


Caso B) Populismo: parola-sacco che sostituisce l’analisi

Nucleo reale: crisi di rappresentanza, fratture socioeconomiche, rabbia anti-élite.
Uso mediatico: “populismo” come termine che significa:

  • demagogia,
  • incompetenza,
  • pericolo,
  • irrazionalità delle masse.

Meccanismi chiave:

  • etichetta patologizzante: non discuti le cause (lavoro, disuguaglianze), discuti la “malattia”.
  • depoliticizzazione: trasforma conflitti reali in psicologia collettiva (“gli elettori sono manipolati”).

Risultato: l’etichetta impedisce di distinguere tra populismi diversi e neutralizza la domanda: perché cresce?


Caso C) “Minaccia alla democrazia”: cornice morale che assorbe ogni sfumatura

Nucleo reale: tensioni istituzionali, polarizzazione, episodi concreti (anche gravi).
Uso politico-mediatico: “minaccia alla democrazia” come frame che:

  • delegittima l’avversario come illegittimo,
  • rende “eccezionale” qualsiasi misura contro di lui.

Meccanismi chiave:

  • emergenzialismo: se c’è emergenza, la complessità si sospende.
  • delegittimazione preventiva: ogni critica al sistema diventa attacco al sistema.
  • spirale del silenzio: chi non si allinea teme l’etichetta “anti-democratico”.

Risultato: la democrazia non è più un sistema di regole e conflitti regolati, ma un marchio morale posseduto da una parte.


Sintesi comparativa: cosa cambia, cosa resta uguale

Cambia l’oggetto (Russia, populismo, democrazia, Monroe).
Resta uguale la tecnologia comunicativa:

  • costruzione di cornici,
  • ancore emotive,
  • compressione cognitiva,
  • moralizzazione,
  • controllo del perimetro del dicibile.

“Donroe Doctrine” è quindi un tassello dello stesso repertorio:
un’arma semantica “leggera”, virale, disciplinante.


Paragrafo finale pronto da inserire nell’articolo

Il termine “Donroe Doctrine” va letto come un prodotto della persuasione soft: un’etichetta che ancora l’interpretazione, incorpora presupposizioni e funge da vaccino narrativo contro analisi alternative. Lo stesso schema si ritrova in altri grandi frame contemporanei — Russiagate, “populismo”, “minaccia alla democrazia” — dove la parola non descrive un fenomeno ma ne determina la lettura pubblica, trasformando la politica in gestione cognitiva delle masse.

Fonti e documenti (link)

Dottrina Monroe

https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/december-2-1823-seventh-annual-message
https://www.archives.gov/milestone-documents/monroe-doctrine
https://www.britannica.com/event/Monroe-Doctrine

Corollario Roosevelt

https://www.ourdocuments.gov/doc.php?flash=false&doc=56
https://www.britannica.com/event/Roosevelt-Corollary

Dichiarazioni contemporanee

https://2009-2017.state.gov/secretary/remarks/2013/11/217680.htm
https://www.reuters.com/article/us-usa-latam-tillerson-idUSKCN1G42KJ
https://trumpwhitehouse.archives.gov/briefings-statements/remarks-national-security-advisor-ambassador-john-bolton-administration-policies-latin-america/

Analisi e stampa

https://www.ft.com/content/2a4f8a36-1b8c-11e9-b93e-f4351a53f1c3
https://www.theguardian.com/world/2019/jan/28/trump-monroe-doctrine-latin-america
https://foreignpolicy.com/2019/02/04/trump-is-reviving-the-monroe-doctrine/
https://nypost.com/2025/01/27/us-news/trump-revives-monroe-doctrine/

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