Bukele, la Spagna e il paradosso europeo: quando i diritti dei criminali sembrano contare più della sicurezza dei cittadini

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Il presidente salvadoregno Nayib Bukele è tornato al centro del dibattito internazionale dopo aver denunciato pubblicamente quello che considera uno dei più evidenti paradossi della politica europea in materia di sicurezza e immigrazione.

Secondo quanto riportato da Bukele, un pericoloso membro delle pandillas salvadoregne, ricercato e arrestato in Spagna, non sarebbe stato rimpatriato verso El Salvador nonostante la richiesta ufficiale delle autorità salvadoregne. La motivazione? Il rischio che, una volta trasferito nelle carceri del Paese centroamericano, possano essere violati i suoi diritti umani.

La conseguenza, sottolineata dal presidente salvadoregno, è che il criminale rimane detenuto in Spagna, mantenuto economicamente dal sistema penitenziario iberico e dunque dai contribuenti spagnoli.

Una vicenda che riapre una questione sempre più controversa: fino a che punto la tutela dei diritti dei criminali può prevalere sul diritto dei cittadini alla sicurezza?


Il modello Bukele che divide il mondo

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Negli ultimi anni El Salvador è passato dall’essere uno dei Paesi più violenti del pianeta a uno dei più sicuri dell’America Latina.

Per decenni le organizzazioni criminali come la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18 hanno trasformato il Paese in un inferno fatto di estorsioni, omicidi, rapimenti e controllo territoriale.

Con l’introduzione dello stato d’emergenza e della cosiddetta “guerra alle gang”, il governo Bukele ha arrestato decine di migliaia di affiliati o presunti affiliati alle organizzazioni criminali.

I risultati sul piano della sicurezza sono stati riconosciuti persino da osservatori internazionali normalmente critici verso il governo salvadoregno: il numero degli omicidi è crollato e vaste aree del Paese precedentemente controllate dalle bande sono tornate sotto il controllo dello Stato.

Ma proprio questo approccio ha generato fortissime critiche da parte di organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani, che denunciano arresti arbitrari, condizioni detentive estremamente dure e possibili abusi all’interno delle carceri.


Il nodo dei diritti umani

Il cuore della controversia è qui.

Molti tribunali europei ritengono che alcune condizioni carcerarie salvadoregne possano non rispettare gli standard richiesti dalle convenzioni internazionali sui diritti umani.

Le critiche riguardano soprattutto il gigantesco carcere CECOT, simbolo della strategia repressiva di Bukele, e più in generale il regime di emergenza in vigore nel Paese.

Da questa impostazione nasce il paradosso evidenziato dal presidente salvadoregno:

  • El Salvador chiede la consegna di un criminale.
  • La Spagna nega l’estradizione.
  • Il criminale resta nelle carceri spagnole.
  • I costi della detenzione vengono sostenuti dai contribuenti spagnoli.

Per Bukele ciò rappresenta l’ennesima dimostrazione di una visione ideologica della giustizia europea.


La percezione dei cittadini europei

Al di là delle valutazioni giuridiche, il caso tocca un nervo scoperto dell’opinione pubblica.

In gran parte d’Europa cresce infatti la sensazione che il sistema sia sempre più efficace nel proteggere i diritti dei delinquenti e sempre meno nel garantire quelli delle vittime.

La domanda che molti cittadini si pongono è semplice:

Se un individuo è considerato sufficientemente pericoloso da essere arrestato, perché dovrebbe essere preferibile mantenerlo per anni nelle carceri europee invece di consegnarlo al Paese che lo ricerca?

I sostenitori della linea Bukele vedono in questa vicenda la dimostrazione di un’Europa paralizzata da un eccesso di garantismo.

I critici del presidente salvadoregno rispondono invece che i diritti umani devono essere universali e non possono essere sospesi neppure nei confronti dei peggiori criminali.


Un conflitto tra due visioni dello Stato

Dietro questa vicenda si nasconde uno scontro filosofico molto più ampio.

Da una parte vi è la concezione europea post-bellica, fortemente influenzata dal diritto internazionale e dalla tutela delle garanzie individuali.

Dall’altra vi è l’approccio di Bukele, basato sull’idea che il primo diritto umano da garantire sia quello delle persone oneste a vivere senza la minaccia costante della criminalità organizzata.

Per milioni di salvadoregni che hanno vissuto per anni sotto il terrore delle pandillas, il presidente rappresenta colui che ha restituito sicurezza e libertà di movimento.

Per molte ONG internazionali, invece, il suo modello rappresenta un precedente pericoloso che rischia di sacrificare le garanzie fondamentali dello Stato di diritto.


Il vero interrogativo

La vicenda del pandillero arrestato in Spagna e non rimpatriato in El Salvador va oltre il singolo caso.

Essa pone una domanda destinata a diventare sempre più centrale nel dibattito occidentale:

Qual è il punto di equilibrio tra tutela dei diritti individuali e difesa della sicurezza collettiva?

Per Bukele la risposta è evidente.

Per gran parte delle istituzioni europee, invece, la risposta continua a essere molto più complessa.

Nel frattempo, il detenuto resta in carcere in Spagna, mentre il dibattito politico e culturale che il suo caso ha acceso è destinato a proseguire ben oltre i confini di Madrid e San Salvador.


Fonti

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