PALESTINA, LA TRAGEDIA DELLE OCCASIONI PERDUTE: SETTANT’ANNI DI RIFIUTI, GUERRE E LEADERSHIP SENZA RISPOSTE

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Dal piano ONU del 1947 al dominio di Hamas su Gaza: una storia di scelte politiche, interferenze arabe, corruzione e promesse di indipendenza rimaste incompiute. Ma la responsabilità dei governanti non può cancellare quella delle altre parti del conflitto.

La domanda che attraversa quasi ottant’anni di storia

C’è una domanda che continua a riemergere ogni volta che si parla del conflitto israelo-palestinese: quante possibilità di costruire uno Stato palestinese sono state perdute lungo il cammino?

La risposta non può essere ridotta a una sola causa. Guerre, occupazione, terrorismo, scelte diplomatiche, divisioni interne e interferenze internazionali hanno contribuito a una delle crisi più lunghe della storia contemporanea.

Ma esiste anche un capitolo spesso trascurato nel dibattito pubblico: quello delle responsabilità politiche palestinesi e dei governi arabi che, per decenni, hanno proclamato solidarietà alla causa palestinese senza sempre tradurla in diritti, libertà e prospettive concrete per la popolazione.

1947: il piano di spartizione e il primo grande rifiuto

Il 29 novembre 1947, con la Risoluzione 181, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite raccomandò la divisione della Palestina mandataria in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con un regime internazionale speciale per Gerusalemme.

La leadership ebraica accettò il piano, pur con riserve. La leadership araba palestinese e gli Stati arabi lo respinsero, giudicandolo ingiusto nella distribuzione territoriale e contrario al principio di autodeterminazione della maggioranza araba presente nel territorio.

Seguì una guerra che cambiò radicalmente la geografia politica della regione.

Nel 1948 nacque Israele. Per i palestinesi cominciò la Nakba, la catastrofe: centinaia di migliaia di persone fuggirono o furono espulse dalle proprie case.

Il rifiuto del piano ONU fu una scelta politica di enorme portata. Ma sarebbe storicamente scorretto sostenere che la Nakba sia stata semplicemente la conseguenza volontaria di quel rifiuto: espulsioni, operazioni militari e fuga dalla guerra furono elementi concreti dello sfollamento.

Resta una questione: una diversa decisione della leadership araba avrebbe potuto aprire un percorso storico differente?

I Paesi arabi: solidarietà proclamata, cittadinanza spesso negata

Per generazioni, milioni di palestinesi hanno vissuto nei Paesi arabi in condizioni giuridiche molto differenti.

La Giordania ha concesso la cittadinanza a molti palestinesi. Il Libano ha mantenuto importanti restrizioni sull’accesso a professioni e proprietà. Altri Stati hanno adottato politiche variabili, spesso influenzate dalle proprie esigenze di sicurezza e dagli equilibri regionali.

La difesa del diritto al ritorno dei profughi è stata una componente fondamentale della politica araba. Ma la tutela di quel diritto non dovrebbe essere incompatibile con la possibilità di vivere dignitosamente, lavorare e godere di diritti civili nel Paese ospitante.

È qui che emerge una contraddizione: il palestinese celebrato nei discorsi ufficiali come simbolo di resistenza non sempre ha ricevuto le stesse opportunità riconosciute agli altri residenti.

La solidarietà politica, senza diritti individuali, rischia di diventare una promessa vuota.

1967: i tre no di Khartoum

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, oltre al Sinai e alle Alture del Golan.

Nell’agosto successivo, il vertice della Lega araba a Khartoum adottò la formula dei tre no: niente pace con Israele, niente riconoscimento e niente negoziati.

Fu una posizione che segnò profondamente la diplomazia regionale.

Non rappresentava, tuttavia, una decisione assunta democraticamente dall’intera popolazione palestinese. Né esisteva allora un’offerta concreta e condivisa di uno Stato palestinese sovrano in Cisgiordania e Gaza.

Negli anni successivi, le posizioni arabe e palestinesi cambiarono. L’Egitto firmò la pace con Israele nel 1979, la Giordania nel 1994 e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina riconobbe Israele nel 1993.

Il problema non è quindi l’assenza assoluta di negoziati, ma il fatto che nessuno dei numerosi processi diplomatici abbia prodotto una soluzione definitiva.

Oslo: l’autonomia che non diventò indipendenza

Gli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995 sembrarono aprire una fase nuova.

Israele e OLP si riconobbero reciprocamente. Nacque l’Autorità Nazionale Palestinese, incaricata di amministrare progressivamente alcune aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Arrivarono finanziamenti internazionali e si formarono istituzioni di autogoverno.

Ma emersero anche gravi problemi: clientelismo, accuse di corruzione, inefficienza amministrativa, rivalità tra fazioni e violenze contro i civili.

Gli attentati suicidi compiuti da organizzazioni palestinesi alimentarono paura e sfiducia nella società israeliana. Parallelamente, l’espansione degli insediamenti israeliani, le restrizioni territoriali e il mancato accordo sulle questioni fondamentali ostacolarono la prospettiva di uno Stato indipendente.

La seconda Intifada, esplosa nel 2000, provocò migliaia di morti e contribuì al collasso della fiducia reciproca.

Oslo dimostrò che il riconoscimento politico era possibile. Dimostrò anche che un’autonomia amministrativa, da sola, non garantisce né indipendenza né pace.

Gaza 2005: il ritiro israeliano e l’ascesa di Hamas

Nel 2005 Israele ritirò i propri coloni e le proprie forze militari permanenti dall’interno della Striscia di Gaza.

Fu una trasformazione importante, ma non coincise con la piena sovranità palestinese: Israele continuò a esercitare un controllo significativo sugli accessi, sullo spazio aereo e marittimo e su altre funzioni essenziali del territorio.

Nel 2006 Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi. Nel 2007, dopo violenti scontri con Fatah, assunse il controllo esclusivo di Gaza.

Da allora, la frattura tra Hamas e l’Autorità Palestinese è diventata uno dei principali ostacoli alla costruzione di istituzioni nazionali unitarie.

Hamas ha investito risorse nella propria struttura militare e in una rete di tunnel, mentre Gaza ha conosciuto guerre ripetute, blocco, povertà e una crescente crisi umanitaria.

Gli attacchi deliberati contro civili israeliani, inclusi quelli del 7 ottobre 2023, costituiscono crimini gravissimi. Allo stesso tempo, le operazioni militari israeliane e le restrizioni che colpiscono i civili palestinesi devono essere valutate secondo il diritto internazionale umanitario.

Attribuire ogni sofferenza di Gaza esclusivamente a Hamas oppure esclusivamente a Israele significa ignorare elementi essenziali della realtà.

Il problema della rappresentanza democratica

Un popolo che rivendica l’autodeterminazione deve poter scegliere liberamente anche i propri governanti.

Le ultime elezioni legislative palestinesi si sono svolte nel 2006. Le presidenziali risalgono al 2005.

La prolungata assenza di consultazioni nazionali, le divisioni tra Hamas e Fatah e le denunce di repressione politica hanno indebolito la legittimità delle istituzioni.

Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato arresti arbitrari, maltrattamenti e repressione del dissenso sia da parte delle autorità di Hamas a Gaza sia da parte delle forze di sicurezza palestinesi in Cisgiordania.

La questione è fondamentale: chi rappresenta oggi politicamente i palestinesi e attraverso quali strumenti può essere chiamato a rispondere delle proprie decisioni?

Educazione, antisemitismo e cultura della violenza

L’antisemitismo, l’incitamento alla violenza contro gli ebrei e la glorificazione degli attentati contro civili sono fenomeni che meritano una condanna inequivocabile.

Esistono esempi documentati di propaganda estremista e di messaggi che celebrano la violenza.

Tuttavia, sarebbe ingiusto trasformare questi fenomeni in una descrizione generale della cultura palestinese, che comprende tradizioni letterarie, artistiche, religiose, scientifiche e numerose iniziative per la convivenza.

Criticare la propaganda di gruppi armati o dirigenti politici non significa attribuire a un intero popolo una responsabilità collettiva.

La stessa distinzione deve valere quando si giudicano le decisioni dei governi israeliani: una politica statale non rappresenta automaticamente la volontà di ogni cittadino.

Israele e Palestina: due percorsi storici profondamente diversi

Israele ha sviluppato istituzioni statali, università, infrastrutture, ricerca scientifica e un’importante industria tecnologica.

La società palestinese ha invece vissuto in condizioni segnate da esilio, frammentazione territoriale, occupazione, guerre, limitazioni economiche e divisioni politiche.

Il confronto tra i risultati dei due sistemi non può prescindere da queste condizioni profondamente differenti.

Esistono però domande legittime sulla qualità delle istituzioni palestinesi, sulla gestione degli aiuti internazionali, sulle opportunità economiche perdute e sulla capacità delle leadership di anteporre il benessere della popolazione alle proprie rivalità.

Sono domande che non devono essere eluse in nome della solidarietà.

La responsabilità non può essere a senso unico

La politica palestinese ha conosciuto scelte che meritano un esame severo: il ricorso alla violenza contro civili, la corruzione, la repressione del dissenso, la frammentazione istituzionale e la difficoltà di costruire una strategia nazionale condivisa.

Ma il riconoscimento di queste responsabilità non elimina quelle derivanti dall’occupazione israeliana, dagli insediamenti in Cisgiordania, dalle violenze contro i civili e dal mancato raggiungimento di un accordo politico.

Anche i governi arabi, gli attori internazionali e le potenze che hanno utilizzato il conflitto per perseguire interessi strategici devono essere inclusi nell’analisi.

La storia israelo-palestinese non è il racconto di un solo colpevole e di una sola vittima.

È una storia nella quale le decisioni dei governi e delle organizzazioni armate hanno avuto conseguenze drammatiche su persone che spesso non disponevano di alcun potere per modificarle.

Conclusione: uno Stato non nasce soltanto da una rivendicazione

La nascita di uno Stato palestinese non dipende esclusivamente dalle decisioni della leadership palestinese, così come la sicurezza di Israele non può essere garantita soltanto dalla forza militare.

Occorrono istituzioni responsabili, rappresentanza democratica, sicurezza reciproca, tutela dei diritti, accordi territoriali e garanzie internazionali.

Una leadership palestinese che aspiri all’indipendenza deve poter rispondere ai propri cittadini su come governa, come impiega le risorse pubbliche e come intende garantire libertà e sicurezza.

Una leadership israeliana che aspiri a una pace duratura deve affrontare concretamente il tema dell’autodeterminazione palestinese e delle conseguenze dell’occupazione.

La domanda finale, dunque, non è se i palestinesi siano responsabili della propria tragedia come popolo.

È un’altra: quali decisioni dei dirigenti palestinesi, israeliani, arabi e internazionali hanno impedito finora la costruzione di una pace sostenibile, e quali devono cambiare perché la prossima generazione non erediti lo stesso conflitto?

È da questa domanda, e non dalla colpevolizzazione collettiva, che può cominciare un confronto storico serio.

UNRWA – Storia e condizione dei rifugiati palestinesi

UNRWA – Diritti e condizioni dei rifugiati in Giordania

ONU/OCHA – Il ritiro israeliano da Gaza nel 2005

Governo israeliano – Piano di disimpegno da Gaza

Human Rights Watch – Abusi di Hamas e Fatah

Human Rights Watch – Arresti arbitrari e torture sotto le autorità palestinesi

Associated Press – Le difficoltà delle elezioni palestinesi del 2026

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