BIBBIANO NON È FINITA: L’APPELLO DELLA PROCURA METTE SOTTO ACCUSA LA SENTENZA DELLE ASSOLUZIONI

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Quando un pubblico ministero arriva a parlare di una «spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie», il problema non può essere liquidato con un’alzata di spalle

Per mesi una parte dell’opinione pubblica ha ricevuto un messaggio semplice: Bibbiano è finita. Le accuse sono crollate. Caso chiuso.

No.

Il processo sugli affidi della Val d’Enza non è affatto una pagina definitivamente archiviata. La sentenza di primo grado che ha assolto 11 imputati su 14 e condannato gli altri tre a pene molto inferiori rispetto alle richieste dell’accusa è stata impugnata dalla Procura di Reggio Emilia.

E ciò che emerge dall’appello del pubblico ministero Valentina Salvi è uno scontro giudiziario di una durezza eccezionale.

Non siamo davanti alla normale formula burocratica con cui un pm manifesta il proprio dissenso rispetto a una sentenza.

Salvi contesta alla radice il metodo con cui il Tribunale sarebbe arrivato a numerose assoluzioni.

La Procura parla di una sentenza caratterizzata da una:

«spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie»

con risultati che, secondo l’accusa, sarebbero in alcuni casi «paradossali» e addirittura «disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti».

Parole pesantissime.

E provengono non da un politico, da un blogger o da un giornalista, ma da un magistrato della Repubblica che ha coordinato l’indagine.

IL PROCESSO NON È FINITO

Questo è il primo fatto che dovrebbe essere chiarito senza ambiguità.

Nel luglio 2025 il Tribunale di Reggio Emilia ha pronunciato una sentenza che ha fortemente ridimensionato l’impianto accusatorio: 11 assoluzioni su 14 imputati e soltanto tre condanne, peraltro a pene contenute.

Una parte delle contestazioni è inoltre caduta per prescrizione.

Ma una sentenza di primo grado impugnata non equivale alla conclusione definitiva della vicenda giudiziaria.

La Procura ha deciso di portare una parte consistente del procedimento davanti alla Corte d’Appello.

Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa, l’impugnazione di Salvi arriva a circa 2.447 pagine, accompagnate da una mole enorme di documentazione.

Non è quindi una contestazione marginale.

È un attacco frontale a parti fondamentali del ragionamento seguito dal Tribunale.

«CIRCOSTANZE MAI AVVENUTE»

Uno dei passaggi più inquietanti riguarda proprio il modo in cui, secondo la Procura, sarebbero state costruite alcune motivazioni assolutorie.

Salvi sostiene che vi sarebbero passaggi nei quali il Tribunale avrebbe fondato proprie conclusioni su «circostanze mai avvenute».

Non basta.

Secondo l’impugnazione, in alcuni punti i giudici si sarebbero spinti a ricostruire persino ciò che gli imputati avrebbero pensato al momento dei fatti, attribuendo loro stati d’animo e intenzioni che la Procura considera sostanzialmente immaginati.

Il pm parla infatti di interpretazioni «del tutto irrealistiche» e di ricostruzioni «fantasiose».

È difficile immaginare una critica più radicale nei confronti di una sentenza.

Qui non si discute semplicemente se una pena dovesse essere di tre o cinque anni.

Si mette in discussione il percorso logico utilizzato per arrivare alle assoluzioni.

LA DOMANDA CHE NON PUÒ ESSERE CENSURATA: COME È STATO VALUTATO IL MATERIALE PROBATORIO?

Questo è il punto politico e istituzionale sul quale sarebbe irresponsabile tacere.

La magistratura deve essere indipendente.

Ma indipendenza non significa infallibilità.

Un giudice può sbagliare. Un pubblico ministero può sbagliare. Una Corte d’Appello può correggere entrambi.

È precisamente per questo che esistono diversi gradi di giudizio.

E se un pubblico ministero arriva a sostenere che una sentenza contiene ricostruzioni «fantasiose», circostanze «mai avvenute» e una ricerca quasi «ossessiva» di motivazioni assolutorie, la risposta non può essere: non se ne parli perché così si delegittima la magistratura.

È esattamente il contrario.

La magistratura acquista autorevolezza quando accetta che anche il lavoro dei magistrati possa essere sottoposto a una critica rigorosa.

L’indipendenza della toga non può trasformarsi nell’immunità della toga dalla critica.

PERSINO LE PRESCRIZIONI VENGONO CONTESTATE

L’impugnazione tocca anche un altro elemento delicatissimo.

Secondo la Procura, in alcuni casi sarebbero stati commessi errori nel calcolo dei termini di sospensione della prescrizione.

Anche questo dovrà essere valutato dal giudice d’appello.

Ma il punto politico rimane enorme.

Se il calcolo fosse effettivamente sbagliato, non ci troveremmo davanti a una divergenza filosofica sull’interpretazione del diritto, ma a qualcosa di molto più concreto: un errore tecnico capace di incidere direttamente sul destino di un’accusa penale.

È precisamente per questioni come questa che l’appello deve arrivare fino in fondo.

LA REPLICA DEL TRIBUNALE

Per correttezza va riportata anche la posizione opposta.

La presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, ha respinto nettamente la rappresentazione fornita dalla Procura.

Il Tribunale sostiene di non perseguire né condanne né assoluzioni «a ogni costo» e afferma di avere giudicato esclusivamente sulla base delle prove, del diritto e del contraddittorio.

Beretti ha inoltre ricordato che la critica delle decisioni giudiziarie non dovrebbe trasformarsi nella delegittimazione dell’istituzione.

È una posizione legittima.

Ma non cancella il problema.

Perché adesso abbiamo due ricostruzioni giudiziarie radicalmente contrapposte.

Da una parte il Tribunale sostiene di avere applicato correttamente diritto e prove.

Dall’altra una Procura che descrive alcuni passaggi della stessa sentenza come sorprendenti, irrealistici, fantasiosi e orientati verso una ricerca esasperata delle ragioni per assolvere.

Sarà la Corte d’Appello a stabilire quale delle due letture sia giuridicamente fondata.

Ed è proprio per questo che raccontare Bibbiano come una vicenda definitivamente chiusa è semplicemente prematuro.

NON TRASFORMIAMO LE ASSOLUZIONI IN UNA SENTENZA SULLA STORIA

C’è poi un errore che il giornalismo dovrebbe evitare.

Un’assoluzione penale non autorizza automaticamente a sostenere che ogni fatto denunciato, ogni criticità nella gestione degli affidi e ogni sofferenza delle famiglie coinvolte fossero invenzioni.

Allo stesso modo, l’appello della Procura non trasforma gli imputati assolti in colpevoli.

La presunzione d’innocenza resta un principio fondamentale.

Ma proprio rispettando quel principio bisogna rispettarne un altro: il processo non può essere raccontato come definitivamente concluso quando esiste un’impugnazione di questa portata.

Non servono slogan.

Servono atti, documenti, sentenze e responsabilità.

VALENTINA SALVI HA SCELTO DI NON ARRENDERSI AL PRIMO VERDETTO

Qualunque sarà l’esito dell’appello, una cosa è evidente: Valentina Salvi ha deciso di assumersi fino in fondo la responsabilità della propria impostazione accusatoria.

Avrebbe potuto prendere atto della pesantissima sconfitta processuale del primo grado.

Non lo ha fatto.

Ha messo nero su bianco migliaia di pagine di contestazioni e ha chiesto a un giudice superiore di verificare nuovamente una parte rilevante del processo.

Questo non significa che abbia necessariamente ragione.

Significa però che la battaglia giudiziaria continua.

Ed è questo che dovrebbe interessare chi pretende di informare anziché distribuire certificati ideologici di colpevolezza o innocenza.

ADESSO NIENTE SCONTI: PARLI LA CORTE D’APPELLO

Bibbiano merita una cosa soltanto: verità giudiziaria fino all’ultimo grado disponibile.

Se il Tribunale di primo grado ha ragione, l’appello lo confermerà e le assoluzioni dovranno essere rispettate.

Se invece la Procura dimostrerà che determinate assoluzioni sono state costruite attraverso errori, ricostruzioni infondate o valutazioni scorrette delle prove, quelle decisioni dovranno essere riformate.

Senza protezioni corporative.

Senza guerre ideologiche.

Senza trasformare la toga in uno scudo contro qualsiasi domanda.

Perché quando sono coinvolti minori, famiglie spezzate, servizi sociali, psicologi e decisioni capaci di cambiare per sempre la vita di un bambino, lo Stato non può permettersi zone d’ombra.

E soprattutto non può chiedere ai cittadini di smettere di fare domande.

Il caso Bibbiano non è finito.

Ora tocca alla Corte d’Appello.


FONTI

ANSA – Appello dei pm sul caso Bibbiano, “ossessiva ricerca di ragioni assolutorie”
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/04/01/appello-dei-pm-sul-caso-bibbiano-ossessiva-ricerca-di-ragioni-assolutorie_025cf4c1-d7c3-4b6d-8d91-f0248323a3eb.html

RaiNews TGR Emilia-Romagna – Bibbiano, la Procura impugna la sentenza
https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/03/bibbiano-la-procura-fa-appello-contro-le-assoluzioni-53a2472c-417c-470c-abde-7f5e95963cc6.html

RaiNews – Caso Bibbiano, ecco perché la Procura ricorre in appello
https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/04/caso-bibbiano-la-procura-ricorre-in-appello-fb665dcc-66c7-473c-995f-cb17ffb12839.html

Il Resto del Carlino – Affidi Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/affidi-bibbiano-ricorso-assoluzione-qo5cwfo3

Corriere della Sera / Corriere di Bologna – Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado
https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_02/bibbiano-ricorso-sentenza-primo-grado-fc976c3b-6418-4e41-8cb3-6c64e6e27xlk.shtml

ANSA – Giudici contro pm sul caso Bibbiano, “nessuna assoluzione a ogni costo”
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/04/03/giudici-contro-pm-sul-caso-bibbiano-nessuna-assoluzione-a-ogni-costo_755aff23-35aa-45f2-91eb-2e2dd307e9e2.html

ANSA – Si disintegra l’accusa sugli affidi di Bibbiano
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2025/07/09/il-caso-bibbiano-al-processo-angeli-e-demoni-cadono-quasi-tutte-le-accuse_e5647f1e-6a19-4379-afbf-3d5e364510cb.html

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