Belgrado seppellisce Mladić. L’Europa seppellisce il resto della guerra

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La morte del generale serbo-bosniaco riapre la ferita della Jugoslavia: Srebrenica, Krajina, i villaggi serbi della Drina, i mujaheddin, l’Aja e i bombardamenti NATO. Una storia molto più complessa della rappresentazione costruita negli ultimi trent’anni.

Ratko Mladić è morto all’Aja il 27 agosto 2026 mentre scontava la condanna all’ergastolo inflittagli dalla giustizia internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. A Belgrado, il ministro della Giustizia Nenad Vujić ha annunciato che l’ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska riceverà «tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto», mentre la famiglia dovrà decidere il luogo della sepoltura.

L’annuncio è bastato per riaprire una delle ferite più profonde e politicamente sensibili dell’Europa contemporanea.

Da Bruxelles è arrivato immediatamente il richiamo contro qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra. Nei Balcani le reazioni hanno seguito linee ormai familiari: condanna e indignazione tra molte associazioni delle vittime bosgnacche, commemorazioni e manifestazioni di rispetto in settori del mondo serbo.

Il copione sembra già scritto.

Eppure proprio la morte di Mladić offre l’occasione per affrontare una domanda molto più scomoda: quanto della guerra jugoslava ricordiamo davvero e quanto, invece, abbiamo trasformato in una narrazione politica semplificata?

Mladić e le responsabilità che non possono essere cancellate

Qualunque revisione critica della narrazione occidentale deve partire da un punto non negoziabile sul piano documentale: Mladić fu condannato definitivamente dalla giustizia internazionale.

Le sentenze hanno attribuito alle forze sotto il suo comando responsabilità gravissime, soprattutto per Srebrenica, oltre che per la campagna militare condotta durante la guerra in Bosnia.

Negare questo dato significherebbe sostituire una propaganda con un’altra.

Ma riconoscere i crimini commessi dalle forze serbo-bosniache non obbliga ad accettare l’idea secondo cui l’intera dissoluzione jugoslava possa essere raccontata attraverso un unico schema morale: aggressori da una parte, vittime dall’altra.

La Jugoslavia non esplose semplicemente perché un esercito impazzì nel cuore dell’Europa.

La federazione si frantumò lungo linee nazionali, costituzionali, religiose, territoriali ed economiche che erano diventate sempre più profonde con il collasso del sistema politico jugoslavo e la fine della Guerra Fredda.

Serbi, croati e bosgnacchi entrarono progressivamente in una guerra nella quale espulsioni, massacri, campi di detenzione e violenze contro i civili furono perpetrati da più parti, anche se con dimensioni, responsabilità e contesti differenti.

Ed è proprio questa complessità che la memoria politica europea tende spesso a comprimere.

La Krajina che l’Europa ricorda molto meno

Nell’agosto 1995 la Croazia lanciò l’Operazione Tempesta, l’offensiva che riconquistò gran parte dei territori controllati dai serbi della Krajina.

Il risultato fu anche un enorme esodo della popolazione serba.

Decine di migliaia di persone abbandonarono le proprie abitazioni formando quelle colonne di automobili, camion e trattori che rimangono una delle immagini più drammatiche della fine della guerra croata.

Vi furono inoltre omicidi di civili, incendi, saccheggi e distruzioni.

La vicenda giudiziaria dell’Aja fu complessa. Ante Gotovina e Mladen Markač vennero inizialmente condannati nel 2011; nel novembre 2012 la Camera d’Appello dell’ICTY ribaltò quelle condanne e li assolse.

Questa assoluzione deve essere ricordata per evitare di trasformare accuse e sentenze di primo grado in verità giudiziarie definitive.

Ma l’assoluzione dei comandanti non cancella né l’esodo della popolazione serba né i crimini individualmente commessi durante e dopo l’operazione.

Eppure nella memoria collettiva europea la Krajina occupa uno spazio infinitamente minore rispetto a Srebrenica.

Perché?

Prima di Srebrenica c’era già una guerra

Srebrenica costituisce inevitabilmente il centro della discussione.

Nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono l’enclave dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area».

Dopo la caduta della città, migliaia di uomini bosgnacchi furono catturati e uccisi. Le successive indagini individuarono fosse comuni, riesumazioni, trasferimenti secondari dei corpi e strutture organizzative utilizzate nelle esecuzioni.

Su questo esiste un vastissimo patrimonio giudiziario e documentale.

Ma anche qui raccontare ciò che avvenne nel luglio 1995 non significa cancellare ciò che era successo negli anni precedenti.

Srebrenica non era soltanto un campo profughi isolato dal conflitto.

Nell’enclave operavano unità dell’esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina e nell’area si verificarono combattimenti e incursioni contro insediamenti serbi circostanti. Villaggi della regione subirono attacchi, distruzioni e vittime.

Il nome più controverso rimane quello di Naser Orić, comandante delle forze bosgnacche nell’area.

Orić fu processato dal Tribunale dell’Aja e la sua complessa vicenda giudiziaria terminò con l’assoluzione in appello.

Anche questo dato deve essere ricordato.

Ma l’assoluzione di un comandante non significa che i civili serbi morti nei villaggi intorno all’enclave non siano mai esistiti.

La distinzione è fondamentale.

La storia giudiziaria stabilisce responsabilità penali individuali secondo determinati standard probatori; la ricostruzione storica deve invece comprendere l’intero contesto nel quale quelle violenze avvennero.

La colonna verso Tuzla

Quando Srebrenica cadde, una parte della popolazione civile raggiunse Potočari, mentre una grande colonna composta prevalentemente da uomini tentò di attraversare il territorio controllato dalle forze serbo-bosniache in direzione di Tuzla.

Dentro quella colonna erano presenti militari dell’esercito bosniaco, ma anche uomini che non partecipavano direttamente ai combattimenti.

Durante la fuga vi furono scontri, imboscate, bombardamenti, mine, catture e perdite.

Una parte degli uomini catturati venne successivamente assassinata in esecuzioni organizzate.

Sono due aspetti che possono essere contemporaneamente veri.

Ridurre tutto alla sola colonna militare significa oscurare le esecuzioni dei prigionieri.

Raccontare Srebrenica senza ricordare che nella regione era in corso da anni una guerra feroce significa invece trasformare un evento storico complesso in un’immagine priva del suo contesto.

La storia non dovrebbe aver bisogno di scegliere quale metà raccontare.

Il capitolo dimenticato dei mujaheddin

Esiste poi un’altra pagina della guerra bosniaca molto meno presente nella memoria popolare occidentale: quella dei combattenti islamisti stranieri.

Volontari provenienti da diversi Paesi musulmani raggiunsero la Bosnia e combatterono al fianco delle forze governative bosniache. Il fenomeno dei mujaheddin stranieri in Bosnia è documentato anche dagli stessi procedimenti internazionali relativi al conflitto.

Questo non significa — ed è essenziale precisarlo — che l’esercito bosniaco fosse semplicemente un esercito jihadista, né tantomeno che la popolazione musulmana bosniaca possa essere identificata con quei gruppi.

Significa però che anche questa componente appartiene alla storia della guerra.

Ignorarla produce un’immagine incompleta quanto quella che pretende di trasformarla nell’elemento dominante dell’intero conflitto.

Izetbegović e la Dichiarazione islamica

Un discorso analogo riguarda Alija Izetbegović.

Molto prima della guerra, Izetbegović aveva scritto la celebre Dichiarazione islamica, un testo politico-religioso nel quale affrontava il rapporto tra Islam, società e potere politico.

Quel documento viene interpretato in maniera radicalmente diversa.

I suoi critici vi leggono il progetto ideologico di una società islamizzata; i suoi difensori ricordano invece che il testo non era un programma specificamente destinato alla Bosnia multietnica e che la leadership bosniaca durante la guerra continuò ufficialmente a presentare il proprio Stato come multietnico.

La questione non può quindi essere risolta attraverso uno slogan.

Ma cancellare completamente quel retroterra ideologico per adattare Izetbegović all’immagine occidentale di leader esclusivamente liberale e pluralista significa, ancora una volta, semplificare la storia.

L’Aja ha giudicato dei crimini. Non ha esaurito la storia

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nacque nel 1993 attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Processò esponenti serbi, croati, bosgnacchi, kosovari e macedoni.

È altrettanto vero che gli imputati serbi rappresentarono la componente numericamente maggiore dei procedimenti.

Da qui nasce una delle critiche che da trent’anni attraversa una parte dell’opinione pubblica balcanica: l’idea che il tribunale abbia finito per produrre non soltanto giustizia penale, ma anche una gerarchia politica della memoria.

È una tesi discutibile, ma non può essere liquidata semplicemente come propaganda nazionalista.

Un tribunale stabilisce se un imputato è penalmente responsabile oltre una determinata soglia probatoria.

Non stabilisce da solo il significato complessivo di una guerra.

E soprattutto non può sostituire il lavoro degli storici.

Poi arrivò il 1999

Quattro anni dopo Srebrenica, la NATO bombardò la Repubblica Federale di Jugoslavia durante la guerra del Kosovo.

L’operazione Allied Force iniziò il 24 marzo 1999 senza una specifica autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU all’uso della forza.

Per 78 giorni vennero colpiti obiettivi militari e infrastrutture in Serbia e Montenegro.

La NATO giustificò l’intervento con la necessità di fermare la crisi umanitaria e le violenze contro gli albanesi del Kosovo.

Belgrado e i critici dell’intervento considerarono invece l’operazione una violazione del diritto internazionale e della sovranità jugoslava.

Anche quella guerra contribuì profondamente alla memoria politica serba contemporanea.

Per una parte dell’Europa occidentale il 1999 rappresentò l’intervento necessario contro Milošević.

Per molti serbi rappresenta ancora oggi il momento nel quale l’Occidente dimostrò che le proprie regole potevano essere sospese quando gli interessi strategici lo richiedevano.

Senza comprendere questa frattura è impossibile capire perché la figura di Mladić continui ad avere un significato politico che supera enormemente la biografia dell’uomo.

La battaglia sulla memoria

Ed eccoci al presente.

Belgrado può utilizzare il funerale di Mladić per alimentare la propria narrazione nazionale: quella di un popolo trasformato nel colpevole collettivo della dissoluzione jugoslava.

Bruxelles, dall’altra parte, considera qualsiasi celebrazione del generale incompatibile con la memoria delle vittime e con i valori richiesti a un Paese candidato all’Unione Europea.

Entrambe le reazioni hanno una logica politica.

Il problema nasce quando la politica pretende di decidere quali vittime debbano diventare memoria europea e quali possano rimanere ai margini.

Srebrenica deve essere ricordata.

Ma ricordare Srebrenica non impone di dimenticare i serbi della Krajina.

Condannare le esecuzioni dei prigionieri bosgnacchi non impone di cancellare i serbi uccisi nei villaggi della Drina.

Riconoscere i crimini delle forze serbo-bosniache non impedisce di studiare i mujaheddin stranieri.

E criticare il nazionalismo serbo non significa dover considerare automaticamente legittimo ogni intervento occidentale nei Balcani.

Queste realtà possono convivere.

È proprio la loro convivenza a rendere la storia diversa dalla propaganda.

Mladić dopo Mladić

Ratko Mladić non diventa innocente perché anche altri commisero crimini.

Ma neppure i crimini di Mladić trasformano automaticamente tutti gli altri protagonisti della guerra in innocenti.

È forse questa la distinzione che manca maggiormente nella memoria pubblica europea.

La dissoluzione della Jugoslavia produsse una quantità enorme di vittime, profughi, città assediate, villaggi incendiati, espulsioni e vendette.

Ogni comunità possiede i propri cimiteri.

Ogni comunità possiede fotografie che l’altra preferirebbe non vedere.

Ed è precisamente per questo che una bara a Belgrado continua, trent’anni dopo, a provocare reazioni da Sarajevo a Bruxelles.

Non stiamo discutendo soltanto della morte di un generale.

Stiamo ancora combattendo per decidere chi abbia il diritto di raccontare la guerra.

L’Europa ha costruito una parte importante della propria memoria dei Balcani intorno a Srebrenica. È comprensibile: ciò che avvenne dopo la caduta dell’enclave costituisce uno dei capitoli più atroci della guerra.

Ma una memoria selettiva non diventa più vera perché ricorda un crimine reale.

La maturità storica comincerà quando sarà possibile pronunciare nella stessa frase Srebrenica, Krajina, Sarajevo, Drina, mujaheddin e bombardamenti del 1999, senza che ricordare una vittima venga interpretato come un tentativo di cancellarne un’altra.

Mladić verrà sepolto.

La battaglia sulla memoria della Jugoslavia, invece, è tutt’altro che finita.


FONTI E APPROFONDIMENTI

ANSA – Belgrado, Mladić sarà sepolto con tutti gli onori militari e di Stato
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/28/belgrado-mladic-sara-sepolto-con-tutti-gli-onori-militari-e-di-stato_912db36d-bc14-452c-8441-c521766435db.html

Reuters – Ratko Mladić, former general convicted of Bosnia genocide, dies
https://www.reuters.com/world/bosnian-serb-general-ratko-mladic-convicted-genocide-has-died-un-official-says-2026-08-27/

European Western Balkans – What kind of funeral will Ratko Mladić receive in Serbia?
https://europeanwesternbalkans.com/2026/08/28/what-kind-of-funeral-will-ratko-mladic-receive-in-serbia/

International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia / IRMCT – Archivio dei procedimenti relativi all’ex Jugoslavia
https://www.irmct.org/

ICTY/IRMCT – Appeals Chamber Acquits and Orders Release of Ante Gotovina and Mladen Markač
https://www.icty.org/en/press/appeals-chamber-acquits-and-orders-release-ante-gotovina-and-mladen-markac

NATO – Operation Allied Force
https://www.nato.int/kosovo/all-frce.htm

United Nations – International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia
https://www.un.org/icty/

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