QUANDO L’IDENTITÀ DIVENTA UN CONTAGIO: ADOLESCENTI, SOCIAL E IL GRANDE ESPERIMENTO DELLA MEDICINA DI GENERE

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L’esplosione della disforia tra gli adolescenti, il ruolo dei social network e le politiche di “affermazione”: cosa resta quando all’ideologia si sostituisce la prudenza clinica

Per anni il dibattito sull’identità di genere è stato presentato attraverso una contrapposizione semplicistica: da una parte chi “afferma”, dall’altra chi “odia”.

Ma la medicina non dovrebbe funzionare attraverso slogan politici.

E soprattutto non dovrebbe farlo quando al centro della questione ci sono bambini e adolescenti.

Negli ultimi quindici anni qualcosa di straordinario è accaduto nei servizi occidentali dedicati alla disforia di genere: non è aumentato soltanto il numero dei giovani che chiedono assistenza. È cambiata profondamente anche la popolazione che arriva nelle cliniche.

Il caso britannico è emblematico.

Il Gender Identity Development Service della Tavistock, negli anni Novanta, seguiva numeri molto piccoli di giovani, prevalentemente maschi con una storia di non conformità di genere iniziata durante l’infanzia.

Successivamente i rinvii sono aumentati enormemente e il rapporto tra i sessi si è rovesciato: a presentarsi sono diventate soprattutto adolescenti femmine.

Questo cambiamento dovrebbe rappresentare una delle principali domande scientifiche dell’intero dibattito.

Invece, troppo spesso, porre la domanda è stato considerato di per sé sospetto.

NON BASTA DIRE: “PRIMA AVEVANO PAURA DI DICHIARARSI”

Una delle spiegazioni più diffuse sostiene che le persone transgender siano sempre esistite nelle medesime proporzioni e che la maggiore accettazione sociale abbia semplicemente consentito loro di emergere.

È certamente possibile che una parte dell’aumento dipenda da una maggiore disponibilità a dichiarare il proprio disagio.

Ma questa spiegazione, da sola, non risolve il problema.

Bisogna infatti spiegare perché sia cambiato così rapidamente il rapporto tra maschi e femmine, perché l’esordio venga frequentemente segnalato durante o dopo la pubertà e perché tanti giovani presentino contemporaneamente depressione, ansia, disturbi alimentari, autismo, ADHD o altre difficoltà psicologiche e del neurosviluppo.

È precisamente qui che il dibattito diventa molto più interessante — e molto meno compatibile con gli slogan.

IL CASS REVIEW HA CAMBIATO IL DIBATTITO

Nel 2024 la pediatra britannica Hilary Cass ha pubblicato il rapporto finale dell’Independent Review of Gender Identity Services for Children and Young People, commissionato dal servizio sanitario inglese.

È un documento fondamentale perché non nasce come manifesto politico contro le persone transgender.

Parte invece da una domanda molto più semplice:

quanto sono solide le prove scientifiche sulle quali sono stati costruiti i trattamenti destinati ai minori?

La risposta del rapporto è tutt’altro che rassicurante.

Cass descrive il settore come caratterizzato da evidenze sorprendentemente deboli e sottolinea le considerevoli incertezze sugli effetti a lungo termine degli interventi.

Il rapporto non sostiene che esista una singola spiegazione per l’aumento dei giovani che manifestano disagio legato al genere.

Parla invece di un intreccio complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.

Ed è proprio questo il punto.

Se il problema è complesso, perché la risposta dovrebbe essere automaticamente l’affermazione dell’identità dichiarata?

SOCIAL NETWORK: LA VARIABILE CHE NON PUÒ ESSERE IGNORATA

Gli adolescenti costruiscono da sempre parte della propria identità attraverso il gruppo.

La differenza è che oggi il gruppo non termina più davanti al cancello della scuola.

TikTok, Instagram, YouTube, Reddit e altre piattaforme permettono a un adolescente in difficoltà di entrare in pochi minuti in comunità nelle quali trova linguaggio, categorie, testimonianze, diagnosi informali e spiegazioni già pronte per interpretare il proprio disagio.

Questo non significa che internet “crei” automaticamente una persona transgender.

Significa però che sarebbe scientificamente ingenuo sostenere che un ambiente sociale così potente non possa influenzare il modo in cui gli adolescenti interpretano sé stessi.

L’algoritmo non diagnostica.

Amplifica.

Un ragazzo cerca un contenuto, ne riceve altri dieci. Interagisce e ne riceve cento. Entra in una comunità e improvvisamente dispone di una spiegazione completa del proprio malessere.

Per un adulto può essere soltanto un video.

Per un quindicenne alla ricerca di appartenenza può diventare una visione del mondo.

LISA LITTMAN E LA CONTROVERSA IPOTESI DELLA ROGD

Nel 2018 la ricercatrice Lisa Littman pubblicò su PLOS ONE uno studio basato sulle testimonianze di genitori di adolescenti e giovani adulti che sembravano aver manifestato improvvisamente una disforia di genere.

Littman utilizzò l’espressione Rapid-Onset Gender Dysphoria (ROGD).

Lo studio divenne immediatamente controverso.

I critici evidenziarono problemi metodologici importanti: i genitori erano stati reclutati attraverso siti potenzialmente critici nei confronti della transizione, mancava una valutazione diretta degli adolescenti e non era possibile stabilire un rapporto causale tra amicizie, internet e identità transgender.

PLOS ONE sottopose infatti il lavoro a una revisione successiva e chiarì che la ROGD non doveva essere considerata una diagnosi clinica convalidata.

Questo punto deve essere detto chiaramente.

Ma da qui a sostenere che l’influenza sociale possa essere esclusa c’è una distanza enorme.

La domanda scientifica rimane:

quanto possono gruppo dei pari, social network e cultura identitaria influenzare l’interpretazione del disagio durante l’adolescenza?

Liquidare la domanda non equivale a risponderle.

IL PROBLEMA DEL MODELLO AFFERMATIVO

Qui la questione smette di essere soltanto culturale e diventa clinica.

Il cosiddetto modello affermativo parte dall’idea che l’identità dichiarata dal giovane debba essere riconosciuta e sostenuta.

Ma proprio questa impostazione solleva un problema fondamentale.

Un adolescente può interpretare correttamente ciò che prova senza che medici e psicologi debbano esplorarne profondamente le cause?

Depressione, autismo, trauma, omosessualità, disagio corporeo, disturbi alimentari, isolamento sociale e disforia possono sovrapporsi.

L’esplorazione psicologica non dovrebbe quindi rappresentare una negazione dell’adolescente.

Dovrebbe essere medicina.

Quando invece la prudenza viene descritta come ostilità e qualsiasi domanda viene interpretata come tentativo di “conversione”, il rischio è che la diagnosi differenziale venga sacrificata sull’altare dell’affermazione.

LA TRANSIZIONE SOCIALE NON È NECESSARIAMENTE UN ATTO NEUTRO

Cambiare nome, pronomi, abbigliamento e ruolo sociale viene spesso presentato come completamente reversibile.

Dal punto di vista fisico lo è certamente molto più di un trattamento farmacologico o chirurgico.

Ma la questione scientifica è differente:

può la transizione sociale influenzare la successiva evoluzione dell’identità del giovane?

Cass sottolinea proprio l’insufficienza delle conoscenze sugli effetti della transizione sociale sulla traiettoria dello sviluppo di genere.

Non significa aver dimostrato che la transizione sociale provochi necessariamente quella medica.

Significa che non possiamo semplicemente presumere che sia psicologicamente neutrale.

E quando parliamo di bambini e adolescenti, l’assenza di prove dovrebbe produrre prudenza, non certezza.

BLOCCANTI DELLA PUBERTÀ: LA “PAUSA” È DAVVERO COSÌ SEMPLICE?

Per anni i bloccanti della pubertà sono stati descritti nel dibattito pubblico come una sorta di pulsante “pausa”.

Il ragazzo avrebbe avuto semplicemente più tempo per decidere.

Ma il quadro scientifico è molto più complesso.

Il Cass Review ha messo in evidenza la debolezza delle evidenze disponibili e le incertezze relative agli effetti dello sviluppo puberale soppresso.

Pubertà, maturazione ossea, sviluppo sessuale, fertilità e sviluppo psicologico non sono processi indipendenti.

Intervenire su uno significa potenzialmente interferire con gli altri.

Ed è precisamente per questa ragione che una parte dei sistemi sanitari europei ha adottato negli ultimi anni un approccio molto più prudente.

DALLA GRAN BRETAGNA AL NORD EUROPA: IL PENDOLO TORNA INDIETRO

Il cambiamento britannico non è avvenuto nel vuoto.

Anche Finlandia e Svezia hanno adottato impostazioni più caute verso gli interventi medici sui minori con disforia di genere.

In Inghilterra il vecchio modello centralizzato della Tavistock è stato sostituito da una nuova organizzazione dei servizi, con maggiore attenzione alla salute mentale complessiva del giovane.

È un cambiamento significativo.

Perché dimostra che chiedere prudenza non significa necessariamente essere “contro i transgender”.

Può significare semplicemente applicare uno dei principi più antichi della medicina:

più un intervento può produrre conseguenze durature, maggiore deve essere la qualità delle prove che lo giustificano.

IL DIRITTO DI ESSERE ADOLESCENTI ATIPICI

Esiste poi una questione culturale che rischia di essere dimenticata.

Una ragazza può detestare gli stereotipi femminili senza essere un ragazzo.

Un ragazzo può essere effeminato senza essere una ragazza.

Una ragazza può innamorarsi di altre ragazze senza avere un corpo “sbagliato”.

Un adolescente può odiare il proprio corpo durante la pubertà senza che quel disagio rappresenti necessariamente un’identità permanente.

Per decenni una parte della cultura progressista ha combattuto gli stereotipi sessuali.

Oggi rischiamo paradossalmente di trasformare alcuni di quegli stessi stereotipi in strumenti diagnostici dell’identità.

Non ti riconosci nella femminilità proposta dai social?

Questo non dimostra che sei un uomo.

Forse dimostra soltanto che Instagram offre un’immagine assurda della femminilità.

IL PROBLEMA DEI DETRANSITIONER

Esiste inoltre una categoria che per troppo tempo è rimasta ai margini della discussione: le persone che interrompono o cercano di invertire una precedente transizione.

Le loro esperienze sono estremamente diverse e non possono essere utilizzate per sostenere che ogni transizione sia sbagliata.

Ma non possono nemmeno essere cancellate perché disturbano una narrazione politica.

Alcune raccontano di aver compreso soltanto successivamente che depressione, trauma, autismo, omosessualità o disagio adolescenziale avevano avuto un peso maggiore di quanto inizialmente riconosciuto.

La loro esistenza pone una domanda inevitabile:

quanti falsi positivi siamo disposti ad accettare quando alcune conseguenze del trattamento possono essere irreversibili?

In medicina questa domanda dovrebbe essere normale.

Nel dibattito identitario è diventata esplosiva.

NON È UNA GUERRA CONTRO LE PERSONE TRANSGENDER

Bisogna evitare anche l’errore opposto.

Dire che ogni adolescente transgender segue semplicemente una moda sarebbe scientificamente insostenibile e umanamente ingiusto.

Esistono persone che sperimentano una disforia grave e persistente.

Meritano rispetto, ascolto e assistenza.

Ma proprio il rispetto impone di distinguere.

Una condizione clinica seria non dovrebbe diventare una categoria nella quale far confluire automaticamente qualsiasi forma di disagio adolescenziale.

Difendere la medicina significa poter sostenere contemporaneamente due cose:

le persone transgender esistono e devono essere rispettate;

la medicalizzazione dei minori richiede prove molto più solide di quelle finora disponibili.

Non esiste alcuna contraddizione.

LA POLITICA DOVREBBE USCIRE DALL’AMBULATORIO

Il problema nasce quando una posizione politica diventa protocollo clinico.

La destra non dovrebbe decidere chi è transgender.

La sinistra non dovrebbe decidere chi deve essere affermato.

Dovrebbero decidere medici, psicologi, famiglie e — progressivamente, secondo età e maturità — gli stessi ragazzi, sulla base delle migliori prove disponibili.

La scuola dovrebbe fare la scuola.

La medicina dovrebbe fare la medicina.

E gli algoritmi non dovrebbero fare né l’una né l’altra.

Soprattutto, le famiglie non dovrebbero essere automaticamente considerate un ostacolo perché chiedono tempo prima di prendere decisioni potenzialmente irreversibili.

CONCLUSIONE: IL DIRITTO DI ASPETTARE

Forse la parola più rivoluzionaria nell’attuale dibattito sull’identità di genere è semplicemente:

aspettare.

Aspettare non significa deridere.

Non significa discriminare.

Non significa abbandonare.

Significa osservare, ascoltare, curare eventuali disturbi concomitanti, comprendere la storia familiare, valutare il rapporto con il corpo, il gruppo dei pari e i social network.

Significa permettere a un adolescente di cambiare idea.

Perché l’adolescenza è precisamente l’età nella quale cambiare idea dovrebbe essere consentito.

Una società adulta dovrebbe essere capace di proteggere contemporaneamente la dignità delle persone transgender e il diritto dei minori a non trasformare troppo rapidamente un’identità ancora in formazione in una decisione scritta sul corpo.

Il Cass Review non dimostra l’esistenza di una gigantesca epidemia di “contagio transgender”. E lo studio di Littman non dimostra che i social network trasformino automaticamente gli adolescenti in persone transgender.

Ma entrambi, in modi differenti, costringono a confrontarsi con domande che per troppo tempo sono state considerate politicamente proibite.

Quando le prove sono deboli, la prudenza non è discriminazione.

È precisamente ciò che la medicina dovrebbe pretendere.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Cass Review – Independent Review of Gender Identity Services for Children and Young People, Final Report (2024)
https://webarchive.nationalarchives.gov.uk/ukgwa/20250310143933mp_/https:/cass.independent-review.uk/home/publications/final-report/

Lisa Littman – “Parent reports of adolescents and young adults perceived to show signs of a rapid onset of gender dysphoria”, PLOS ONE (2018, versione corretta)
https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0202330

Hilary Cass – “Gender medicine for children and young people is built on shaky foundations”, The BMJ (2024)
https://www.bmj.com/content/385/bmj.q814

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