Quando arrivano capitali, tecnologia e investimenti occidentali diventano “saccheggio”. Quando il petrolio resta sottoterra mentre il Paese si impoverisce, lo chiamano “sovranità”
Ci risiamo.
Non è ancora asciutto l’inchiostro sull’annuncio del gigantesco accordo petrolifero tra Stati Uniti e Venezuela che i soliti riporter della propaganda marxista hanno già tirato fuori dal cassetto il repertorio di sempre.
“Neocolonialismo”.
“Dominazione americana”.
“Saccheggio delle risorse”.
“Multinazionali”.
“Cortile di casa”.
Cambiano i Paesi, cambiano i presidenti, cambiano gli accordi internazionali. Il vocabolario resta quello della Guerra Fredda.
Il 28 agosto Donald Trump ha annunciato quello che ha definito il più grande accordo petrolifero della storia: un’intesa riguardante oltre 65 miliardi di barili delle riserve provate venezuelane.
Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve petrolifere provate, le maggiori del pianeta. L’accordo riguarda quindi una quantità gigantesca di greggio.
Secondo quanto annunciato dalle parti, il progetto coinvolgerebbe 17 giacimenti, mobiliterebbe circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati e potrebbe produrre, secondo le stime presentate dal governo venezuelano, circa 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per Caracas.
E quale sarebbe la conclusione dei propagandisti?
Che il Venezuela sarebbe stato praticamente colonizzato.
IL PICCOLO PARTICOLARE CHE DISTURBA LA NARRAZIONE: CARACAS HA FIRMATO
C’è innanzitutto un problema piuttosto evidente.
Questo non viene presentato dalle autorità venezuelane come un sequestro delle risorse nazionali.
È un accordo sottoscritto dal governo venezuelano.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha pubblicamente rivendicato l’intesa e gli investimenti che dovrebbero accompagnarla.
Si può certamente discutere se Caracas abbia negoziato bene.
Si può discutere della quota americana.
Si può discutere della durata delle concessioni.
Si può discutere dell’enorme influenza che Washington acquisirebbe sull’industria petrolifera venezuelana.
Ma definire automaticamente “colonialismo” qualsiasi accordo nel quale un’impresa o una potenza occidentale ottiene condizioni estremamente favorevoli significa sostituire l’analisi economica con un’etichetta ideologica.
Ed è precisamente quello che sta accadendo.
IL GIOCHETTO DEI “3 DOLLARI A BARILE”
Uno degli argomenti più suggestivi arriva da Venezuelanalysis.
Il ragionamento è apparentemente devastante: Caracas otterrebbe poco più di 3 dollari per ogni barile coinvolto nell’accordo.
Terribile.
Peccato che si stiano confrontando grandezze diverse.
Il calcolo nasce dividendo i circa 209 miliardi di dollari di entrate fiscali previste per i 65 miliardi di barili interessati.
209 miliardi / 65 miliardi = circa 3,2 dollari.
L’operazione matematica è corretta.
È la rappresentazione economica a essere fuorviante se quei 3,2 dollari vengono fatti passare per ciò che complessivamente “riceve il Venezuela”.
I 209 miliardi indicati dal governo venezuelano rappresentano infatti gettito fiscale stimato, non necessariamente l’intero valore economico venezuelano dell’operazione.
Sono cose completamente differenti.
Nel quadro complessivo devono essere considerati anche gli investimenti, l’attività produttiva delle società coinvolte, l’eventuale partecipazione venezuelana, salari, fornitori, infrastrutture, servizi e indotto.
E soprattutto ci sono circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati annunciati.
Soldi che non vengono descritti come un assegno venezuelano consegnato a Washington.
Sono capitali destinati allo sviluppo dell’industria petrolifera.
Ma raccontare tutto questo renderebbe decisamente meno efficace lo slogan dei “3 dollari”.
100 MILIARDI DI INVESTIMENTI DIVENTANO “COLONIALISMO”
Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti della retorica antiamericana.
Il Venezuela possiede una quantità impressionante di petrolio.
Possedere petrolio, però, non significa automaticamente essere capaci di estrarlo economicamente.
Servono capitali.
Servono tecnologie.
Servono perforazioni.
Servono oleodotti.
Servono impianti.
Servono raffinerie adeguate.
Serve manutenzione.
Servono tecnici.
Servono mercati sui quali vendere il prodotto.
E servono investimenti giganteschi.
Per anni il Venezuela è stato l’esempio perfetto della differenza tra ricchezza geologica e capacità economica di trasformare quella ricchezza in produzione.
Avere centinaia di miliardi di barili sotto terra serve relativamente poco se non si dispone della capacità finanziaria, industriale e commerciale necessaria per monetizzarli.
Ed eccoci al paradosso.
Quando un’industria petrolifera controllata dallo Stato non riesce a esprimere il potenziale delle più grandi riserve mondiali, i propagandisti parlano di “sovranità”.
Quando arrivano decine di miliardi di capitale privato, improvvisamente parlano di “colonialismo”.
MA TRUMP STA FACENDO GLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI?
Naturalmente sì.
E dove sarebbe lo scandalo?
Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti d’America, non del Venezuela.
L’amministrazione americana vuole assicurarsi accesso a una gigantesca quantità di petrolio relativamente vicina al territorio statunitense.
Vuole aumentare la sicurezza energetica americana.
Vuole fornire greggio alle raffinerie statunitensi.
Vuole esercitare pressione sui prezzi dell’energia.
E soprattutto vuole ridimensionare l’influenza strategica di Cina, Russia e Iran in Venezuela.
È geopolitica.
Washington cerca di massimizzare il proprio vantaggio.
Caracas dovrebbe fare esattamente la stessa cosa per il Venezuela.
Il punto da verificare non è quindi se gli Stati Uniti ci guadagneranno.
Ovviamente intendono guadagnarci.
La domanda seria è un’altra:
quanto guadagnerà il Venezuela in cambio delle concessioni offerte?
Per rispondere occorrerà conoscere integralmente contratti, struttura societaria, royalties, fiscalità, diritti di acquisto, quote di produzione, investimenti obbligatori, responsabilità finanziarie e condizioni di uscita.
Tutto il resto, prima di conoscere questi elementi, appartiene principalmente alla battaglia politica.
“GLI AMERICANI SI PRENDONO IL PETROLIO”
Anche questa formula merita attenzione.
Trump ha parlato di controllo americano sulla maggioranza della produzione derivante dalle riserve interessate.
Questo non significa automaticamente che gli Stati Uniti abbiano incorporato 65 miliardi di barili nelle proprie riserve territoriali.
Il petrolio continua a trovarsi fisicamente nel sottosuolo venezuelano.
Il Venezuela non è diventato il 51º Stato americano.
Caracas non è diventata Houston.
Il punto riguarda invece diritti economici, controllo operativo, partecipazioni societarie e accesso privilegiato alla produzione.
È comunque un’enorme vittoria strategica americana.
Ma è molto diverso dall’immagine semplicistica di Washington che arriva con una petroliera e porta via gratuitamente il greggio venezuelano.
E I FAMOSI “100 ANNI DI DOMINAZIONE”?
Poi arriva la formula perfetta per i social:
“100 anni di dominazione neocoloniale”.
Alcune ricostruzioni hanno effettivamente indicato una possibile durata di 100 anni delle concessioni.
È un elemento importantissimo e merita un’analisi severa.
Una concessione centennale può attribuire un’enorme influenza economica al concessionario e deve essere valutata attentamente dal punto di vista degli interessi venezuelani.
Ma una concessione petrolifera di cento anni e cento anni di dominazione coloniale non sono sinonimi.
Una è una struttura contrattuale.
L’altra è una definizione politica.
Prima di stabilire se quelle condizioni siano equilibrate, predatorie oppure estremamente favorevoli agli americani bisognerebbe poter leggere integralmente il contratto definitivo.
Invece il verdetto è già arrivato.
Colonialismo.
Processo finito.
LA STRANA IDEA DI SOVRANITÀ DEI PROPAGANDISTI
È qui che emerge la vera impostazione ideologica.
Per una certa cultura politica la proprietà pubblica delle risorse costituisce quasi automaticamente un successo.
Non importa abbastanza quanto venga prodotto.
Non importa abbastanza quanto sia efficiente l’industria.
Non importa abbastanza quanti investimenti vengano realizzati.
Non importa abbastanza quale sia il tenore di vita della popolazione.
La cosa importante è poter pronunciare la parola:
SOVRANITÀ.
Peccato che la sovranità energetica non consista semplicemente nel possedere un giacimento.
Consiste anche nella capacità di trasformare quella risorsa in energia, esportazioni, entrate fiscali, infrastrutture, occupazione e ricchezza nazionale.
Altrimenti si possiede una fortuna geologica senza riuscire a sfruttarla pienamente.
DAL CHAVISMO ALL’ACCORDO CON L’AMERICA: LA DOMANDA CHE NESSUNO VUOLE FARE
Ed ecco la domanda veramente imbarazzante.
Se il modello precedente era così straordinariamente efficace, perché un Paese seduto sulle maggiori riserve petrolifere provate del pianeta ha bisogno oggi di qualcosa nell’ordine di 100 miliardi di dollari di investimenti privati per rilanciare il proprio settore energetico?
Dove sono finiti i decenni di retorica sulla rivoluzione bolivariana?
Dove sono gli investimenti accumulati?
Dove sono gli impianti modernizzati?
Dove è finita l’immensa rendita generata quando il petrolio venezuelano valeva cifre elevatissime?
Queste sono domande molto più interessanti del solito “Yankee go home”.
Il Venezuela possiede una delle più straordinarie ricchezze naturali della Terra.
Eppure non è diventato la Norvegia dell’America Latina.
Forse, prima di accusare automaticamente gli americani di saccheggiare il Paese, qualcuno dovrebbe chiedersi come sia stato amministrato quel patrimonio nei decenni precedenti.
IL PROBLEMA NON È L’AMERICA: È CHE L’AMERICA È SEMPRE IL COLPEVOLE PERFETTO
La struttura narrativa è sempre la stessa.
Se Washington interviene: imperialismo.
Se Washington non interviene: abbandono.
Se impone sanzioni: guerra economica.
Se rimuove ostacoli commerciali: sfruttamento capitalistico.
Se le multinazionali non investono: strangolamento del Venezuela.
Se investono 100 miliardi: colonizzazione del Venezuela.
Con una struttura ideologica del genere qualsiasi avvenimento conduce inevitabilmente alla stessa conclusione.
L’America è colpevole.
Questa non è analisi.
È una tesi precostituita alla quale vengono adattati gli avvenimenti.
LA VERA PARTITA: CINA, RUSSIA E IRAN
C’è poi un elemento geopolitico che la retorica sul “colonialismo” tende a mettere in secondo piano.
Il Venezuela rappresenta da anni un terreno importante per la proiezione economica e politica di Pechino, Mosca e Teheran nell’emisfero occidentale.
Un accordo che riportasse una parte enorme dell’industria petrolifera venezuelana nell’orbita economica statunitense rappresenterebbe quindi molto più di un semplice affare energetico.
Sarebbe una gigantesca operazione geopolitica.
Washington recupererebbe influenza in uno dei Paesi strategicamente più importanti dell’America Latina.
Le compagnie occidentali tornerebbero protagoniste.
Gli Stati Uniti avrebbero accesso privilegiato a decine di miliardi di barili.
E Cina, Russia e Iran vedrebbero ridursi uno dei loro principali spazi strategici nelle Americhe.
Forse è anche per questo che una parte dell’universo “anti-imperialista” è improvvisamente così agitata.
NON È BENEFICENZA. È UN ACCORDO TRA INTERESSI
Nessuno dovrebbe essere ingenuo.
Le compagnie americane vogliono guadagnare.
Washington vuole sicurezza energetica.
Trump vuole poter presentare agli americani un aumento dell’accesso alle riserve petrolifere.
Gli Stati Uniti vogliono cacciare i propri concorrenti strategici dal loro spazio geopolitico più vicino.
Tutto vero.
Ma dall’altra parte il Venezuela vuole investimenti, produzione, infrastrutture, entrate fiscali e accesso stabile ai mercati.
Non esistono solo gli interessi americani.
Esistono interessi contrapposti che vengono negoziati.
È precisamente ciò che accade normalmente negli accordi internazionali.
La convenienza definitiva per Caracas potrà essere giudicata quando saranno disponibili tutti i termini.
Se emergeranno condizioni predatorie, andranno denunciate.
Se emergerà che Washington prende quasi tutto e Caracas quasi niente, lo scriveremo.
Ma prima servono i numeri.
Non Marx.
CONCLUSIONE: PRIMA I DATI, POI GLI SLOGAN
La cosa più interessante dell’accordo USA-Venezuela non è soltanto il petrolio.
È il cortocircuito ideologico che sta provocando.
Un governo venezuelano sottoscrive un accordo.
Arrivano circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati.
Caracas stima 209 miliardi di dollari di entrate fiscali.
Diciassette giacimenti potrebbero essere sviluppati.
Una parte gigantesca delle riserve venezuelane potrebbe tornare economicamente produttiva.
Gli Stati Uniti ottengono contemporaneamente un vantaggio energetico e geopolitico enorme.
Tutto questo dovrebbe essere analizzato.
Invece i soliti reporter della propaganda marxista hanno già emesso la sentenza:
“100 anni di colonialismo americano”.
È molto più semplice.
Non bisogna studiare contratti.
Non bisogna distinguere tasse, ricavi e investimenti.
Non bisogna analizzare il disastro precedente dell’industria petrolifera venezuelana.
Non bisogna chiedersi perché un Paese con oltre 300 miliardi di barili di riserve abbia bisogno di enormi capitali stranieri.
Basta rispolverare il vecchio copione:
America cattiva. Multinazionali cattive. Capitalismo cattivo.
E soprattutto evitare accuratamente la domanda più scomoda:
se il modello rivoluzionario aveva funzionato così bene, perché oggi servono 100 miliardi di dollari di capitale privato per rimettere in moto il petrolio venezuelano?
Questa domanda vale molto più di cento slogan sul neocolonialismo.
FONTI E APPROFONDIMENTI
Reuters – US enters into oil agreement with Venezuela, Trump says
https://www.reuters.com/business/energy/us-enters-into-oil-agreement-with-venezuela-trump-says-2026-08-28/
Associated Press – copertura dell’accordo petrolifero USA-Venezuela
https://apnews.com/article/eb0ed5a1e99602c21a7f690c3368020e
The Guardian – Trump announces US-Venezuela oil agreement
https://www.theguardian.com/us-news/2026/aug/28/trump-venezuela-oil-agreement
Euronews – US strikes deal to control more than 65 billion barrels of Venezuela’s oil reserves
https://www.euronews.com/2026/08/29/us-strikes-deal-to-control-more-than-65-billion-barrels-of-venezuelas-oil-reserves
Bloomberg Law – US in talks with Venezuela to take major stake in oil fields
https://news.bloomberglaw.com/ip-law/us-in-talks-with-venezuela-to-take-major-stake-in-oil-fields
Venezuelanalysis – sito che propone la lettura critica dell’accordo
https://venezuelanalysis.com/

