C’è una nuova epidemia che sembra essersi diffusa in alcuni ambienti della controinformazione italiana.
Non servono tamponi, vaccini o quarantene. Il sintomo principale è molto più semplice:
vedere sionisti ovunque.
Un miliardario americano?
Sionista.
Un imprenditore tecnologico?
Sionista.
Un politico che sostiene Israele?
Ovviamente sionista.
Uno che critica Hamas?
Sionista.
Uno che critica l’Iran?
Sionista.
Uno che non considera gli ayatollah l’avanguardia della liberazione mondiale?
Sionista.
Uno che non sogna la rivoluzione islamica?
Sionista.
Uno che sostiene Donald Trump?
Sionista.
E, nella versione più delirante della polemica social, magari pure pedofilo, perché quando finiscono gli argomenti basta aggiungere un’accusa infamante e il dibattito è risolto.
Benvenuti nella nuova sindrome da deragliamento sionista.
Una condizione politica nella quale il termine “sionista” non descrive più una posizione relativa al diritto all’esistenza o all’autodeterminazione nazionale di Israele, ma diventa una specie di parola universale utilizzabile contro chiunque non condivida integralmente una determinata visione geopolitica.
Il risultato sta diventando involontariamente comico.
ATTENZIONE: POTRESTI ESSERE SIONISTA SENZA SAPERLO
Il nuovo prontuario ideologico sembra funzionare così.
Non sostieni Hamas?
Sionista.
Non sostieni Hezbollah?
Sionista.
Non sostieni la Repubblica Islamica iraniana?
Sionista.
Pensi che Israele abbia diritto di esistere?
Sionista.
Pensi contemporaneamente che Israele abbia diritto di esistere e che il governo israeliano possa essere criticato?
Troppo complicato.
Sionista lo stesso.
Non consideri qualsiasi operazione americana automaticamente un complotto imperialista?
Sionista.
Sostieni Trump?
Sionista.
Critichi Maduro?
Sionista.
Critichi il regime iraniano?
Sionista.
Non consideri Vladimir Putin il nuovo Che Guevara?
Probabilmente sionista.
Se poi sei ricco, americano, conservatore, libertario o lavori nella tecnologia, il processo sembra diventare ancora più rapido.
La sentenza è praticamente pronta prima ancora dell’indagine.
IL SIONISMO È DIVENTATO IL NUOVO PREZZEMOLO GEOPOLITICO
Il problema non è criticare il sionismo.
Il sionismo è un movimento politico e storico e, come qualsiasi ideologia politica, può essere analizzato, sostenuto, contestato o criticato.
Si possono criticare le politiche israeliane.
Si può criticare Netanyahu.
Si possono criticare gli insediamenti.
Si può discutere della guerra a Gaza.
Si può sostenere uno Stato palestinese.
Tutto perfettamente legittimo.
Il problema nasce quando “sionista” smette di avere un significato preciso e diventa semplicemente sinonimo di “persona che non la pensa come me”.
A quel punto non siamo più nell’analisi geopolitica.
Siamo nella caricatura.
IL CORTOCIRCUITO PIÙ GRAVE: EBREO = SIONISTA
Qui però la faccenda smette anche di essere divertente.
Perché in alcuni discorsi compare una sovrapposizione sempre più pericolosa:
ebreo → sionista → establishment → finanza → potere.
Ed è esattamente il tipo di generalizzazione che dovrebbe far scattare immediatamente qualche allarme.
Non tutti gli ebrei sono sionisti.
Non tutti i sionisti sono ebrei.
Esistono ebrei antisionisti.
Esistono ebrei non sionisti.
Esistono cristiani sionisti.
Esistono politici non ebrei fortemente filoisraeliani.
Esistono persone che sostengono semplicemente l’esistenza dello Stato d’Israele senza condividere tutte le politiche del suo governo.
Confondere queste categorie non significa essere “contro il sistema”.
Significa semplicemente utilizzare categorie storiche e politiche in maniera approssimativa.
E quando alla parola “ebreo” vengono automaticamente associati ricchezza, finanza, controllo e potere occulto, non siamo più davanti a una sofisticata analisi dell’imperialismo.
Stiamo riesumando stereotipi molto più antichi.
SE È RICCO, DEV’ESSERE SIONISTA
Poi arriva la variante economica.
C’è un miliardario?
Bisogna immediatamente scoprire il collegamento con Israele.
Peter Thiel?
Sionista.
Elon Musk?
A seconda del giorno e della narrativa necessaria, amico dei sionisti, nemico dei sionisti oppure infiltrato dei sionisti.
Larry Ellison?
Sionista.
Un fondo americano investe da qualche parte?
Dietro ci sono i sionisti.
Una società tecnologica vende software a un governo?
Sionismo.
Un miliardario incontra Milei?
Sionismo.
Milei incontra Netanyahu?
Super-sionismo.
Milei incontra Trump?
Sionismo al quadrato.
Trump incontra Netanyahu?
La matrice sionista universale è finalmente completa.
A quel punto non occorrono più bilanci, quote societarie, contratti, documenti o catene decisionali.
Basta la fotografia di due persone che si stringono la mano.
IL NUOVO METODO SCIENTIFICO: SE CONOSCI UNO CHE CONOSCE UNO…
Abbiamo ormai raggiunto una forma meravigliosa di geopolitica genealogica.
A conosce B.
B conosce C.
C una volta ha partecipato a una conferenza organizzata da D.
D ha incontrato Netanyahu.
Conclusione: A appartiene alla rete sionista.
Fantastico.
Con questo metodo, in sei passaggi probabilmente anche il barista sotto casa appartiene al Mossad.
È la geopolitica trasformata nel gioco dei sei gradi di separazione.
Soltanto che al posto di Kevin Bacon troviamo Benjamin Netanyahu.
NON SOSTIENI L’IRAN? INDOVINA: SIONISTA
Uno degli aspetti più paradossali riguarda l’Iran.
Per una certa controinformazione sembra ormai impossibile criticare contemporaneamente Israele e la Repubblica Islamica.
Devi scegliere la squadra.
Critichi Netanyahu?
Bravo.
Critichi Khamenei?
Fermo lì.
Sionista!
Come se opporsi all’autoritarismo iraniano significasse automaticamente sostenere ogni decisione del governo israeliano.
Come se denunciare repressione, esecuzioni, censura o il ruolo regionale dei proxy iraniani significasse trasformarsi improvvisamente in portavoce del Likud.
È un pensiero binario:
Israele cattivo → chi combatte Israele buono.
Ma la geopolitica non funziona così.
Un nemico del tuo nemico può tranquillamente essere un regime autoritario, un movimento fondamentalista o semplicemente un altro soggetto che persegue i propri interessi.
NON SOSTIENI L’ISLAM POLITICO? ALTRO SIONISTA
Ancora più curioso è il passaggio successivo.
Critichi l’islamismo politico?
Sionista.
Critichi Hamas?
Sionista.
Critichi Hezbollah?
Sionista.
Parli della persecuzione di dissidenti, donne, minoranze religiose o persone LGBT sotto alcuni regimi islamisti?
Sionista.
La possibilità che qualcuno possa criticare sia l’estremismo islamista sia le politiche israeliane sembra essere diventata concettualmente ingestibile.
Eppure è perfettamente possibile.
Si chiama avere più di due categorie mentali.
NON SOSTIENI LA PALESTINA NEL MODO GIUSTO? SIONISTA
Anche la questione palestinese viene ridotta allo stesso schema.
Non basta riconoscere i diritti dei palestinesi.
Bisogna utilizzare esattamente il vocabolario prescritto.
Puoi sostenere uno Stato palestinese, condannare le vittime civili, criticare il governo Netanyahu e contemporaneamente condannare Hamas.
Ma per alcune tifoserie ideologiche questo non basta.
Se non trasformi Hamas nella Resistenza con la R maiuscola, qualcosa non torna.
Se distingui tra popolazione palestinese e organizzazioni armate, sospetto.
Se ricordi che palestinese e Hamas non sono sinonimi, ancora più sospetto.
Se sostieni che israeliani e palestinesi abbiano entrambi diritto alla sicurezza e all’autodeterminazione…
attenzione: sionismo centrista infiltrato.
SOSTIENI TRUMP? SIONISTA. E MAGARI PURE PEDOFILO
Poi c’è Donald Trump.
Qui la sindrome raggiunge livelli particolarmente creativi.
Se sostieni Trump, non puoi semplicemente essere un conservatore, un repubblicano, un populista, un libertario o una persona che preferisce alcune sue politiche.
No.
Deve esserci qualcosa dietro.
Sionista.
Servo di Israele.
Marionetta.
E quando questo non basta, si passa alle accuse personali più estreme.
Persino termini come “pedofilo” vengono talvolta lanciati come clave politiche, indipendentemente dall’esistenza di una condanna o di prove sufficienti a sostenere un’accusa tanto grave.
Questo non è giornalismo investigativo.
È il collasso del linguaggio politico.
Le accuse di reati sessuali richiedono prove, non meme, fotografie fuori contesto o associazioni personali.
Essere avversari di Trump non autorizza a inventare fatti.
Esattamente come sostenerlo non rende automaticamente vere tutte le sue dichiarazioni.
IL PARADOSSO DELLA “CONTROINFORMAZIONE”
Ed eccoci al capolavoro.
Questi ambienti spesso accusano i media tradizionali di dividere il mondo in categorie semplicistiche.
Poi costruiscono il proprio universo:
Occidente = imperialismo.
USA = male.
Israele = sionismo.
Nemici degli USA = resistenza.
Nemici di Israele = resistenza.
Chi critica la resistenza = sionista.
Un sistema magnificamente circolare.
Qualsiasi informazione contraria alla teoria diventa essa stessa una dimostrazione della teoria.
Se un giornale contraddice la narrativa?
È controllato.
Se un ricercatore la contesta?
È pagato.
Se un giornalista chiede prove?
È sionista.
Se qualcuno pubblica documenti contrari?
Sono documenti prodotti dal sistema.
La teoria diventa così immunizzata contro qualsiasi confutazione.
Ed è precisamente così che funzionano le ideologie chiuse.
E IL MARXISMO CHE FINE HA FATTO?
C’è poi un paradosso quasi irresistibile.
Una parte della sinistra radicale occidentale, storicamente materialista, è arrivata a raccontare la politica mondiale attraverso categorie quasi metafisiche.
Non più:
capitale.
produzione.
classi.
interessi nazionali.
risorse.
commercio.
tecnologia.
energia.
alleanze militari.
No.
Ora sembra bastare:
“sionista”.
Marx probabilmente chiederebbe almeno di vedere i rapporti di produzione.
I suoi nuovi interpreti sembrano accontentarsi di una fotografia con Netanyahu.
LA GEOPOLITICA NON È UNA PARTITA DI CALCIO
Il problema di fondo è il tifo.
Perché è perfettamente possibile sostenere contemporaneamente che:
Israele abbia diritto di esistere;
i palestinesi abbiano diritto all’autodeterminazione;
Hamas possa essere criticato;
Netanyahu possa essere criticato;
l’Iran possa essere criticato;
gli Stati Uniti possano essere criticati;
Trump possa essere sostenuto su una questione e contestato su un’altra;
l’islamismo politico possa essere criticato senza essere ostili ai musulmani;
gli ebrei non siano una categoria politica uniforme;
e soprattutto che nessuna etnia o religione possa essere trasformata in spiegazione universale dei rapporti di potere mondiali.
Non dovrebbe essere rivoluzionario.
È semplicemente ragionare.
“SIONISTA” È DIVENTATO IL NUOVO “FASCISTA”?
Il destino delle parole politiche è spesso questo.
Vengono utilizzate talmente tanto da perdere significato.
Per decenni “fascista” è stato l’insulto universale di una parte della politica.
Ora rischia di accadere qualcosa di simile con “sionista”.
Non sei d’accordo?
Sionista.
Non partecipi alla manifestazione?
Sionista.
Critichi l’Iran?
Sionista.
Critichi Hamas?
Sionista.
Voti Trump?
Sionista.
Sei miliardario?
Sionista.
Sei ebreo?
Qualcuno ti considera automaticamente sionista.
Sei cristiano evangelico filoisraeliano?
Sionista.
Sei ateo ma pensi che Israele debba continuare a esistere?
Sionista.
A questo punto manca soltanto il meteo.
Domani alta pressione sionista sul Mediterraneo, con infiltrazioni imperialiste provenienti da Washington.
UN CONSIGLIO AI CACCIATORI DI SIONISTI: TORNATE AI DOCUMENTI
La soluzione sarebbe semplicissima.
Abbandonare le etichette per cinque minuti e tornare alle prove.
Dite che un miliardario finanzia un’organizzazione?
Mostrate il finanziamento.
Dite che una società controlla un governo?
Mostrate contratti, partecipazioni e decisioni.
Dite che Netanyahu dirige una determinata operazione?
Mostrate il collegamento.
Dite che Washington finanzia qualcuno?
Mostrate i trasferimenti.
Dite che un politico ha commesso un reato?
Mostrate le prove e distinguete accuse, indagini e condanne.
Dite che esiste una rete?
Ricostruite la rete.
Questo si chiama giornalismo.
Scrivere invece:
Thiel. Milei. Trump. Netanyahu. Sionismo. Pedofilia. Oligarchie.
e aggiungere:
“Coincidenze?”
non è investigazione.
È una sceneggiatura.
LA “SINDROME DA DERAGLIAMENTO SIONISTA”
Possiamo quindi riconoscere alcuni sintomi della nuova sindrome.
Il primo è l’incapacità di distinguere ebrei, israeliani, governo israeliano e sionismo.
Il secondo è considerare automaticamente filosionista qualsiasi avversario dell’Iran.
Il terzo è trasformare ogni miliardario occidentale in un ingranaggio della stessa macchina.
Il quarto è utilizzare rapporti personali come prova di rapporti politici.
Il quinto è considerare qualsiasi critica a Hamas o all’islamismo una manifestazione di propaganda israeliana.
Il sesto è trasformare accuse gravissime, persino quelle di pedofilia, in semplici etichette da combattimento politico.
Il settimo è probabilmente il più grave:
non riuscire più a immaginare che qualcuno possa semplicemente pensarla diversamente.
Deve necessariamente essere pagato, controllato, infiltrato o manipolato.
ALLA FINE IL COMPLOTTO DIVENTA UNA PARODIA DI SE STESSO
Ed è questo il risultato finale.
Se tutto è sionismo, niente significa più sionismo.
Se ogni miliardario è sionista, l’etichetta non spiega più nulla.
Se chiunque critichi Teheran è sionista, non stiamo analizzando l’Iran.
Se chiunque critichi Hamas è sionista, non stiamo analizzando Hamas.
Se chiunque sostenga Trump è contemporaneamente sionista e magari pedofilo, non stiamo analizzando Trump.
Stiamo semplicemente distribuendo insulti.
Una controinformazione nata, almeno teoricamente, per contestare le semplificazioni dei grandi media finisce così per produrre una delle più gigantesche semplificazioni possibili:
esiste una forza onnipresente che spiega praticamente tutto.
A quel punto non serve più investigare.
Non serve più studiare.
Non servono documenti.
Non servono bilanci.
Non servono archivi.
Non servono fonti.
Basta pronunciare la parola magica:
SIONISMO.
E il mondo improvvisamente sembra spiegato.
Peccato che il mondo reale sia infinitamente più complicato.
E soprattutto peccato che trasformare gli ebrei in una categoria politica uniforme non sia controinformazione, non sia marxismo e non sia geopolitica.
È semplicemente una generalizzazione sbagliata e, quando si lega l’identità ebraica a ricchezza o potere occulto, può scivolare nei più vecchi stereotipi antisemiti.
La critica politica ha bisogno di bersagli precisi.
Un governo.
Una legge.
Una società.
Un finanziamento.
Un’organizzazione.
Una decisione.
Un’ideologia.
Non un’etnia.
Non una religione.
E soprattutto non una parola utilizzata come passepartout per spiegare qualsiasi cosa.
Perché quando una teoria riesce a spiegare tutto senza dover dimostrare niente, probabilmente non abbiamo scoperto il segreto del mondo.
Abbiamo soltanto smesso di verificarlo.

