I soliti riporter della controinformazione marxista mistificano i fatti per mantenere la loro propaganda: da Wamani a Thiel, Milei e Netanyahu, quando «unire i puntini» sostituisce le prove

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C’è un metodo narrativo che ritorna con sorprendente regolarità in una parte della cosiddetta controinformazione: prendere una serie di fatti reali, selezionare quelli utili alla propria tesi, eliminare il contesto che li rende meno sensazionali e infine collegarli attraverso associazioni che non sono state dimostrate.

Il risultato è molto efficace dal punto di vista propagandistico.

Molto meno da quello giornalistico.

L’ultimo esempio riguarda l’Argentina di Javier Milei, il gigantesco ranch Wamani, Martín Varsavsky, Peter Thiel, gli investitori della Silicon Valley e, inevitabilmente, Washington e Benjamin Netanyahu.

La storia viene presentata più o meno così: 32.000 ettari ai piedi delle Ande, miliardari tecnologici che preparano rifugi per l’apocalisse, Milei che spalanca loro le porte, cittadinanze agli investitori, garanzie trentennali, Peter Thiel, Washington, Netanyahu.

Poi arriva la frase magica:

«Coincidenze? Abbiamo provato a unire i puntini».

Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Perché unire puntini ha valore giornalistico soltanto quando tra un punto e l’altro esiste una linea documentabile. Altrimenti non è un’inchiesta: è una costruzione narrativa.

E soprattutto bisogna distinguere ciò che è vero, ciò che è interpretazione politica e ciò che invece viene semplicemente insinuato.


Wamani esiste. E nessuno ha bisogno di negarlo

Partiamo dai fatti.

Wamani esiste davvero.

Il Financial Times ha raccontato il progetto realizzato dall’imprenditore Martín Varsavsky e da altri cinque facoltosi soci ai piedi delle Ande argentine: circa 32.000 ettari, abitazioni, strutture alimentate anche attraverso energia solare, cupole geodetiche, pista d’atterraggio e un progetto di maggiore autosufficienza agricola.

Varsavsky non nasconde neppure una delle motivazioni più particolari dell’iniziativa: considera quella zona dell’Argentina un possibile rifugio nel caso di un grave conflitto internazionale, persino nucleare, o di una crisi globale.

È una convinzione discutibile?

Certamente.

È una storia giornalisticamente interessante?

Assolutamente sì.

Dimostra l’esistenza di un piano delle «oligarchie occidentali» per colonizzare l’America Latina e rifugiarsi lì dopo aver distrutto il resto del pianeta?

No.

Ed è precisamente questa distinzione che la propaganda tende a cancellare.


Wamani non è il bunker di Peter Thiel

Il primo cortocircuito nasce dall’accostamento dei nomi.

Peter Thiel è realmente interessato all’Argentina. Ha acquistato una proprietà a Buenos Aires, ha trascorso del tempo nel Paese e ha incontrato Javier Milei.

Anche questo è documentato.

Ma il Financial Times, parlando di Wamani, identifica Varsavsky e cinque soci come protagonisti del progetto.

Il fatto che Thiel condivida alcuni interessi politici o culturali con Varsavsky, che guardi con interesse all’Argentina e che abbia acquistato un immobile nel Paese non trasforma automaticamente Thiel in proprietario, finanziatore o regista di Wamani.

Questa è una distinzione enorme.

Eppure è sufficiente mettere nella stessa narrazione:

Wamani. Silicon Valley. Peter Thiel. Milei.

Il lettore farà da solo il collegamento.

È una tecnica retorica vecchia quanto la propaganda: non affermare necessariamente qualcosa in maniera esplicita quando è possibile indurre il pubblico a concluderla autonomamente.


Peter Thiel è in Argentina? Sì. E allora?

Peter Thiel ha realmente intensificato la propria presenza in Argentina.

Secondo il Financial Times, il miliardario ha temporaneamente trasferito la propria famiglia a Buenos Aires, acquistato una residenza e incontrato Milei.

Questo dimostra una cosa molto semplice:

l’Argentina di Milei interessa a Peter Thiel.

Non c’è bisogno di nasconderlo.

Anzi, sarebbe assurdo che un presidente che ha costruito buona parte del proprio programma economico sulla liberalizzazione, sull’attrazione degli investimenti e sulla riduzione degli ostacoli all’attività economica considerasse negativo l’interesse di grandi investitori internazionali.

Si può criticare Thiel.

Si può criticare Milei.

Si può criticare il modello libertario.

Si può persino sostenere che l’Argentina dovrebbe imporre condizioni più severe ai grandi capitali.

Ma da qui alla scoperta di una fantomatica rete di oligarchi che sta preparando il proprio rifugio post-apocalittico latinoamericano manca una quantità considerevole di prove.


Ed ecco spuntare Netanyahu

Poi compare Benjamin Netanyahu.

Perché?

È proprio qui che il metodo diventa ancora più evidente.

Nel racconto vengono messi in successione:

Peter Thiel. Milei. Netanyahu. Washington.

Quattro nomi.

Quattro parole.

Un’enorme capacità evocativa.

Ma una domanda dovrebbe precedere qualsiasi altra considerazione:

Qual è il documento che dimostra che Netanyahu faccia parte di un progetto coordinato riguardante Wamani?

Dov’è il contratto?

Dov’è la partecipazione societaria?

Dov’è l’investimento?

Dov’è l’accordo?

Dov’è il documento governativo?

Dov’è il flusso finanziario?

Dov’è la prova che colleghi operativamente Netanyahu a Wamani?

Se esiste, va pubblicata.

Se non esiste, mettere il nome di Netanyahu nella sequenza serve soprattutto a creare un’associazione politica nella testa del lettore.

Non è vietato domandarsi se esistano collegamenti.

Ma una domanda non può essere utilizzata come sostituto della prova.


«Coincidenze?» non è una fonte giornalistica

La parola più abusata di certo giornalismo alternativo è proprio questa:

Coincidenze?

È una formula perfetta.

Permette di insinuare praticamente qualsiasi cosa senza assumersi fino in fondo l’onere di dimostrarla.

Prendiamo quattro fatti:

  1. Varsavsky costruisce Wamani.
  2. Varsavsky sostiene Milei.
  3. Thiel apprezza Milei e investe in Argentina.
  4. Milei è politicamente vicino agli Stati Uniti e a Israele.

Poi disponiamoli in fila.

E infine chiediamo:

«Coincidenze?»

Ma questo non dimostra l’esistenza di una regia comune.

È esattamente il contrario del metodo investigativo.

Nel giornalismo d’inchiesta si parte dalle prove e attraverso esse si ricostruiscono i collegamenti.

Nella propaganda si stabilisce prima la conclusione e successivamente si cercano abbastanza elementi da mettere vicini perché quella conclusione sembri plausibile.


I famosi «passaporti per investitori»: vediamo cosa dice realmente la legge

Un altro elemento utilizzato per costruire il racconto riguarda la cittadinanza argentina per gli investitori.

Anche questa volta il fatto di partenza esiste.

Il Decreto 524/2025 stabilisce che uno straniero che abbia effettuato un’«inversión relevante», secondo i criteri stabiliti dal Ministero dell’Economia, possa richiedere la cittadinanza argentina indipendentemente dalla durata della propria precedente residenza.

Ma raccontarlo semplicemente come:

«Milei regala passaporti ai miliardari»

significa omettere una parte essenziale del provvedimento.

Il decreto stabilisce una procedura.

L’investimento deve essere qualificato come rilevante.

E soprattutto non basta presentarsi con un assegno e ritirare il passaporto allo sportello.

Il testo prevede che vengano interpellati diversi organismi, fra cui Ministero della Sicurezza Nazionale, Unidad de Información Financiera, Registro Nacional de Reincidencia, RENAPER e SIDE, per valutare eventuali rischi per la sicurezza nazionale o per gli interessi del Paese.

Se l’investimento non viene considerato rilevante oppure emergono valutazioni contrarie, la procedura può portare al rigetto.

Questa parte della storia è molto meno utile alla rappresentazione del «passaporto comprato dal miliardario».

E infatti tende a scomparire.


Il RIGI e i trent’anni: altra verità trasformata in slogan

Poi abbiamo le famose:

«regole garantite per decenni».

Anche questo elemento deriva da qualcosa di reale.

Il Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) prevede per i progetti ammessi una stabilità normativa in materia tributaria, doganale e valutaria della durata di 30 anni.

È scritto nella legislazione argentina.

Non è un segreto.

Non è stato scoperto seguendo misteriosi flussi finanziari.

È una legge pubblica.

La logica economica è evidente: l’Argentina arriva da una lunghissima storia di instabilità monetaria, fiscale e normativa. Un investitore che deve impegnare enormi quantità di capitale in infrastrutture, energia, tecnologia, miniere o altri progetti di lungo periodo deve poter calcolare il rischio regolatorio.

Il governo Milei ha scelto di ridurlo offrendo stabilità.

Si può contestare questa scelta.

Anzi, esistono argomenti perfettamente legittimi contro il RIGI: incentivi troppo generosi, rischio di squilibri tra grandi gruppi e imprese locali, riduzione dello spazio fiscale futuro dello Stato.

Questa sarebbe una discussione politica seria.

Ma raccontare la stabilità normativa come la prova che Milei starebbe preparando l’Argentina affinché diventi il paradiso delle oligarchie in fuga dall’apocalisse significa trasformare una politica economica pubblica in un capitolo di una trama precostituita.


Perché mai un Paese dovrebbe desiderare investimenti?

Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti di questa propaganda.

Per decenni ci hanno spiegato che l’America Latina sarebbe stata vittima della povertà, della disoccupazione, della mancanza di infrastrutture e dell’arretratezza economica.

Arriva un governo che dice:

voglio capitali, imprese, tecnologia e grandi investimenti.

Ed ecco che l’investitore diventa automaticamente il colonizzatore.

Se il capitale fugge:

il neoliberismo ha distrutto il Paese.

Se il capitale arriva:

le oligarchie stanno comprando il Paese.

Se nessuno investe:

Washington strangola l’America Latina.

Se investono gli americani:

Washington colonizza l’America Latina.

È una costruzione ideologica praticamente impossibile da falsificare perché qualsiasi risultato può essere reinterpretato come conferma della medesima tesi.


Investire non significa automaticamente colonizzare

Qui bisogna fare una distinzione elementare che dovrebbe appartenere a qualsiasi analisi economica.

Investimento straniero e colonizzazione non sono sinonimi.

Un investimento può essere conveniente oppure svantaggioso.

Può produrre occupazione oppure produrne poca.

Può trasferire tecnologia oppure limitarsi all’estrazione di risorse.

Può creare infrastrutture.

Può generare dipendenza.

Può essere negoziato bene oppure malissimo.

Ogni progetto deve essere valutato individualmente.

Trasformare invece qualsiasi ingresso di capitale occidentale in una forma di «colonizzazione» significa sostituire l’analisi economica con una categoria ideologica.

Curiosamente, lo stesso criterio raramente viene utilizzato con identica aggressività quando i capitali provengono da governi o imprese considerati geopoliticamente alternativi a Washington.


La tecnica della colpa per associazione

Guardiamo nuovamente la sequenza:

Varsavsky → Wamani → Thiel → Milei → Washington → Netanyahu.

Che cosa viene dimostrato?

Che Varsavsky è coinvolto in Wamani?

Sì.

Che Varsavsky sostiene Milei?

Sì.

Che Thiel è interessato all’Argentina?

Sì.

Che Thiel ha incontrato Milei?

Sì.

Che Milei ha un rapporto politico molto favorevole con Washington e Israele?

Sì.

Che Netanyahu, Thiel, Milei e Varsavsky abbiano costituito una rete coordinata per trasformare l’America Latina nel bunker delle oligarchie occidentali?

È precisamente questo il passaggio che deve essere provato.

Non basta che A conosca B, B abbia incontrato C e C sostenga politicamente D.

Altrimenti potremmo costruire una teoria mondiale su praticamente qualsiasi gruppo di imprenditori, politici, fondazioni e governi.


Il gigantesco salto logico: «hanno condannato il mondo alla distruzione»

Ma la frase più ideologica arriva alla fine.

Secondo questa narrativa, l’America Latina rischierebbe di diventare:

«il rifugio perfetto delle oligarchie che si preparano a sopravvivere al mondo che hanno condannato alla distruzione».

Fermiamoci.

Questa non è più un’informazione.

È un atto d’accusa.

Chi avrebbe «condannato il mondo alla distruzione»?

Varsavsky?

Thiel?

Milei?

Netanyahu?

Washington?

Tutti insieme?

Attraverso quale azione coordinata?

Quale documento dimostra che le stesse persone che stanno acquistando proprietà in Argentina siano responsabili del futuro collasso dal quale presumibilmente intenderebbero salvarsi?

Non viene dimostrato.

Viene suggerito.

Ed è proprio questa la differenza tra informazione e propaganda.


Il fatto vero è già abbastanza interessante

Ed è questo l’aspetto più assurdo.

Non c’era alcun bisogno di costruire una supercospirazione.

La storia reale è già interessante.

Un gruppo di ricchi imprenditori ha acquistato 32.000 ettari ai piedi delle Ande e sta sviluppando una proprietà concepita anche come rifugio in caso di una catastrofe internazionale.

Peter Thiel guarda con crescente interesse all’Argentina.

Javier Milei vuole attrarre grandi investimenti stranieri.

Il governo argentino ha introdotto una procedura di cittadinanza legata agli investimenti rilevanti.

Il RIGI garantisce condizioni regolatorie per lunghi periodi ai grandi progetti ammessi.

Questi sono fatti.

E possono essere analizzati, criticati e messi sotto la lente d’ingrandimento.

Ma evidentemente non bastano.

Bisogna aggiungere:

Thiel. Netanyahu. Washington. Oligarchie. Apocalisse. Colonizzazione.

Perché?

Perché il fatto deve essere costretto dentro una cornice ideologica.


Il giornalismo dovrebbe funzionare esattamente al contrario

Un giornalista serio davanti a una storia del genere dovrebbe chiedere:

Chi possiede Wamani?

Quali società controllano i terreni?

Da dove provengono i capitali?

Esistono partecipazioni di Thiel?

Esistono investimenti riconducibili a Palantir?

Esistono accordi con il governo americano?

Esistono collegamenti finanziari con il governo israeliano?

Netanyahu ha qualcosa a che fare direttamente con questo progetto?

Quali investitori hanno concretamente utilizzato il nuovo regime di cittadinanza?

Quali investimenti RIGI sono stati approvati e quali benefici hanno ricevuto?

Questa sarebbe un’inchiesta.

Se invece prima si scrive:

Thiel. Milei. Netanyahu. Washington. Coincidenze?

e soltanto dopo si cercano i collegamenti, il metodo è rovesciato.


Il problema non è criticare Milei. È mistificare i fatti

Milei può e deve essere criticato quando esistono motivi per farlo.

Il RIGI può essere discusso.

La cittadinanza per investimento può essere contestata.

I rapporti tra grandi patrimoni e politica meritano attenzione.

Peter Thiel è un personaggio potentissimo e le sue attività politiche, finanziarie e tecnologiche meritano certamente controllo giornalistico.

Ma proprio perché questi temi sono importanti, non hanno bisogno di essere trasformati in propaganda.

Un giornalista dovrebbe distinguere continuamente:

fatto documentato, ipotesi, interpretazione e opinione.

Quando queste quattro categorie vengono fuse, nasce la mistificazione.


«Abbiamo unito i puntini». No: avete scelto i puntini

Il problema fondamentale di questa storia può essere riassunto in una frase.

Non basta dire:

«abbiamo unito i puntini».

Prima bisogna dimostrare che quei puntini appartengano allo stesso disegno.

Perché altrimenti il procedimento è semplicissimo:

si selezionano solamente i fatti compatibili con la propria ideologia;

si ignorano quelli che ne complicano la lettura;

si mettono vicini personaggi che hanno qualche relazione indiretta;

si aggiungono Washington e Netanyahu;

si pone una domanda insinuante;

e infine si presenta la propria interpretazione come se fosse il risultato inevitabile dell’inchiesta.

È propaganda costruita con materiale reale.

Ed è proprio questo che la rende più efficace.

Una buona mistificazione, infatti, raramente è composta interamente da falsità.

Molto più spesso funziona attraverso verità selezionate, omissioni, associazioni e conclusioni sproporzionate rispetto alle prove disponibili.


Conclusione: pubblicate le prove, non le suggestioni

Wamani esiste.

I 32.000 ettari esistono.

Varsavsky esiste e parla apertamente delle proprie paure geopolitiche.

L’interesse di Peter Thiel per l’Argentina è documentato.

I suoi contatti con Milei sono documentati.

Il programma argentino per la cittadinanza attraverso investimenti rilevanti esiste.

Il RIGI e la sua stabilità trentennale esistono.

Quello che deve ancora essere dimostrato è il passaggio decisivo:

che tutto questo costituisca una rete coordinata attraverso Thiel, Milei, Netanyahu e Washington destinata a trasformare l’America Latina nel rifugio delle oligarchie responsabili della distruzione del pianeta.

Se esistono documenti che lo dimostrano, si pubblichino.

Società.

Contratti.

Quote azionarie.

Bonifici.

Accordi.

Documenti governativi.

Partecipazioni.

Corrispondenza.

Qualcosa che trasformi l’insinuazione in una notizia.

Fino a quel momento rimane una differenza enorme tra seguire i soldi e seguire la propria ideologia.

E tra unire i puntini e disegnare arbitrariamente le linee necessarie per ottenere l’immagine che si voleva mostrare fin dall’inizio.


FONTI E LINK

Financial Times – The Argentine ranch where tech CEOs plan to ride out the apocalypse
https://www.ft.com/content/0e9c3c2e-1d67-4b70-981b-73bcdf409a6c

Financial Times – Peter Thiel moves family to Javier Milei’s libertarian Argentina
https://www.ft.com/content/3d7ab893-1842-4c6c-a3d9-26871d79dde4

Governo argentino – Decreto 524/2025, cittadinanza per investimento
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-524-2025-415710

Testo integrale del Decreto 524/2025
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/norma-415710/texto

Governo argentino – Ley 27.742, Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI)
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/401266/texto

Governo argentino – Decreto 749/2024, regolamentazione del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-749-2024-403230/texto

ARCA / Governo argentino – Benefici impositivi e stabilità fiscale del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/node/446603

Governo argentino – Decreto 105/2026, proroga del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-105-2026-423212/texto

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