Afghanistan, il patriarcato quello vero: mentre i Talebani trasformano la violenza sulle donne in legge, i riporter della controinformazione guardano altrove, e le sinistre accusano il maschio tossico in Italia e sostengono l’islamismo

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C’è il patriarcato raccontato nei talk show, nei convegni e negli editoriali occidentali. E poi c’è il patriarcato trasformato in norma giuridica, nel quale un marito riceve un potere disciplinare sulla moglie, una donna rischia il carcere per essersi rifugiata dai propri genitori e una grave aggressione domestica può essere punita con appena quindici giorni di detenzione.

Benvenuti nell’Afghanistan dei Talebani del 2026.

E davanti a ciò che sta accadendo sarebbe interessante ascoltare con la stessa intensità una parte di quella cosiddetta “controinformazione” che passa le giornate a denunciare ogni abuso reale o presunto dell’Occidente, degli Stati Uniti e di Israele, ma diventa molto più prudente quando le vittime sono donne oppresse da un regime islamista.

Il punto non è pretendere che tutti parlino ogni giorno dell’Afghanistan. Il punto è la coerenza.

Perché i fatti emersi sul nuovo sistema penale talebano sono abbastanza gravi da rendere difficile qualsiasi esercizio di relativismo culturale.

Il decreto esiste davvero: 119 articoli entrati in vigore nel gennaio 2026

Partiamo dai fatti verificabili.

Il 7 gennaio 2026 il leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada ha approvato un nuovo regolamento penale/procedurale destinato ai tribunali. Il testo comprende 119 articoli, suddivisi in tre capitoli e dieci sezioni, ed è entrato immediatamente in vigore. Il Georgetown Institute for Women, Peace and Security riferisce inoltre che il provvedimento non fu inizialmente sottoposto a un normale dibattito pubblico e divenne ampiamente noto dopo la pubblicazione del testo in pashtu da parte dell’organizzazione Rawadari.

Non stiamo quindi parlando di una voce circolata sui social.

Non è uno screenshot senza fonte.

Non è la dichiarazione estremista di un imam di provincia.

È diritto applicabile dai tribunali dell’Afghanistan talebano.

Associated Press riferisce che il Decreto n. 12 è un documento di circa 60 pagine e 119 articoli e che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha denunciato disposizioni incompatibili con gli obblighi internazionali dell’Afghanistan.

Quindici giorni per una moglie gravemente picchiata

Ed eccoci al punto che dovrebbe far saltare dalla sedia chiunque sostenga seriamente i diritti delle donne.

Secondo il testo riportato da diverse fonti, quando un marito picchia la moglie in maniera tale da provocarle una frattura, una ferita o lividi visibili, e la donna riesce a dimostrare l’aggressione davanti al giudice, la pena prevista per l’uomo è di quindici giorni di carcere.

Quindici giorni.

Non stiamo parlando di un litigio verbale.

Parliamo di violenza capace di produrre lesioni fisiche visibili.

E c’è un particolare fondamentale: l’onere di dimostrare quanto accaduto ricade sulla donna.

La norma non costruisce quindi un sistema robusto di protezione della vittima. Al contrario, inserisce la violenza domestica all’interno di una struttura giuridica nella quale il marito conserva un’enorme posizione di autorità.

Volker Türk ha denunciato esplicitamente che il decreto consente punizioni corporali anche nell’ambito domestico e finisce per legittimare violenza contro donne e bambini.

Questo è il patriarcato reale.

Non uno slogan.

Non una metafora.

Potere maschile incorporato nell’ordinamento.

Scappi a casa di tuo padre? Tre mesi

La situazione diventa ancora più paradossale.

Il decreto stabilisce che una donna sposata che si reca dai propri familiari senza il permesso del marito e rimane lì nonostante questi ne chieda il ritorno può essere condannata a tre mesi di carcere.

Persino i familiari che non la riconsegnano al marito possono essere puniti.

Fermiamoci sui numeri.

Marito che provoca alla moglie lesioni visibili: 15 giorni.

Donna che rimane dalla propria famiglia contro la volontà del marito: 3 mesi.

È difficile immaginare una rappresentazione più brutale della gerarchia incorporata nel sistema.

La donna che cerca rifugio rischia dunque una pena enormemente superiore a quella prevista per determinate forme di violenza commesse dal marito.

Susan Ferguson, rappresentante speciale di UN Women in Afghanistan, ha affermato che il decreto elimina formalmente l’uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge e colloca i mariti in una posizione di autorità sulle mogli.

E il famoso cammello?

Qui bisogna essere precisi, perché la realtà è già sufficientemente assurda senza bisogno di esagerarla.

La formula diventata virale — “cinque mesi se maltratti un cammello” — semplifica la disposizione.

Le fonti che hanno esaminato il decreto riferiscono che la pena di cinque mesi riguarda in particolare chi organizza o provoca combattimenti tra animali o uccelli, pratica proibita dai Talebani.

Il confronto resta comunque impressionante:

15 giorni per il marito che provoca alla moglie lesioni fisiche previste dalla norma; fino a cinque mesi per determinate condotte riguardanti combattimenti tra animali.

Associated Press ha infatti sintetizzato la questione osservando che il nuovo sistema prevede pene più severe per determinati maltrattamenti degli animali che per la violenza domestica sulle donne.

Non serve inventare nulla.

È il testo stesso a essere scandaloso.

“Marito”, “padrone”, “libero”, “schiavo”

C’è poi un aspetto ancora più inquietante.

L’analisi pubblicata dal Georgetown Institute sostiene che il regolamento utilizzi categorie giuridiche riferite a “schiavo” e “libero” e riconosca capacità disciplinari non soltanto all’autorità pubblica, ma in determinati contesti anche al marito e al padrone. L’istituto arriva per questo a descrivere il regolamento come una codificazione che normalizza riferimenti alla schiavitù e alla repressione delle donne.

Questo punto merita particolare attenzione.

Non significa automaticamente che l’Afghanistan abbia creato nel 2026 un moderno “mercato degli schiavi” legalizzato: sarebbe un’affermazione ulteriore che richiederebbe prove specifiche.

Significa però qualcosa di sufficientemente grave: categorie che distinguono persone libere e schiavi continuano ad apparire nel linguaggio normativo adottato dal regime talebano.

Nel XXI secolo.

Non solo sesso: anche la classe sociale determina la punizione

Il decreto contiene inoltre un elemento che dovrebbe provocare qualche imbarazzo anche in quella parte della controinformazione che pretende di leggere qualunque conflitto mondiale attraverso la lente della lotta di classe.

Secondo AP, il sistema distingue infatti le persone anche in base alla posizione sociale.

Studiosi religiosi e persone di alto rango possono ricevere un semplice ammonimento; leader tribali e commercianti un richiamo e una convocazione; persone comuni possono essere incarcerate; i soggetti appartenenti agli strati sociali inferiori possono essere sottoposti anche a punizioni corporali.

Una specie di giustizia a caste.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Dove sono quelli che parlano continuamente di oppressori e oppressi?

Dove sono quelli che denunciano ogni privilegio sociale occidentale?

Dove sono i professionisti della “lotta contro il sistema” quando un regime stabilisce letteralmente che la posizione sociale può incidere sulla punizione?

Il problema non è criticare l’Occidente. È applicare due pesi e due misure

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Criticare Israele è legittimo.

Criticare l’Europa è legittimo.

Criticare il colonialismo, le guerre occidentali, le operazioni clandestine, gli errori della NATO o qualsiasi governo occidentale è perfettamente legittimo.

Il problema nasce quando la bussola morale cambia a seconda di chi commette l’abuso.

Se un governo occidentale limita una libertà, partono editoriali, video, dirette e accuse di dittatura.

Quando un regime islamista impedisce alle ragazze di proseguire normalmente gli studi, limita drasticamente il lavoro femminile, impone restrizioni alla presenza pubblica delle donne e costruisce un ordinamento che attribuisce al marito poteri enormi sulla moglie, improvvisamente arrivano distinguo, contestualizzazioni e silenzi.

Non è controinformazione.

È informazione ideologicamente selettiva.

Afghanistan: cinque anni di cancellazione progressiva delle donne

Il nuovo codice non nasce nel vuoto.

Dal ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, le restrizioni sulle donne si sono accumulate.

L’accesso delle ragazze all’istruzione oltre la scuola primaria è stato sostanzialmente cancellato; l’accesso femminile a numerosi lavori è stato limitato; sono state introdotte severe prescrizioni sull’abbigliamento e sul comportamento pubblico.

Nel 2026 milioni di ragazze afghane continuano a essere escluse dall’istruzione secondaria. Le restrizioni economiche e sociali aggravano inoltre una crisi umanitaria che colpisce soprattutto donne e bambini.

E contemporaneamente emergono casi sempre più drammatici di violenza domestica e femminicidio in un sistema nel quale le possibilità delle vittime di ottenere giustizia sono estremamente limitate. Un’inchiesta citata dal Guardian ha esaminato 231 casi di femminicidio in dieci province, documentando arresti soltanto in una parte dei casi.

Questa è la realtà che merita attenzione.

Il cortocircuito di certa “controinformazione”

Ed eccoci alla questione politica e mediatica.

Esiste un ambiente della cosiddetta controinformazione occidentale che sembra avere trasformato l’anti-occidentalismo in una specie di sistema operativo.

La logica diventa semplicissima:

se combatte Washington, merita comprensione;

se combatte Israele, diventa automaticamente “resistenza”;

se attacca l’Occidente, bisogna innanzitutto “contestualizzare”.

È una lettura infantile del mondo.

Un regime può essere nemico degli Stati Uniti ed essere contemporaneamente autoritario.

Può opporsi a Israele ed essere misogino.

Può denunciare il colonialismo occidentale e praticare repressione religiosa.

Può dichiararsi “anti-imperialista” senza diventare automaticamente progressista, democratico o rispettoso dei diritti umani.

Il nemico del tuo nemico non diventa per magia un liberatore.

Ed è proprio questo il punto che una parte dei riporter sembra non voler comprendere.

Non confondiamo però i Talebani con tutti i musulmani

Anche qui occorre evitare la propaganda speculare.

Quello dei Talebani è un regime islamista fondamentalista, non la rappresentazione automatica di quasi due miliardi di musulmani.

Musulmani, attivisti, giornalisti, dissidenti e organizzazioni della società civile hanno denunciato ripetutamente l’oppressione talebana.

Criticare durissimamente l’islamismo politico e il sistema talebano non richiede quindi di trasformare ogni musulmano nel corresponsabile delle decisioni di Kabul.

Al contrario, moltissime delle persone perseguitate dai Talebani sono esse stesse musulmane.

La distinzione è fondamentale proprio se vogliamo denunciare i fatti senza trasformare una critica documentata in propaganda indiscriminata.

Il patriarcato, quello vero

Per anni in Occidente abbiamo sentito utilizzare la parola “patriarcato” per descrivere fenomeni enormemente differenti tra loro.

In Afghanistan non abbiamo bisogno di interpretazioni sociologiche particolarmente sofisticate.

Abbiamo un sistema nel quale una donna può essere punita perché rimane presso la propria famiglia contro la volontà del marito.

Abbiamo una norma che attribuisce una pena di appena quindici giorni a un marito per determinate aggressioni capaci di produrre lesioni visibili.

Abbiamo un ordinamento che riconosce esplicitamente una posizione gerarchica al marito.

Abbiamo riferimenti giuridici a categorie di libero e schiavo.

Abbiamo differenze di trattamento fondate persino sulla classe sociale.

E abbiamo milioni di donne e ragazze private di diritti fondamentali.

Questo è il patriarcato istituzionalizzato.

Non quello immaginato.

Non quello metaforico.

Quello scritto nero su bianco.

E allora, cari riporter, scegliete

Non si può costruire ogni giorno una narrazione fondata sugli “oppressi” e poi diventare distratti quando gli oppressi sono le donne afghane.

Non si può gridare contro il fondamentalismo cristiano e minimizzare quello islamista.

Non si può denunciare la discriminazione in Occidente e ignorare una legge che stabilisce apertamente gerarchie tra uomo e donna e perfino tra classi sociali.

Non si può sostenere di difendere la libertà mentre si concede una patente morale a qualsiasi movimento purché sufficientemente antiamericano o antioccidentale.

Perché i diritti umani valgono proprio quando è politicamente scomodo difenderli.

Una donna picchiata non diventa meno vittima perché il suo carnefice appartiene al campo geopolitico che qualcuno considera “anti-imperialista”.

Una ragazza privata della scuola non diventa più libera perché chi le impedisce di studiare odia Washington.

Una donna costretta a chiedere il permesso del marito non viene emancipata da cento discorsi sulla “resistenza all’Occidente”.

Se siete contro l’oppressione, denunciate anche questa.

Se siete contro il patriarcato, guardate Kabul.

Se siete contro la discriminazione, leggete quei 119 articoli.

Altrimenti smettete almeno di presentarvi come controinformazione.

Perché quando si raccontano soltanto i crimini utili alla propria ideologia e si dimenticano quelli che la disturbano, non si sta combattendo la propaganda: se ne sta semplicemente producendo un’altra.


Fonti

Associated Press – Afghanistan’s new penal code sets 15 days in prison for wife-beating, 5 months for animal fights
Leggi l’articolo AP

Georgetown Institute for Women, Peace and Security – The Taliban’s New Criminal Regulation Legalizes Slavery, Violence, and Repression of Women
Leggi l’analisi del Georgetown Institute

El País – The Taliban’s new penal code: Two weeks in jail for breaking a woman’s arm and five months for mistreating a camel
Leggi l’approfondimento di El País

Los Angeles Times / Associated Press – Afghanistan penal code sets sentences for wife-beating, animal fights
Leggi l’articolo

The Guardian – approfondimento sulla violenza contro le donne nell’Afghanistan talebano
Leggi l’inchiesta

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