I soliti “riporter” della propaganda marxista e la grande menzogna dell’Asse della Resistenza: Teheran combatte per procura, esporta la rivoluzione e vende l’espansione regionale come antisionismo

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Per decenni ci hanno raccontato una favola.

Da una parte ci sarebbe l’Occidente: imperialista, coloniale, predatore, militarista, sfruttatore.

Dall’altra starebbero i “popoli resistenti”: rivoluzionari, antimperialisti, liberatori, vittime permanenti di Washington e di Israele.

È una rappresentazione tanto semplice quanto politicamente utile.

Peccato che basti aprire i documenti di Europol, Nazioni Unite, DEA, Dipartimento di Stato americano, Human Rights Watch e Amnesty International per scoprire un mondo molto più sporco di quello raccontato dai soliti professionisti della propaganda.

Un mondo nel quale la Repubblica islamica iraniana ha costruito nel corso dei decenni una rete internazionale di organizzazioni armate, milizie, apparati politici e proxy capace di estendere l’influenza di Teheran dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria e ai territori palestinesi. Nel rapporto sul terrorismo nell’Unione europea pubblicato nel 2026, Europol dedica addirittura un paragrafo specifico all’“Axis of Resistance”, scrivendo che l’Iran ha progressivamente sviluppato una rete di proxy comprendente Hezbollah, Hamas, Ansar Allah/Houthi e numerose milizie irachene.

Questa non è un’invenzione dei “sionisti”.

Non è uno slogan di Netanyahu.

Lo scrive Europol.

E a questo punto la domanda diventa inevitabile:

che razza di “resistenza” è quella nella quale uno Stato finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni straniere per combattere guerre che gli consentono di moltiplicare la propria influenza senza esporsi sempre direttamente alle conseguenze?

La risposta è politicamente scomoda.

Perché dietro l’immagine romantica della “Resistenza” appare qualcosa di assai più concreto:

una strategia di potenza.


Prima bugia: chiamarlo “Asse marxista” sarebbe storicamente falso

Partiamo dalla precisione che i propagandisti spesso evitano.

La Repubblica islamica iraniana non è marxista.

Hezbollah non è marxista.

Hamas non è marxista.

Gli Houthi non sono marxisti.

L’Iran rivoluzionario del 1979 è uno Stato islamista sciita fondato sul principio della velayat-e faqih, il governo del giurisperito islamico. Dopo la rivoluzione, la componente khomeinista eliminò progressivamente anche molti alleati di sinistra che avevano contribuito alla caduta dello Shah.

La convergenza con una parte della sinistra radicale occidentale avviene quindi su un altro terreno.

L’antioccidentalismo.

Antiamericanismo.

Antisionismo.

Retorica antimperialista.

Visione dicotomica “oppressori contro oppressi”.

Ed è proprio questa convergenza che spiega perché movimenti religiosi ultraconservatori possano diventare improvvisamente “compagni di strada” per settori politici che, almeno teoricamente, dovrebbero considerare incompatibili molte delle loro idee sociali e religiose.

Il nemico comune diventa più importante delle contraddizioni.


Le radici: dalla Guerra fredda alla religione rivoluzionaria

Nemmeno il marxismo nasce durante la Guerra fredda.

Marx ed Engels pubblicano il Manifesto del Partito Comunista nel 1848.

La rivoluzione bolscevica avviene nel 1917.

L’URSS nasce nel 1922.

Ma è durante la Guerra fredda che la rivoluzione diventa pienamente anche strumento geopolitico globale.

Il confronto tra Washington e Mosca produce guerre per procura, finanziamenti clandestini, movimenti rivoluzionari, guerriglie, governi satelliti e apparati militari disseminati in mezzo pianeta.

America Latina.

Africa.

Asia.

Medio Oriente.

La violenza diventa accettabile quando viene presentata come “liberazione”.

Il terrorismo può essere ribattezzato “resistenza”.

L’estorsione diventa “tassa rivoluzionaria”.

Il sequestro diventa “finanziamento della lotta”.

La repressione diventa “difesa della rivoluzione”.

Il bambino arruolato diventa “giovane combattente”.

Ed è esattamente questo meccanismo mentale che sopravvive alla caduta dell’URSS.

Cambiano le bandiere.

Non cambia il metodo di giustificazione.


1979: Teheran prende il testimone della rivoluzione esportabile

Con la rivoluzione iraniana del 1979 nasce un progetto completamente diverso dal comunismo sovietico ma dotato dello stesso elemento fondamentale:

la rivoluzione non deve necessariamente restare confinata entro i confini nazionali.

La Costituzione iraniana contiene esplicitamente riferimenti al sostegno agli “oppressi” e alla costruzione di relazioni con movimenti islamici e popolari oltre i confini iraniani.

La stessa narrativa ufficiale iraniana continua a presentare il sostegno internazionale agli “oppressi” come uno dei principi della Repubblica islamica.

Questo non significa automaticamente che ogni relazione iraniana con un movimento straniero costituisca terrorismo.

Significa però qualcosa di molto importante:

l’internazionalizzazione della rivoluzione è parte dell’identità politica dello Stato iraniano fin dalle sue origini.

Ed è da questo humus che nascerà il modello perfezionato successivamente dalla Forza Quds dell’IRGC:

non occupare necessariamente ogni territorio con divisioni iraniane.

Costruire alleati locali.

Finanziarli.

Addestrarli.

Armarli.

Legarli politicamente a Teheran.

Fare in modo che abbiano contemporaneamente una legittimità locale e una funzione strategica regionale.

È infinitamente meno costoso che occupare direttamente un Paese.

Ed è politicamente molto più utile.


Hezbollah: il prototipo

Il laboratorio fondamentale è il Libano.

Hezbollah nasce negli anni Ottanta nel contesto dell’invasione israeliana del Libano e della guerra civile, con un decisivo sostegno iraniano.

Secondo l’Iran Primer dello United States Institute of Peace, Hezbollah è diventato dal 1982 l’esempio più importante della strategia iraniana di costruire una rete di forze alleate nel Medio Oriente per ampliare l’influenza di Teheran e creare deterrenza nei confronti dei suoi avversari.

È un modello perfetto.

Hezbollah è libanese.

Ha una base sociale libanese.

Ha rappresentanza politica.

Dispone di strutture sociali.

Ma contemporaneamente costituisce uno dei più potenti strumenti regionali dell’influenza iraniana.

Ed è da questo modello che si sviluppa progressivamente la grande architettura dell’Asse della Resistenza.


Iraq: milizie locali, influenza iraniana

Dopo il 2003 l’Iraq diventa uno degli spazi fondamentali della competizione iraniana.

Diversi leader di milizie sciite hanno trascorso anni in Iran o mantenuto forti rapporti con Teheran; nel tempo l’influenza iraniana attraverso partiti e formazioni armate è cresciuta considerevolmente.

Ed eccoci davanti alla prima enorme contraddizione della propaganda.

Quando Washington esercita influenza politica su Baghdad, viene definita occupazione americana.

Quando Teheran costruisce una rete di milizie e interlocutori politici capaci di condizionare il Paese, improvvisamente diventa solidarietà tra popoli resistenti.

Due pesi.

Due misure.

La sovranità nazionale sembra sacra soltanto quando viene violata dall’avversario geopolitico.


Siria: salvare Assad significava salvare il corridoio iraniano

La Siria è stata per decenni l’anello fondamentale che collegava territorialmente e logisticamente l’Iran al Libano.

Per questo la sopravvivenza del regime siriano durante la guerra civile aveva per Teheran un’importanza strategica enorme.

L’Iran sostenne Damasco direttamente e attraverso Hezbollah e altre formazioni alleate.

Dopo la caduta del regime Assad, analisti dello United States Institute of Peace hanno descritto la perdita della Siria come un colpo strategico enorme per l’architettura regionale iraniana e per la possibilità di sostenere logisticamente Hezbollah.

La questione quindi non era soltanto Israele.

Era profondità strategica iraniana.

Influenza.

Corridoi logistici.

Deterrenza.

Proiezione di potenza.

Questa è geopolitica.

Chiamarla semplicemente “solidarietà con la Palestina” significa nasconderne almeno metà.


Yemen: Teheran arriva alle porte del Mar Rosso

Poi c’è lo Yemen.

Gli Houthi erano inizialmente uno degli attori più periferici della rete iraniana, ma negli anni il rapporto con Teheran si è rafforzato enormemente.

La conseguenza strategica è evidente.

Con gli Houthi, l’Iran dispone di un partner armato affacciato sul Bab el-Mandeb, uno degli snodi marittimi più importanti del pianeta.

Questo permette all’“Asse della Resistenza” di esercitare pressione non soltanto su Israele ma sul traffico internazionale e sulle economie che dipendono dalle rotte del Mar Rosso.

È ancora “soltanto antisionismo”?

Oppure stiamo parlando di capacità di coercizione geopolitica?


La strategia del proxy: far combattere gli altri

Ed eccoci all’aspetto politicamente più cinico.

Teheran ha costruito per decenni un sistema nel quale molte operazioni militari possono essere affidate a soggetti formalmente autonomi.

Il vantaggio è enorme.

Quando un proxy colpisce, l’Iran può sfruttare l’effetto strategico dell’attacco mantenendo un certo margine di distanza politica.

Quando il proxy viene colpito, a morire sono prima di tutto libanesi, iracheni, siriani, yemeniti o palestinesi.

Quando esplode una guerra, le città distrutte possono essere Beirut, Gaza, Sana’a o altre città della regione.

La popolazione iraniana non paga immediatamente lo stesso prezzo.

È una strategia razionale dal punto di vista dello Stato iraniano.

Ma chiamarla romanticamente “resistenza dei popoli” nasconde chi beneficia strategicamente dell’intero sistema.

Europol nel suo rapporto 2026 usa esplicitamente l’espressione “Iran and its proxies” e identifica Hezbollah, Hamas, Ansar Allah e milizie irachene dentro la rete iraniana.

Quindi sì: definire politicamente vigliacca questa forma di guerra è un giudizio.

Ma la struttura che rende possibile quel giudizio è reale:

Teheran ha costruito una rete attraverso la quale può proiettare potenza utilizzando combattenti stranieri.


Il grande scudo ideologico: “lo facciamo per la Palestina”

L’antisionismo è diventato il più potente collante politico dell’Asse.

È perfetto.

Permette di collegare:

una teocrazia sciita iraniana;

un movimento sciita libanese;

milizie sciite irachene;

un’organizzazione islamista sunnita palestinese;

gli Houthi zaiditi dello Yemen.

Organizzazioni religiosamente, nazionalmente e politicamente differenti possono essere riunite sotto un unico messaggio:

Israele è il nemico.

Ma ridurre tutto a Israele significa ignorare che la rete ha prodotto contemporaneamente influenza iraniana in Libano, Iraq, Siria e Yemen.

L’antisionismo non è necessariamente finto.

La leadership iraniana è realmente ostile a Israele.

Ma può essere contemporaneamente convinzione ideologica e straordinario strumento geopolitico.

Le due cose non si escludono.

Ed è qui che la propaganda compie il suo trucco.

Trasforma qualsiasi espansione dell’influenza iraniana in un episodio della lotta palestinese.

Come se Teheran non avesse propri interessi.

Come se la Repubblica islamica fosse una gigantesca ONG altruista.

Come se miliardi spesi in armi, addestramento, missili, milizie e apparati clandestini servissero esclusivamente a “difendere gli oppressi”.

La geopolitica non funziona così.


Il problema arriva anche in Europa

E qui cade definitivamente la favola secondo cui tutto questo riguarderebbe soltanto Israele.

Europol scrive nel suo rapporto 2026 che le guerre mediorientali hanno alimentato in Europa narrazioni anti-israeliane, antisemite e antioccidentali e che in alcuni casi queste dinamiche hanno contribuito ad attività terroristiche o violente nell’UE, comprese azioni contro obiettivi ebraici.

Europol aggiunge che, mentre nel passato le reti dell’Asse presenti nell’UE erano utilizzate soprattutto per raccolta fondi e supporto logistico, la pressione sulla rete iraniana potrebbe aumentare il rischio di azioni contro obiettivi israeliani, ebraici o altri obiettivi in Europa.

E nel 2026 l’agenzia europea segnala anche indicazioni di coinvolgimento di attori iraniani e proxy, anche attraverso reti criminali, in diversi incidenti negli Stati membri.

Quindi attenzione alle parole.

Non esiste oggi una prova seria che Teheran abbia un piano operativo per “colonizzare territorialmente l’Europa”.

Scriverlo come fatto sarebbe propaganda.

Ma esiste qualcosa di documentato e sufficientemente grave senza inventare nulla:

reti di finanziamento, logistica, propaganda, radicalizzazione e possibili operazioni ostili collegate all’ambiente iraniano e ai suoi proxy sono una questione concreta di sicurezza europea.

Questa è la differenza tra allarme documentato e slogan.


Hezbollah e l’Europa: non soltanto politica

Europol aveva già segnalato nel 2022 che Hezbollah utilizzava l’Unione europea come base per raccolta fondi, reclutamento e attività criminali redditizie.

Secondo Europol, collaboratori collegati all’organizzazione erano sospettati di occuparsi di:

distribuzione di droghe illegali;

traffico di armi;

operazioni professionali di riciclaggio del denaro.

Altro che romantica guerriglia di montagna.

Qui siamo nel mondo reale del finanziamento delle organizzazioni armate contemporanee.

Soldi.

Cash courier.

Imprese.

Traffici.

Riciclaggio.

Rotte internazionali.


DEA: cocaina, milioni di euro e Hezbollah

Nel 2016 la Drug Enforcement Administration americana annunciò un’operazione internazionale contro il Business Affairs Component dell’External Security Organization di Hezbollah.

Secondo la DEA, la rete era coinvolta nel traffico internazionale di droga e nel riciclaggio dei proventi.

La DEA affermò che membri della rete avevano sviluppato rapporti con cartelli sudamericani e che grandi quantità di cocaina raggiungevano i mercati europei e statunitensi.

Gli investigatori descrissero inoltre una rete di corrieri che raccoglieva e trasportava milioni di euro provenienti dal narcotraffico dall’Europa verso il Medio Oriente, con una parte significativa dei proventi che, secondo l’indagine, beneficiava Hezbollah.

Questa è una delle parti che i celebratori della “Resistenza” sembrano dimenticare più facilmente.

Perché è difficile vendere il mito romantico dell’eroico guerrigliero quando entrano in scena:

cocaina;

cartelli;

riciclaggio;

corrieri di denaro;

hawala;

società di copertura.


Il caso Tajideen: fino a un miliardo attraverso il sistema finanziario americano

Nel 2019 il Dipartimento di Giustizia americano annunciò la condanna di Kassim Tajideen, uomo d’affari libanese precedentemente designato dal Tesoro statunitense come finanziatore di Hezbollah.

Tajideen accettò la confisca di 50 milioni di dollari.

Secondo gli atti riportati dalla DEA, la rete aveva movimentato fino a un miliardo di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense nell’ambito delle transazioni oggetto dell’indagine.

Ancora una volta:

questo non significa che ogni attività economica di Hezbollah sia criminale.

Significa che esistono casi giudiziari e investigativi concreti che legano reti di sostegno dell’organizzazione a riciclaggio e sistemi finanziari internazionali.

È esattamente il contrario delle generalizzazioni propagandistiche.

Nome.

Operazione.

Somma.

Indagine.

Sentenza.


Il terrorismo e la criminalità possono utilizzare le stesse infrastrutture

Il rapporto Europol 2026 descrive inoltre un fenomeno particolarmente significativo.

Le relazioni strutturali tra criminalità organizzata e terrorismo non sono sempre sistematiche, ma esistono sovrapposizioni nei metodi e occasionali collaborazioni. Europol segnala che nel 2025 alcuni attori terroristici hanno fatto ricorso ad attività criminali o a reti criminali per obiettivi finanziari e operativi, attraverso riciclaggio, traffico di armi e narcotraffico.

Questo è il mondo reale.

Non quello dei poster con Che Guevara.

Non quello dei video musicali sulla “resistenza”.

Non quello dei “riporter” che raccontano ogni organizzazione antiamericana come se fosse un gruppo di volontari della Croce Rossa.


Ma allora chi sfrutta davvero il popolo?

Qui emerge una delle contraddizioni più devastanti.

L’intera retorica rivoluzionaria pretende di parlare in nome del popolo.

Poi però chi paga?

In Libano paga il libanese.

A Gaza paga il palestinese.

In Yemen paga lo yemenita.

In Iraq paga l’iracheno.

In Siria ha pagato il siriano.

E in Iran paga l’iraniano, mentre risorse immense vengono assorbite dalla politica regionale e dagli apparati militari.

Questa è la domanda che i propagandisti dovrebbero avere il coraggio di rivolgere a Teheran:

quante scuole, ospedali, infrastrutture e opportunità per gli iraniani valgono un missile consegnato a un proxy?

Perché è molto facile presentarsi come liberatori del Medio Oriente quando il conto lo pagano i cittadini.


I bambini: il punto nel quale ogni giustificazione dovrebbe finire

E poi arrivano loro.

I bambini.

Quelli utilizzati dalla propaganda soltanto quando conviene.

Abbiamo già documentato come Amnesty International abbia denunciato il reclutamento iraniano di minorenni, fino alla campagna del 2026 aperta dai 12 anni.

Human Rights Watch ha documentato bambini afghani reclutati per la Divisione Fatemiyoun sostenuta dall’Iran e inviati nella guerra siriana.

Le Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato il reclutamento di bambini nello Yemen.

Ed è qui che qualsiasi retorica dovrebbe fermarsi.

Perché non esiste geopolitica capace di trasformare un bambino soldato in qualcosa di moralmente accettabile.


Il paradosso dei “riporter marxisti”

Ed eccoci finalmente ai nostri professionisti dell’indignazione.

Gli stessi che vedono il colonialismo in qualsiasi operazione occidentale.

Gli stessi che individuano l’imperialismo in qualsiasi base NATO.

Gli stessi che spiegano ogni investimento americano come “saccheggio delle risorse”.

Quando arrivano davanti all’Iran sembrano improvvisamente diventare ciechi.

L’Iran finanzia milizie?

“Solidarietà.”

L’Iran arma organizzazioni straniere?

“Resistenza.”

L’Iran estende la propria influenza in Iraq?

“Cooperazione.”

Hezbollah mantiene un esercito parallelo?

“Difesa del Libano.”

Gli Houthi controllano un nodo fondamentale per il commercio mondiale?

“Lotta contro Israele.”

Una rete collegata a Hezbollah viene investigata per cocaina e riciclaggio?

Silenzio.

Europol parla esplicitamente di proxy iraniani e rischio europeo?

Silenzio.

Il modello non è difficile da capire.

Se lo fa l’Occidente è imperialismo.

Se lo fa Teheran è resistenza.

Questa non è analisi.

È fede.


Antisionismo o progetto di potenza?

L’antisionismo iraniano è reale.

Ma proprio perché è reale non significa che spieghi tutto.

Una strategia internazionale può avere contemporaneamente:

una dimensione ideologica;

una dimensione religiosa;

una dimensione militare;

una dimensione economica;

una dimensione geopolitica.

Pensare che Teheran investa da decenni enormi risorse nel Libano, in Siria, Iraq, Yemen e Palestina unicamente per altruismo verso i palestinesi significa sospendere qualsiasi analisi degli interessi nazionali.

Il risultato concreto della strategia è stato evidente:

costruire un arco di influenza iraniana attraverso alcuni dei punti più strategici del Medio Oriente.

Libano.

Siria.

Iraq.

Yemen.

Territori palestinesi.

Dal Mediterraneo al Golfo.

Dal confine israeliano al Mar Rosso.

Questa è una rete di potere.

Chiamarla soltanto “resistenza” significa descriverne lo slogan e nasconderne la struttura.


Conquista del Medio Oriente? La formula va spiegata

Possiamo usare la parola “conquista” in senso politico e strategico, non come se esistesse un piano documentato iraniano per annettere formalmente tutti gli Stati mediorientali.

La strategia iraniana è molto più sofisticata.

Non serve cambiare le frontiere.

Non serve issare la bandiera iraniana sui ministeri.

È sufficiente costruire organizzazioni abbastanza forti da poter condizionare:

governi;

politiche di sicurezza;

guerre;

alleanze;

rotte commerciali;

decisioni diplomatiche.

È egemonia indiretta, non necessariamente annessione territoriale.

Ed è proprio per questo che il sistema dei proxy è così efficace.


E l’Occidente?

Anche qui bisogna evitare la caricatura.

Non esistono prove che l’Iran stia preparando una “colonizzazione” dell’Europa nel significato storico del termine.

Ma Europol documenta qualcosa che dovrebbe preoccupare chiunque.

L’Asse della Resistenza ha proiezioni europee.

Le reti hanno utilizzato l’Europa per finanziamento e logistica.

Esistono collegamenti con radicalizzazione.

Esistono indagini su reti criminali.

Esistono rischi di attentati.

Esistono attività di propaganda.

Nel febbraio 2026 l’Unione europea ha designato formalmente l’IRGC come organizzazione terroristica, e Europol ha successivamente coordinato un’azione contro l’ecosistema propagandistico online collegato alle Guardie rivoluzionarie.

Questa non è colonizzazione territoriale.

È qualcosa di diverso:

proiezione di influenza e rischio di sicurezza interno.

Ed è abbastanza grave senza doverla gonfiare.


L’IRGC non è un’associazione culturale

Un’altra mistificazione consiste nel descrivere l’IRGC come se fosse semplicemente un esercito nazionale.

Le Guardie rivoluzionarie sono contemporaneamente forza militare, struttura politica ed enorme attore economico.

La Forza Quds è lo strumento destinato alle operazioni e alle relazioni esterne.

Il sistema iraniano attribuisce inoltre al leader supremo un controllo fondamentale sulle politiche strategiche e sugli apparati, mentre l’IRGC risponde direttamente alla leadership suprema.

È quindi impossibile raccontare l’Asse della Resistenza senza parlare dell’apparato statale iraniano.


La vigliaccheria strategica della guerra per procura

E qui possiamo chiamare le cose con il loro nome politico.

Combattere attraverso proxy permette di ottenere vantaggi strategici scaricando buona parte del costo umano su altri popoli.

È questo l’aspetto più cinico dell’intero sistema.

Se Hezbollah combatte, muore il libanese.

Se Hamas trascina Gaza in guerra, muore il palestinese.

Se gli Houthi combattono, muore lo yemenita.

Se una milizia irachena attacca, l’escalation ricade sull’Iraq.

Teheran ottiene pressione strategica.

Gli altri spesso ottengono macerie.

Questa è una delle ragioni per cui definire quella strategia vigliacca è un giudizio politico perfettamente comprensibile.

Per decenni il regime ha potuto presentarsi come il grande campione della guerra contro Israele evitando contemporaneamente, quando possibile, di trasformare ogni scontro dei propri alleati in una guerra diretta sul territorio iraniano.

E quando quella distanza è venuta meno, si è visto immediatamente quanto diverso fosse il rischio.


E poi hanno il coraggio di chiamare “assassini” soltanto gli altri

Qui sta l’ipocrisia finale.

Criticare Stati Uniti e Israele è legittimo.

Documentare civili uccisi da operazioni occidentali è doveroso.

Condannare eventuali crimini di guerra è indispensabile.

Ma allora lo stesso criterio deve valere per tutti.

Iran.

Hezbollah.

Hamas.

Houthi.

Milizie irachene.

FARC.

Regimi comunisti.

Guerriglie rivoluzionarie.

Non esistono massacri progressisti.

Non esistono bambini soldato antimperialisti.

Non esistono stupri rivoluzionari.

Non esiste narcotraffico “dalla parte giusta della Storia”.

Non esiste terrorismo moralmente ripulito dalla parola “resistenza”.


La grande frode morale

Il problema dei soliti “riporter” non è che denuncino l’Occidente.

È che spesso smettono di denunciare quando il carnefice cambia bandiera.

Ed è questa la frode.

Parlano dei bambini palestinesi?

Fanno bene.

Ma allora parlino anche dei bambini iraniani.

Dei bambini yemeniti.

Degli afghani mandati in Siria.

Dei bambini israeliani.

Dei bambini colombiani reclutati dalle FARC.

Parlano di narcotraffico?

Perfetto.

Allora leggano i documenti DEA sulle reti Hezbollah.

Parlano di riciclaggio?

Benissimo.

Leggano Europol.

Parlano di terrorismo internazionale?

Allora leggano ciò che Europol scrive nel 2026 sull’Asse della Resistenza e sulla sicurezza europea.

Parlano di imperialismo?

Allora abbiano almeno il coraggio di discutere il tentativo iraniano di costruire influenza politica e militare attraverso milizie straniere.


L’antisionismo come lasciapassare morale

È forse questa la vittoria propagandistica più importante della Repubblica islamica.

Essere riuscita a trasformare l’antisionismo in una specie di lasciapassare morale.

Se combatti Israele, tutto il resto sembra diventare secondario.

Autoritarismo?

“Contesto.”

Repressione?

“Propaganda occidentale.”

Proxy militari?

“Resistenza.”

Bambini reclutati?

“Eccezioni.”

Narcotraffico?

“Accuse americane.”

Riciclaggio?

“Lawfare.”

Milizie straniere?

“Popoli che si autodifendono.”

È un meccanismo perfetto.

Ogni fatto contrario alla narrazione può essere automaticamente trasformato in propaganda nemica.

E a quel punto l’ideologia diventa impermeabile alla realtà.


Ma il Medio Oriente non appartiene all’Iran

Iraq non è Iran.

Libano non è Iran.

Siria non è Iran.

Yemen non è Iran.

Palestina non è Iran.

I popoli di questi Paesi hanno interessi propri, identità proprie e diritto alla propria sovranità.

Ed è proprio per questo che qualsiasi potenza — americana, russa, turca, saudita, israeliana o iraniana — che tenti di controllarne il destino attraverso forze armate locali deve essere sottoposta allo stesso giudizio.

Non esistono imperialismi buoni.

E non basta chiamarsi “Asse della Resistenza” per ottenere l’assoluzione.


La verità che rovina la propaganda

La realtà è più brutale dello slogan.

L’Iran ha costruito una rete di proxy.

Europol lo conferma.

Hezbollah ha avuto reti sospettate di traffico di droga e riciclaggio in Europa.

Europol e DEA lo documentano.

La rete iraniana ha avuto un impatto sulla sicurezza europea.

Europol lo scrive apertamente.

L’IRGC è stato designato organizzazione terroristica dall’UE nel 2026.

L’Iran ha perseguito per decenni una strategia regionale che gli ha permesso di acquisire influenza politica e militare in diversi Paesi.

E tutto questo non viene cancellato pronunciando la parola “Palestina”.


E allora sì: vergognatevi dell’indignazione selettiva

Vergognarsi non significa non criticare Israele.

Significa avere il coraggio di applicare lo stesso metro alla propria parte.

Se siete davvero contro il terrorismo, denunciatelo anche quando colpisce il vostro nemico.

Se siete contro l’imperialismo, denunciate anche l’espansionismo della potenza che considerate amica.

Se siete contro lo sfruttamento dei popoli, guardate cosa succede quando le milizie trasformano interi Paesi in campi di battaglia.

Se siete contro il narcotraffico, non girate la testa davanti alle indagini sulle reti Hezbollah.

Se siete contro il riciclaggio, non fate finta che quei dossier non esistano.

Se siete contro l’utilizzo dei bambini, denunciate ogni bambino soldato.

E soprattutto:

smettete di utilizzare l’antisionismo come detergente morale capace di lavare qualsiasi crimine purché commesso dal fronte geopolitico che avete scelto.


Non è “Resistenza” quando un altro popolo paga la tua guerra

Forse basterebbe questa frase.

Se finanzi una guerra combattuta dagli altri, non sei semplicemente un osservatore solidale. Sei una potenza coinvolta.

Se armi i combattenti, sei coinvolto.

Se li addestri, sei coinvolto.

Se trasferisci tecnologia militare, sei coinvolto.

Se costruisci una rete regionale di milizie, sei coinvolto.

Se quella rete viene utilizzata per moltiplicare il tuo peso geopolitico, non stai soltanto difendendo una causa.

Stai esercitando potenza.

Chiamarla “Resistenza” è una scelta propagandistica.

La geopolitica racconta un’altra storia.


La scelta non è Israele o Iran. È verità o propaganda

Questo è il punto che dovrebbe chiudere la discussione.

Non bisogna scegliere fra propaganda israeliana e propaganda iraniana.

Non bisogna sostituire Washington con Teheran.

Non bisogna trasformare ogni nemico degli Stati Uniti in un santo.

La domanda è molto più semplice.

Il fatto è vero oppure no?

L’Iran ha costruito proxy?

Sì.

Hezbollah ha ricevuto sostegno iraniano?

Sì.

Gli Houthi hanno ricevuto sostegno iraniano?

Sì.

Le milizie irachene fanno parte dell’architettura regionale iraniana?

Sì.

Europol considera questa rete un problema anche per la sicurezza europea?

Sì.

Esistono indagini documentate su narcotraffico e riciclaggio collegati a reti Hezbollah?

Sì.

Allora si parta da qui.

Il resto sono slogan.


Il vero nome dell’Asse

Chiamatelo “Asse della Resistenza” se volete.

È il nome che i suoi protagonisti hanno scelto.

Ma ricordate cosa c’è dietro la confezione.

Una Repubblica islamica che considera la rivoluzione parte della propria identità internazionale.

Un apparato militare che ha costruito legami con organizzazioni straniere.

Una rete di milizie capace di proiettare influenza dal Mediterraneo al Mar Rosso.

Un ecosistema che Europol considera rilevante anche per la sicurezza europea.

Organizzazioni e reti collegate a traffici criminali e riciclaggio documentati dalle autorità.

Popolazioni civili che spesso pagano il prezzo delle guerre.

E bambini che finiscono dentro quelle guerre.

Questa è la realtà che la propaganda non vuole mettere tutta nella stessa fotografia.

Perché una volta che la fotografia è completa, il racconto dei buoni contro i cattivi crolla.

E rimane una verità molto più scomoda:

l’imperialismo non smette di essere imperialismo quando parla persiano.

La guerra per procura non smette di essere guerra perché viene chiamata Resistenza.

Il terrorismo non diventa liberazione perché la vittima è israeliana o occidentale.

Il narcotraffico non diventa rivoluzionario perché finanzia chi combatte Washington.

E un bambino sacrificato alla causa rimane un bambino sacrificato, qualsiasi bandiera sventoli sopra la sua tomba.

Questo i soliti “riporter” dovrebbero finalmente avere il coraggio di scriverlo.

Oppure dovrebbero almeno smettere di fingere che la loro sia informazione.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Europol – European Union Terrorism Situation and Trend Report 2026
https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/EU-TE-SAT-2026.pdf

Europol – EU targets Iran’s Revolutionary Guard propaganda ecosystem, maggio 2026
https://www.europol.europa.eu/media-press/newsroom/news/eu-targets-iran-revolutionary-guard-propaganda-ecosystem-in-online-crackdown

Europol – European Union Terrorism Situation and Trend Report 2022
https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/Tesat_Report_2022_0.pdf

DEA – Massive Hizballah Drug and Money Laundering Scheme, Project Cassandra
https://www.dea.gov/press-releases/2016/02/01/dea-and-european-authorities-uncover-massive-hizballah-drug-and-money

DEA/DOJ – Kassim Tajideen, Hezbollah financial network
https://www.dea.gov/press-releases/2019/08/09/lebanese-businessman-tied-treasury-department-hezbollah-sentenced-prison

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2024
https://www.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2024

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2023
https://www.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2023

Iran Primer / United States Institute of Peace – Iran and Hezbollah timeline
https://iranprimer.usip.org/blog/2023/oct/19/timeline-iran-and-hezbollah

Iran Primer / USIP – Tehran’s Three Pivotal Militia Allies
https://iranprimer.usip.org/index.php/blog/2024/aug/06/tehran%E2%80%99s-three-pivotal-militia-allies

Iran Primer / USIP – Houthi ties to Iran
https://iranprimer.usip.org/blog/2024/jul/18/houthi-explainer-ties-iran

Iran Primer / USIP – Pro-Iran militias in Iraq
https://iranprimer.usip.org/blog/2021/nov/10/profiles-pro-iran-militias-iraq

Iran Primer / USIP – Iran and Iraq
https://iranprimer.usip.org/resource/iran-and-iraq

Iran Primer / USIP – Iran and the consequences of Assad’s fall
https://iranprimer.usip.org/blog/2024/dec/12/iran-biggest-regional-loser-assad%E2%80%99s-fall

Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran – testo inglese
https://www.constituteproject.org/constitution/Iran_1989

Iranian Constitution – University of Minnesota Human Rights Library
https://hrlibrary.umn.edu/research/iran-constitution.html

Sito ufficiale del leader supremo iraniano – “Support for the oppressed”
https://english.khamenei.ir/news/8328/Support-for-the-oppressed-in-the-Islamic-Republic-of-Iran-s


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