I soliti riporter della propaganda marxista: si indignano per i bambini palestinesi, ma ignorano quelli uccisi e trasformati in soldati dall’Iran e dai suoi proxy

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C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui una parte della cosiddetta “controinformazione” racconta le guerre del Medio Oriente.

Quando muore un bambino palestinese, titoli, fotografie, editoriali e post indignati invadono immediatamente giornali e social network. Ed è giusto che la morte dei bambini palestinesi venga documentata. Un bambino morto è una tragedia indipendentemente dalla bandiera, dalla religione e dall’esercito responsabile.

Il problema comincia quando questo principio improvvisamente scompare cambiando protagonista.

Dove sono gli stessi “riporter” quando è la Repubblica islamica dell’Iran a reclutare ragazzini?

Dove sono quando gli Houthi arruolano minorenni nello Yemen?

Dove erano quando ragazzini afghani venivano reclutati dall’apparato iraniano e spediti in Siria nella Divisione Fatemiyoun?

Dove sono quando si parla delle decine di migliaia di minorenni iraniani morti durante la guerra Iran-Iraq?

E soprattutto: dov’è l’indignazione davanti al fatto che nel 2026 Amnesty International ha documentato una campagna iraniana aperta persino ai dodicenni?

Non stiamo parlando di una teoria, né di una ricostruzione di parte. Stiamo parlando di rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e Nazioni Unite.

La propaganda funziona precisamente così: non necessariamente inventando le vittime, ma selezionando quali vittime meritino di diventare simboli e quali debbano sparire dalla narrazione.

Il dato che dovrebbe chiudere ogni discussione: 550.000 minori mobilitati dall’Iran

Cominciamo dal numero più impressionante.

Nel suo rapporto del 2 aprile 2026, Amnesty International ricorda che durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, secondo le stesse ammissioni iraniane, oltre 550.000 bambini furono inviati come child soldiers.

Non cinquecento.

Non cinquemila.

Più di mezzo milione.

E Amnesty aggiunge un secondo numero ancora più terribile:

almeno 36.000 di quei bambini furono uccisi.

Sono cifre riportate da Amnesty nel ricostruire la lunga storia iraniana di mobilitazione militare dei minorenni.

Eppure provate a confrontare la quantità di articoli, documentari e campagne occidentali dedicate a questi 36.000 bambini morti con quelle dedicate ad altri conflitti.

Il risultato è eloquente.

Il bambino sembra diventare politicamente interessante soltanto quando può essere utilizzato contro il nemico ideologico giusto.

Quando invece il responsabile appartiene al campo romanticamente ribattezzato “Asse della Resistenza”, la memoria diventa improvvisamente molto più corta.

2026: Teheran apre il reclutamento persino ai dodicenni

Qualcuno potrebbe tentare la solita difesa: “Sono cose accadute quarant’anni fa.”

Peccato che nell’aprile 2026 Amnesty International abbia pubblicato una denuncia dal titolo inequivocabile:

“Iran: Recruitment of child soldiers as young as 12 amounts to a war crime”.

Il 26 marzo 2026, secondo Amnesty, Rahim Nadali, vicecomandante del Corpo Mohammad Rasoul Allah dell’IRGC nella Grande Teheran, annunciò una campagna denominata “Homeland-Defending Combatants for Iran”, aperta a volontari dai 12 anni in su.

Dodici anni.

La registrazione avveniva attraverso le basi Basij presenti nelle moschee di Teheran.

Non si trattava semplicemente di distribuire acqua o svolgere attività simboliche.

Amnesty ha analizzato 16 fotografie e video comparsi online dal 21 marzo 2026 nei quali compaiono minorenni armati o schierati accanto alle forze iraniane presso checkpoint, pattuglie e manifestazioni militarizzate organizzate dallo Stato.

Tra le armi documentate figuravano anche fucili d’assalto tipo AK.

Le mansioni previste dalla campagna comprendevano pattugliamenti, checkpoint, supporto logistico, distribuzione di equipaggiamento e assistenza alle attività operative e di sicurezza dell’IRGC.

Questo è il punto che dovrebbe interessare chiunque affermi di preoccuparsi dell’utilizzo militare dei bambini.

Il bambino di 11 anni morto a un checkpoint

Poi arriva la conseguenza concreta.

Il 29 marzo 2026, secondo Amnesty International, Alireza Jafari, 11 anni, venne ucciso mentre accompagnava il padre, membro dei Basij, presso un checkpoint di Teheran.

Le stesse autorità iraniane confermarono che il bambino era morto mentre stava “servendo” al checkpoint, colpito durante un attacco israeliano con drone.

La responsabilità di chi effettua un attacco militare resta naturalmente soggetta alle norme del diritto internazionale umanitario.

Ma esiste contemporaneamente un’altra domanda:

che cosa ci faceva un bambino di undici anni presso un obiettivo militare?

La madre raccontò che il marito aveva parlato di carenza di personale ai checkpoint e aveva portato con sé Alireza e il fratellino di appena nove anni.

Secondo la testimonianza riportata da Amnesty, il padre riteneva che Alireza dovesse prepararsi per i giorni successivi.

Questa è precisamente la ragione per cui il diritto internazionale tenta di separare i bambini dalle strutture militari.

Mettere un minorenne accanto a uomini armati, checkpoint e infrastrutture militari significa trasformarlo in una potenziale vittima della guerra.

La legge iraniana apre le porte dei Basij ai minori

Il problema non nasce nel 2026.

Amnesty richiama esplicitamente la normativa iraniana sul reclutamento dell’IRGC.

L’articolo 93 consente ai minori di 15 anni di diventare Basij ordinari e, secondo l’interpretazione di Amnesty, non stabilisce sostanzialmente un’età minima.

L’articolo 94 permette dai 15 anni l’accesso alla categoria dei Basij attivi.

A 16 anni è possibile accedere alla categoria dei Basij speciali o “guardie onorarie”.

Quindi non stiamo osservando semplicemente qualche ragazzino sfuggito ai controlli di un esercito.

Esiste una struttura istituzionale che rende possibile l’inquadramento dei minorenni.

E Amnesty ricorda una distinzione fondamentale: secondo il diritto internazionale umanitario consuetudinario, arruolare bambini sotto i 15 anni o utilizzarli attivamente nelle ostilità costituisce un crimine di guerra.

Siria: bambini afghani reclutati dall’apparato iraniano

Passiamo alla Siria.

Nel 2017 Human Rights Watch documentò il reclutamento di bambini afghani residenti in Iran per combattere nella Divisione Fatemiyoun, formazione afghana sostenuta dall’Iran e impiegata al fianco delle forze governative siriane.

L’età minima documentata?

14 anni.

HRW analizzò fotografie delle lapidi nei cimiteri iraniani e identificò otto bambini afghani apparentemente morti combattendo in Siria.

Ma non finisce qui.

I media iraniani avevano riportato almeno altri sei casi di child soldiers afghani morti in Siria.

Parliamo quindi di almeno 14 casi di minorenni morti documentati o riportati, mentre HRW avvertiva esplicitamente che il fenomeno poteva essere molto più ampio.

In alcuni casi i ragazzi avrebbero dichiarato un’età falsa per riuscire ad arruolarsi.

Ma proprio qui emerge una responsabilità istituzionale: secondo HRW, i reclutatori non verificavano adeguatamente la documentazione anagrafica.

Un combattente afghano intervistato dall’organizzazione raccontò inoltre di avere incontrato nei campi d’addestramento ragazzi di 16 e 17 anni.

Il tredicenne mostrato dalla televisione iraniana

Due mesi dopo arrivò un caso ancora più imbarazzante.

Human Rights Watch descrisse un filmato circolato sui media iraniani nel novembre 2017.

Un ragazzo in uniforme viene intervistato.

Gli chiedono l’età.

Risponde:

13 anni.

Il ragazzino si trovava ad Abu Kamal, in Siria, e si definiva un “difensore del santuario”, espressione utilizzata dalla Repubblica islamica per i combattenti impegnati nelle campagne regionali.

Tredici anni.

Non un adulto scambiato per adolescente.

Non un combattente di diciassette anni la cui età fosse difficile da verificare.

Tredici.

Yemen: gli Houthi e il reclutamento dei bambini

Poi arriviamo a uno dei principali alleati regionali di Teheran: gli Houthi, o Ansar Allah.

Il rapporto annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti armati, relativo al 2024, fornisce numeri verificati.

In Yemen l’ONU ha verificato 583 gravi violazioni contro 504 bambini.

Nello stesso anno sono stati verificati 182 ragazzi reclutati e utilizzati militarmente dalle diverse parti del conflitto.

Di questi:

85 sono stati attribuiti agli Houthi.

Inoltre, 59 bambini complessivamente risultavano impiegati in ruoli di combattimento dalle varie parti yemenite.

Questo passaggio è importante perché impedisce anche la semplificazione opposta.

Non sono soltanto gli Houthi ad aver reclutato bambini nello Yemen.

Il rapporto attribuisce casi anche alle forze armate yemenite e a numerose formazioni affiliate.

Ma proprio questo dimostra come dovrebbe funzionare un’informazione seria:

si denunciano tutti.

Non si decide che il reclutamento dei bambini sia mostruoso quando lo pratica il nemico e una nota a piè di pagina quando lo pratica un alleato ideologico.

Iran: almeno 68 bambini uccisi nella repressione del 2022

E poi ci sono i bambini iraniani.

Quelli sembrano interessare ancora meno.

La Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Iran ha ricostruito la repressione delle proteste seguite alla morte di Jina Mahsa Amini.

Il bilancio considerato credibile dalla missione ONU arriva a:

551 persone uccise.

Tra queste:

almeno 49 donne;

almeno 68 bambini.

Le morti si verificarono in 26 delle 31 province iraniane.

Sessantotto bambini.

La missione ONU ha inoltre documentato l’impiego di armi da fuoco da parte delle forze di sicurezza e arresti, maltrattamenti e violenze contro manifestanti.

Ragazzi e ragazze furono picchiati e arrestati mentre partecipavano alle proteste e alcuni detenuti furono trasferiti in strutture gestite dal Ministero dell’Intelligence, dai Basij e dalle Guardie rivoluzionarie.

Questi bambini erano iraniani.

Non palestinesi.

Non israeliani.

Non americani.

Iraniani uccisi mentre protestavano contro il proprio governo.

Quanto spazio occupano nella narrazione quotidiana di chi presenta Teheran come campione della liberazione dei popoli?

E Hamas? Anche i bambini israeliani esistono

L’indignazione selettiva diventa ancora più evidente parlando del 7 ottobre.

La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato che 40 bambini israeliani furono uccisi il 7 ottobre 2023 e centinaia rimasero feriti.

20 bambini persero entrambi i genitori.

96 persero un genitore.

La Commissione ha inoltre concluso che bambini israeliani furono strumentalizzati da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi.

In un caso documentato, un ragazzo di 17 anni venne utilizzato per convincere i vicini ad aprire le porte delle proprie abitazioni.

Il ragazzo venne successivamente ucciso.

Le sorellastre di 15 e 8 anni furono rapite e portate a Gaza.

La stessa Commissione ha concluso che Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compresi crimini contro bambini israeliani e minori presi in ostaggio.

Anche questi bambini esistono.

Ma questo non cancella Gaza

Qui bisogna essere chiarissimi, perché altrimenti si cade precisamente nello stesso errore che stiamo denunciando.

Documentare i bambini vittime dell’Iran, degli Houthi, di Hamas o di altre organizzazioni non cancella minimamente le vittime palestinesi.

Il rapporto ONU relativo al 2023 verificò 2.267 bambini palestinesi uccisi tra Gaza e Cisgiordania, con la responsabilità di 2.051 casi avvenuti a Gaza dopo il 7 ottobre ancora in fase di attribuzione al momento del rapporto.

E i rapporti successivi hanno documentato una tragedia enormemente più vasta.

Nel rapporto ONU sui bambini e i conflitti armati pubblicato nel 2026 sono state verificate 12.445 gravi violazioni contro 5.663 bambini nel teatro israelo-palestinese durante il periodo analizzato; 9.465 violazioni sono state attribuite alle forze israeliane, mentre altre sono state attribuite a coloni israeliani, Iran, Houthi, attori palestinesi e altri responsabili.

Questi numeri devono essere riportati.

Nasconderli sarebbe propaganda.

Esattamente come sarebbe propaganda nascondere quelli iraniani e dei suoi alleati.

I numeri che i “riporter” dovrebbero mettere uno accanto all’altro

Il quadro documentabile è quindi molto diverso dalla caricatura secondo cui da una parte esisterebbero soltanto carnefici e dall’altra soltanto “resistenti”.

Per l’Iran e le formazioni collegate troviamo, tra gli esempi documentati:

  • oltre 550.000 bambini mobilitati dall’Iran durante la guerra Iran-Iraq, secondo le cifre iraniane richiamate da Amnesty;
  • almeno 36.000 bambini morti tra quei minorenni;
  • reclutamento aperto nel 2026 dai 12 anni nella campagna IRGC documentata da Amnesty;
  • un bambino di 11 anni morto mentre si trovava a un checkpoint Basij;
  • presenza documentata di minorenni armati con fucili tipo AK;
  • bambini afghani di appena 14 anni reclutati per combattere in Siria;
  • almeno 8 child soldiers afghani morti identificati direttamente da HRW attraverso le lapidi;
  • almeno 6 ulteriori morti minorenni riportati dai media iraniani;
  • un tredicenne documentato in uniforme in Siria;
  • 85 ragazzi reclutati o utilizzati dagli Houthi nel solo 2024, verificati dall’ONU;
  • 68 bambini uccisi durante la repressione iraniana delle proteste del 2022.

Non tutti questi numeri sono direttamente sommabili: riguardano periodi storici, metodologie e categorie differenti. Inventare un “totale” unico sarebbe metodologicamente scorretto.

Ma sono più che sufficienti per distruggere la favola secondo cui il problema dei bambini nelle guerre mediorientali possa essere raccontato guardando soltanto in una direzione.

Hezbollah: l’indottrinamento comincia molto prima del campo di battaglia

Un altro capitolo riguarda Hezbollah.

Qui bisogna distinguere rigorosamente tra appartenenza a organizzazioni giovanili, indottrinamento politico-militare e reclutamento verificato come child soldier: non sono automaticamente la stessa cosa.

Esiste però da anni un sistema giovanile collegato all’ambiente di Hezbollah.

Nell’agosto 2026 è tornata sotto i riflettori l’organizzazione degli Imam al-Mahdi Scouts, descritta in recenti ricostruzioni come una struttura con circa 75.000 membri, nella quale l’educazione ideologica è fortemente intrecciata alla cultura della “resistenza” e del martirio.

Il numero di 75.000 non significa 75.000 bambini soldato e sarebbe scorretto presentarlo così.

Significa però che esiste una gigantesca infrastruttura educativa e ideologica rivolta ai giovani che merita almeno la stessa attenzione dedicata alla radicalizzazione giovanile quando avviene nel campo politico opposto.

La vera questione non è Gaza contro Teheran

Questo è il punto che i professionisti dell’indignazione selettiva non vogliono affrontare.

Non bisogna scegliere quali bambini meritino compassione.

Bisogna scegliere se i bambini contano sempre oppure soltanto quando sono utili alla propria propaganda.

Se denunciate il bambino palestinese morto sotto una bomba, fate bene.

Ma allora denunciate anche il dodicenne iraniano arruolato dai Basij.

Denunciate il quattordicenne afghano mandato dall’apparato iraniano in Siria.

Denunciate il ragazzino yemenita reclutato dagli Houthi.

Denunciate i 68 bambini iraniani uccisi nella repressione delle proteste.

Denunciate i 40 bambini israeliani uccisi il 7 ottobre.

E ricordate i 36.000 bambini che Amnesty indica come morti tra gli oltre mezzo milione di minorenni mobilitati dall’Iran durante la guerra Iran-Iraq.

Altrimenti non state difendendo i bambini.

State scegliendo i bambini politicamente utili.

La grande ipocrisia della propaganda

Ed è precisamente qui che cade la maschera.

Per anni una parte della propaganda anti-occidentale ha costruito una rappresentazione infantile del Medio Oriente: Washington e Israele sarebbero sempre e soltanto aggressori; l’Iran e l’“Asse della Resistenza” sempre e soltanto vittime o liberatori.

La documentazione internazionale racconta qualcosa di infinitamente più complesso.

L’Iran ha una storia documentata di mobilitazione militare dei minori.

Ha sostenuto una formazione, la Fatemiyoun, nella quale Human Rights Watch ha documentato bambini soldato.

Gli Houthi continuano a comparire nei rapporti ONU sul reclutamento e utilizzo dei minori.

Hamas e altri gruppi palestinesi sono accusati dalla Commissione ONU di gravi crimini anche contro bambini.

E contemporaneamente le stesse Nazioni Unite documentano su scala enorme le violazioni e le morti di bambini palestinesi attribuite alle operazioni israeliane.

Una cosa non cancella l’altra.

Questa dovrebbe essere la regola elementare del giornalismo.

Invece abbiamo trasformato le vittime in bandiere.

Bambini di serie A e bambini di serie B

È questa, alla fine, la domanda che bisognerebbe rivolgere ai soliti “riporter” della propaganda ideologica:

quanto vale un bambino?

Vale soltanto quando può essere utilizzato per accusare Israele?

Vale anche quando viene reclutato dall’IRGC?

Vale quando ha dodici anni e gli mettono un fucile in mano?

Vale quando è afghano e finisce in Siria?

Vale quando è yemenita e viene reclutato dagli Houthi?

Vale quando è iraniano e viene colpito durante una protesta?

Vale quando è israeliano e viene assassinato o rapito da Hamas?

Perché se la risposta cambia a seconda della bandiera del carnefice, allora il problema non è più la tutela dei bambini.

È propaganda.

E forse la forma più cinica di propaganda possibile: quella che utilizza i cadaveri dei bambini per costruire una narrazione politica mentre nasconde deliberatamente tutti quelli che potrebbero rovinarla.

Fonti e approfondimenti

Nota metodologica: le cifre indicate come “verificate” sono quelle accertate dalle organizzazioni citate e non necessariamente rappresentano il numero reale complessivo. Nei conflitti armati l’accesso alle zone interessate è spesso limitato e molti casi rimangono non verificati. Per questo nell’articolo sono stati tenuti distinti i dati verificati, quelli riportati e le stime storiche.

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