La grande illusione della “Cina onnipotente”: propaganda geopolitica, riduzionismo ideologico e la favola della presunta sottomissione di Trump

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Da anni una parte della propaganda geopolitica online costruisce un racconto tanto spettacolare quanto semplicistico: gli Stati Uniti sarebbero ormai al collasso industriale, Trump sarebbe costretto a “seguire” la Cina con il cappello in mano e Pechino avrebbe già vinto la guerra economica globale grazie alle terre rare e ai semiconduttori. Ogni viaggio diplomatico, ogni incontro economico, ogni trattativa commerciale viene immediatamente trasformata nella “prova definitiva” della subordinazione americana.

È il solito schema ideologico che prospera sui social network: prendere alcuni dati reali, isolarli dal loro contesto, ingigantirli attraverso un linguaggio assoluto e trasformarli in una narrativa apocalittica. Il risultato è una rappresentazione caricaturale del mondo in cui la Cina appare come una superpotenza onnipotente e gli Stati Uniti come un impero decadente ormai incapace di reagire.

Ma la realtà geopolitica è infinitamente più complessa di questa propaganda da tifoseria.

Il primo trucco retorico consiste nel presentare i rapporti economici tra grandi aziende americane e Cina come una forma di “sottomissione”. Il fatto che aziende come Tesla, Apple, Boeing o GE Aerospace abbiano enormi interessi nel mercato cinese viene raccontato come se fosse la dimostrazione di una presunta dipendenza totale americana da Pechino. In realtà dimostra semplicemente ciò che qualsiasi analista serio sa da almeno trent’anni: il capitalismo globale ha costruito una gigantesca rete di interdipendenze produttive.

La Cina non è diventata la fabbrica del mondo per una misteriosa superiorità civilizzatrice o per una fantomatica sconfitta storica degli Stati Uniti. È cresciuta grazie a decenni di investimenti occidentali, delocalizzazione industriale, accesso ai mercati internazionali, trasferimenti tecnologici e integrazione nel sistema economico globale dominato proprio dagli Stati Uniti. La stessa crescita cinese è stata possibile perché Washington e l’Occidente hanno favorito l’ingresso di Pechino nell’economia mondiale, convinti che l’integrazione economica avrebbe prodotto convergenza politica e stabilità globale.

Questa è la vera storia. Non la favola propagandistica della “Cina autosufficiente che umilia l’America”.


Il mito della dipendenza totale americana

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Il cuore della narrativa antiamericana ruota oggi attorno alle terre rare. Qui la propaganda utilizza dati veri per arrivare a conclusioni completamente false. È corretto affermare che la Cina controlli gran parte della raffinazione globale delle terre rare e della produzione di magneti permanenti. Reuters conferma che Pechino domina oltre il 90% della raffinazione in diversi segmenti strategici e mantiene una posizione fortissima nella produzione di magneti industriali avanzati. Ma da qui a sostenere che “gli USA dipendono totalmente dalla Cina” o che “senza la Cina nessun F-35 decolla” il salto logico è gigantesco.

Queste affermazioni sono costruite per generare impatto emotivo, non per descrivere la realtà industriale e strategica. È il classico meccanismo della propaganda geopolitica moderna: prendere una vulnerabilità reale e trasformarla in una dipendenza assoluta irreversibile.

L’Lockheed Martin F-35 Lightning II utilizza effettivamente componenti legati alle terre rare, così come gran parte dell’industria tecnologica avanzata mondiale. Ma la propaganda omette sistematicamente alcuni elementi fondamentali:

  • gli Stati Uniti possiedono stock strategici,
  • stanno riaprendo miniere e capacità di raffinazione,
  • esistono programmi di riciclo,
  • sono in corso accordi industriali con alleati,
  • e il Pentagono ha avviato da anni processi di diversificazione delle supply chain.

La realtà è che la dipendenza americana rappresenta un problema strategico serio, ma non equivale a una paralisi immediata della macchina militare statunitense. Le stesse analisi occidentali parlano di vulnerabilità, aumento dei costi e rischi industriali, non di collasso totale.

E soprattutto la propaganda dimentica sempre l’altra metà della storia: anche la Cina dipende profondamente dal sistema globale.

Pechino dipende:

  • dai mercati occidentali,
  • dalle esportazioni,
  • dalla domanda globale,
  • dal commercio marittimo internazionale,
  • dall’accesso a tecnologie straniere,
  • da software avanzati,
  • da componentistica critica,
  • e da un sistema finanziario mondiale ancora dominato dal dollaro.

La narrativa propagandistica descrive invece la Cina come una potenza completamente autonoma e autosufficiente, ignorando deliberatamente le sue enormi vulnerabilità strutturali:

  • crisi immobiliare,
  • rallentamento della crescita,
  • debito locale esplosivo,
  • invecchiamento demografico,
  • calo della produttività,
  • tensioni occupazionali,
  • fuga di capitali,
  • dipendenza energetica.

Tutto questo scompare magicamente nel racconto ideologico.


La manipolazione narrativa sui semiconduttori

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La stessa manipolazione si ritrova nella questione dei semiconduttori. Qui la propaganda ripete ossessivamente che “la carta americana è finita” perché SMIC produce chip a 7 nm tramite multipatterning DUV e Huawei avrebbe ormai raggiunto NVIDIA nell’intelligenza artificiale.

Anche in questo caso vengono presi elementi reali e trasformati in una fantasia ideologica.

È vero che la Cina ha compiuto progressi impressionanti sotto la pressione delle sanzioni americane. È vero che SMIC è riuscita a produrre chip avanzati senza accesso pieno alle macchine EUV occidentali. Ed è vero che Huawei ha costruito acceleratori AI competitivi in alcuni contesti specifici.

Ma la propaganda elimina completamente i limiti tecnologici e industriali reali:

  • rese inferiori,
  • costi più elevati,
  • difficoltà di scalabilità,
  • dipendenza da software EDA occidentali,
  • problemi nella produzione di massa,
  • assenza di una filiera EUV autonoma comparabile a quella di ASML.

Annunciare una futura macchina EUV nazionale non significa possedere oggi una capacità industriale equivalente a quella occidentale. L’EUV rappresenta una delle tecnologie industriali più sofisticate mai sviluppate dall’uomo e richiede una supply chain iper-specializzata costruita in decenni di ricerca avanzata.

Ma la propaganda non tollera le sfumature. Ha bisogno di raccontare una storia semplice:

  • la Cina avrebbe già vinto,
  • l’America sarebbe già sconfitta,
  • Trump sarebbe costretto a piegarsi.

Trump non è “sottomesso”: è stato il principale artefice del decoupling

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Ed è qui che emerge il vero carattere ideologico di questa narrativa.

Perché il paradosso più clamoroso è che questa presunta “sottomissione” viene attribuita proprio a Trump, cioè il presidente che più di tutti ha:

  • imposto tariffe aggressive contro la Cina,
  • avviato il decoupling tecnologico,
  • colpito Huawei,
  • limitato l’export di semiconduttori avanzati,
  • incentivato reshoring industriale,
  • spinto la competizione strategica sulle supply chain critiche.

Definire tutto questo “sottomissione” significa capovolgere completamente la realtà pur di mantenere viva una narrativa ideologica preconfezionata.

In realtà, ciò che questi propagandisti non riescono ad accettare è che le relazioni tra superpotenze non funzionano come le tifoserie da social network. Le grandi potenze competono e negoziano contemporaneamente. Anche durante la Guerra Fredda Stati Uniti e Unione Sovietica commerciavano, trattavano e dialogavano pur restando rivali strategici.

Ma la propaganda online ha bisogno di un linguaggio assoluto:

  • vincitore totale,
  • sconfitto totale,
  • collasso imminente,
  • dominio inevitabile.

È una semplificazione emotiva costruita per un pubblico che non cerca complessità ma conferme ideologiche.


Il fallimento dei propagandisti del “crollo americano”

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Esiste certamente un nucleo di verità che questa propaganda sfrutta abilmente. L’Occidente ha realmente:

  • delocalizzato troppo,
  • smantellato parte della propria capacità industriale,
  • sottovalutato la dipendenza da alcune filiere strategiche,
  • permesso alla Cina di costruire un vantaggio enorme nella manifattura avanzata.

Questo è vero.

Ma da qui a sostenere che “gli Stati Uniti falliranno senza la Cina” ce ne passa.

Gli USA restano:

  • la principale potenza militare globale,
  • il centro del sistema finanziario mondiale,
  • il leader nel software e nell’innovazione tecnologica,
  • il paese con la rete di alleanze più estesa del pianeta,
  • il principale polo di attrazione per capitali, ricerca e sviluppo.

La Cina rappresenta la più grande sfida geopolitica affrontata da Washington negli ultimi decenni. Ma non è una superpotenza onnipotente immune da crisi, limiti e dipendenze.

Ed è qui che emerge il fallimento totale di questi propagandisti.

Da anni promettono:

  • il collasso imminente del dollaro,
  • la fine dell’egemonia americana,
  • il crollo industriale definitivo degli USA,
  • la superiorità tecnologica irreversibile cinese,
  • la paralisi della macchina militare occidentale.

Eppure la realtà continua ostinatamente a smentirli.

Gli Stati Uniti non sono collassati.
Il dollaro continua a dominare il sistema finanziario globale.
La macchina militare americana non è “fallita”.
La Cina stessa continua a dipendere profondamente dai mercati occidentali e dalle tecnologie globali.

Ma invece di riconoscere gli errori, questi idioti propagandisti fanno sempre la stessa cosa: spostano continuamente il traguardo della profezia. “Succederà presto”, “manca poco”, “questa volta è davvero finita”. È il comportamento tipico delle narrazioni ideologiche fallite: quando la realtà contraddice il racconto, non si corregge il racconto. Si radicalizza ancora di più.

Questa gente non fa analisi geopolitica. Produce contenuti emotivi per un pubblico già predisposto a credere al mito del “crollo inevitabile dell’America”. È propaganda costruita sul sensazionalismo, sull’odio ideologico e sulla necessità psicologica di vedere l’Occidente umiliato.

Ma la geopolitica reale non è una setta religiosa.
Non funziona attraverso slogan da social network o fantasie apocalittiche.
Funziona attraverso equilibrio di potenza, capacità industriale, tecnologia, alleanze, finanza, deterrenza e adattamento storico.

E proprio questo loro non riescono ad accettare:
la realtà è molto più complessa delle bugie semplicistiche che continuano ostinatamente a raccontare.


Fonti e approfondimenti

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