Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

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Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
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Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

Quando persino il Financial Times – voce storica dell’establishment finanziario anglosassone – rompe la disciplina del silenzio, significa che il danno è ormai irreversibile.
La Germania, pilastro industriale dell’Europa dal secondo dopoguerra, è entrata in una fase di declino strutturale, non ciclico. E l’Unione Europea non è stata spettatrice: ne è stata coautrice.

Non siamo di fronte a un errore.
Siamo di fronte a una strategia.


Il modello tedesco: da miracolo industriale a bersaglio geopolitico

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Dal Wirtschaftswunder degli anni ’50 in poi, la Germania ha costruito la propria forza su tre pilastri:

  1. Energia abbondante e a basso costo
  2. Industria pesante e manifattura avanzata
  3. Export competitivo globale

Questo modello, già dopo la riunificazione, era visto con crescente fastidio nel mondo anglosassone: una Germania troppo forte, troppo autonoma, troppo interconnessa con l’Eurasia.
La cooperazione energetica con la Russia – gas in cambio di tecnologia – rappresentava un asse strategico alternativo all’ordine atlantico.

Ed è qui che inizia la demolizione.


L’energia come arma: dalla dipendenza controllata al collasso

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Il gas russo non era una debolezza.
Era un vantaggio competitivo.

Attraverso Nord Stream, Berlino garantiva energia stabile all’industria europea. La sua distruzione – accettata senza reazione politica – ha segnato la fine della sovranità energetica tedesca.

Mai nella storia moderna una potenza industriale ha:

  • subito un sabotaggio strategico,
  • rinunciato a indagare,
  • continuato a pagare il prezzo più alto.

Il silenzio di Bruxelles e della NATO è stato assordante.
Non era un’infrastruttura privata. Era un nervo vitale nazionale.


Le sanzioni: un boomerang storico

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Le sanzioni contro Mosca non hanno colpito la Russia quanto promesso.
Hanno colpito l’Europa continentale, e in particolare la Germania.

Storicamente, le sanzioni funzionano solo quando:

  • chi le impone è autosufficiente,
  • chi le subisce è isolato.

Nessuna delle due condizioni era vera.

La Russia ha reindirizzato energia e materie prime.
La Germania ha perso:

  • competitività,
  • produzione,
  • occupazione qualificata.

La guerra come acceleratore del collasso

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Il sostegno militare a Kiev non è stato solo una scelta geopolitica.
È stato un acceleratore della deindustrializzazione.

Mentre Berlino finanziava carri armati e munizioni, le sue fabbriche chiudevano.
Mentre l’UE parlava di “valori”, il costo reale ricadeva su:

  • operai,
  • PMI,
  • intere regioni industriali.

Eppure la narrativa non è mai cambiata:
serve fare di più, sacrificare di più, pagare di più.


Bruxelles: potere senza responsabilità

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La figura di Ursula von der Leyen incarna perfettamente il problema:
potere enorme, responsabilità nulla.

La Commissione:

  • non è eletta,
  • non risponde ai lavoratori,
  • non paga il prezzo delle sue decisioni.

L’agenda verde, presentata come inevitabile, ha agito come una tassa regressiva mascherata, colpendo proprio i settori che rendevano la Germania una potenza.


Friedrich Merz e il paradosso tedesco

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Friedrich Merz chiede oggi miliardi per “salvare l’industria”.
Ma è lo stesso campo politico che ha:

  • sostenuto le sanzioni,
  • accettato il sabotaggio energetico,
  • appoggiato l’agenda UE.

Non è incompetenza.
È dissonanza strutturale tra politica e realtà produttiva.


La frattura sociale e politica

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Quando l’economia reale crolla, la politica segue.

In regioni come la Renania Settentrionale-Vestfalia, il consenso si sposta perché:

  • il lavoro sparisce,
  • il futuro si restringe,
  • la fiducia evapora.

L’ascesa dell’AfD non nasce nel vuoto ideologico, ma nel vuoto industriale.


Davos, non Berlino

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Le decisioni che hanno svuotato la Germania non sono nate nelle fabbriche, né nei parlamenti.
Sono nate nei consessi transnazionali come il World Economic Forum, dove:

  • l’industria è un problema,
  • la sovranità è un ostacolo,
  • il lavoro è una variabile sacrificabile.

Conclusione: una frattura storica

La Germania non sta mettendo alla prova la pazienza dell’Europa.
È l’Europa tecnocratica ad aver testato i limiti della Germania.

E li ha superati.

La storia insegna una lezione semplice:
quando una nazione industriale rinuncia alla propria base produttiva, non perde solo ricchezza.
Perde stabilità, coesione, democrazia.

E questa volta, il conto non lo pagherà solo Berlino.

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