


L’errore prima ancora della politica
C’è un errore analitico, prima ancora che politico o ideologico, che accomuna larga parte del commentariato europeo e una fetta consistente dell’opinione pubblica occidentale: non aver compreso la natura strutturale del cambiamento in atto negli Stati Uniti sotto l’amministrazione di Donald Trump.
Questo errore si manifesta in una lettura superficiale, moralistica o caricaturale di un processo che, in realtà, rappresenta una rottura profonda con l’ordine coloniale anglo-francese che ha dominato la geopolitica globale dal secondo dopoguerra fino al pieno consolidamento della globalizzazione finanziaria.
Definire tutto ciò come “isolazionismo”, “populismo” o “nazionalismo rozzo” non è solo riduttivo: è un atto di cecità strategica.
Il mito dell’Occidente unito e la realtà dell’impero informale



Per oltre settant’anni si è narrato l’“Occidente” come un blocco omogeneo, coeso, portatore di valori universali. In realtà, dietro questa retorica si è sempre celata una gerarchia imperiale informale, erede diretta delle strutture coloniali britanniche e francesi.
Un sistema tripartito:
- Londra come centro finanziario e normativo globale
- Parigi come braccio politico-militare nei teatri africani e mediterranei
- Washington come garante militare e monetario dell’ordine complessivo
Gli Stati Uniti, contrariamente al mito della “superpotenza sovrana”, non sono mai stati pienamente liberi all’interno di questo assetto. Sono stati piuttosto il braccio armato e monetario di un ordine finanziario transnazionale, fondato su:
- debito sistemico
- controllo valutario
- istituzioni sovranazionali
- guerra permanente a bassa intensità
La NATO, lungi dall’essere una semplice alleanza difensiva, ha rappresentato il pilastro militare di questa architettura.
Trump come evento di rottura, non come anomalia

L’ascesa di Trump non è un incidente della storia, ma il sintomo di una frattura interna allo Stato americano.
Una frattura strutturale tra:
- America produttiva vs America finanziarizzata
- Stato nazionale vs governance globale
- Complesso militare-industriale tradizionale vs capitalismo finanziario parassitario
Trump rappresenta — piaccia o no — il tentativo di riappropriazione della sovranità statale americana, in aperto conflitto con l’eredità anglo-francese del potere imperiale indiretto.
Non a caso, la sua amministrazione ha:
- attaccato frontalmente la NATO come strumento obsoleto
- ridimensionato le guerre di “esportazione della democrazia”
- messo in discussione il dogma del libero scambio asimmetrico
- sfidato apertamente le istituzioni finanziarie globali
Questi atti non sono stati improvvisazioni, ma segnali di rottura sistemica.
La rottura con il colonialismo europeo: Africa e Medio Oriente



Uno degli aspetti più ignorati — o deliberatamente rimossi — è il conflitto diretto tra l’amministrazione Trump e le vecchie sfere coloniali franco-britanniche, soprattutto in Africa e Medio Oriente.
La politica trumpiana ha:
- indebolito la proiezione francese nel Sahel
- ridimensionato i giochi di potere britannici nei conflitti mediorientali
- interrotto la logica della “stabilità coloniale” mascherata da missione umanitaria
Questo spiega l’isteria delle élite europee:
Trump non è anti-europeo. È anti-coloniale.
Il traghettamento verso un mondo multipolare



Il vero punto non è Trump come individuo, ma il mondo che emerge attraverso quella frattura.
L’ordine unipolare — fondato su dollaro, debito, sanzioni e guerra per procura — è in crisi irreversibile. Al suo posto avanza un sistema multipolare in cui:
- le potenze regionali rivendicano autonomia
- il commercio non è più subordinato al controllo finanziario
- la sovranità monetaria torna centrale
Il dialogo pragmatico con la Russia, la guerra commerciale con la Cina come strumento negoziale e non ideologico, il disimpegno da teatri improduttivi: tutto indica un cambio di paradigma, non un capriccio presidenziale.
L’idiozia analitica delle élite europee



L’Europa — in particolare quella franco-tedesca — ha reagito nel modo peggiore possibile:
difendendo un ordine che non la protegge più e che la condanna a una subordinazione permanente.
Invece di cogliere l’opportunità di:
- ridefinire la propria sovranità
- sganciarsi dal colonialismo finanziario
- dialogare da pari con il nuovo assetto globale
ha preferito rifugiarsi nella retorica morale, nell’antitrumpismo isterico e nella difesa di istituzioni ormai svuotate di potere reale.
Trump come ponte, non come fine
Trump non è “il nuovo mondo”.
Trump è il ponte.
Un ponte tra:
- il fallimento dell’ordine anglo-francese
- e un sistema internazionale fondato su equilibri di potenza reali, non su narrazioni ideologiche
Non comprenderlo significa:
- confondere lo stile con la struttura
- scambiare il rumore mediatico per il movimento della storia
- restare prigionieri di categorie geopolitiche morte
Conclusione – La storia non chiede il permesso
La storia non aspetta che le élite comprendano.
Avanza comunque.
Chi oggi deride, banalizza o demonizza la svolta americana, domani si chiederà — come sempre accade — quando è successo tutto questo.
La risposta è semplice:
è successo mentre guardavano altrove, incapaci di accettare che l’epoca coloniale mascherata da globalizzazione stava finendo.
E che il mondo — finalmente — stava cambiando.
Fonti e documenti di riferimento (link)
Documenti ufficiali e istituzionali
- White House – National Security Strategy (2017)
- U.S. Department of Defense – Defense Strategy Reports
- NATO Strategic Concept Documents
- IMF & World Bank Governance Reports
Analisi geopolitiche e storiche
- Zbigniew Brzezinski – The Grand Chessboard
- John Mearsheimer – The Great Delusion
- Stephen Walt – The Hell of Good Intentions
Africa e colonialismo
- French Ministry of Armed Forces – Opération Barkhane
- UN Reports on Sahel Security
- African Union policy papers
Sistema finanziario globale
- Bank for International Settlements (BIS) Annual Reports
- Federal Reserve policy papers
- World Economic Forum – Global Risk Reports

