Iran 1979: quando la sinistra aiutò il potere che poi la distrusse
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La storia delle rivoluzioni è piena di alleanze temporanee nate dall’odio comune verso un nemico. Ma poche vicende mostrano con tanta brutalità le conseguenze di queste convergenze tattiche quanto la rivoluzione iraniana del 1979.
In quel periodo, l’Iran divenne il laboratorio di una gigantesca illusione politica: la convinzione che movimenti ideologicamente incompatibili potessero collaborare per abbattere il potere senza che uno dei due finisse inevitabilmente per divorare l’altro.
Comunisti, marxisti, socialisti, studenti progressisti, liberali anti-monarchici e islamisti sciiti unirono le forze contro lo Shah. Per mesi, la piazza iraniana sembrò incarnare il sogno romantico della “rivoluzione popolare”. Le immagini dell’epoca mostrano donne occidentali senza velo, studenti con il pugno alzato, religiosi sciiti e militanti marxisti fianco a fianco.
Sembrava l’inizio di una nuova era.
In realtà, era soltanto l’inizio di una purga.
Lo Shah, la modernizzazione e il risentimento sociale
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Per comprendere la rivoluzione iraniana è necessario partire dal contesto storico.
Mohammad Reza Pahlavi governava l’Iran con un progetto di modernizzazione accelerata chiamato “Rivoluzione Bianca”. Industrializzazione, secolarizzazione, apertura all’Occidente, emancipazione femminile e sviluppo infrastrutturale trasformarono rapidamente il Paese.
Le donne ottennero maggiori diritti civili, l’istruzione si espanse e le città iraniane iniziarono ad assumere un volto occidentale. Teheran negli anni Settanta era considerata una delle metropoli più moderne del Medio Oriente.
Ma questa trasformazione produsse anche enormi squilibri:
- crescita della disuguaglianza;
- corruzione delle élite;
- repressione politica;
- dipendenza geopolitica dagli Stati Uniti;
- marginalizzazione del clero tradizionale.
La polizia segreta SAVAK, sostenuta dagli americani, divenne simbolo della repressione del dissenso.
Così, gruppi diversissimi iniziarono a convergere contro il regime.
Il problema era che condividevano soltanto il nemico, non il progetto futuro.
L’errore fatale della sinistra iraniana
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La sinistra iraniana commise un errore storico che ancora oggi viene studiato nei manuali di geopolitica e teoria rivoluzionaria: sottovalutò completamente la natura del movimento islamista.
Molti intellettuali marxisti interpretarono il khomeinismo come una forma “culturale” di anti-imperialismo. Ritenevano che il clero sciita potesse essere usato come forza popolare contro il capitalismo occidentale e che, una volta abbattuto lo Shah, il potere sarebbe gradualmente passato ai movimenti socialisti e progressisti.
Fu una lettura profondamente errata.
Ruhollah Khomeini non aveva alcuna intenzione di condividere il potere con marxisti, liberali o progressisti. Il suo progetto era chiaro: costruire una Repubblica Islamica teocratica fondata sul principio del Velayat-e Faqih, il governo del giurista islamico.
Per il clero rivoluzionario sciita:
- il marxismo era ateismo;
- il femminismo era decadenza occidentale;
- il liberalismo era corruzione morale;
- il pluralismo era una minaccia religiosa.
La collaborazione con la sinistra era soltanto temporanea e strumentale.
Dalla rivoluzione alla repressione
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Una volta consolidato il potere, il nuovo regime iniziò sistematicamente a eliminare i suoi ex alleati.
Le organizzazioni marxiste furono sciolte, i giornali chiusi, gli studenti arrestati, i sindacalisti perseguitati.
Migliaia di oppositori finirono nella famigerata Evin Prison, diventata simbolo della repressione politica iraniana.
Secondo numerose ricostruzioni storiche, decine di migliaia di dissidenti furono incarcerati o giustiziati negli anni successivi alla rivoluzione. Particolarmente brutali furono le purghe degli anni Ottanta, culminate nelle esecuzioni di massa dei prigionieri politici del 1988.
Molti di coloro che avevano contribuito alla caduta dello Shah vennero accusati di essere:
- nemici dell’Islam;
- agenti occidentali;
- controrivoluzionari;
- corrotti moralmente.
La rivoluzione divorò i propri alleati.
Le donne iraniane: dalle piazze rivoluzionarie all’obbligo del velo
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Uno degli aspetti più drammatici della rivoluzione iraniana riguarda la condizione femminile.
Molte donne progressiste parteciparono attivamente alle proteste contro lo Shah. Credevano di lottare per una società più giusta, più libera e più egualitaria.
Pochi mesi dopo la rivoluzione, però, arrivò il primo shock.
Nel marzo del 1979 iniziarono le proteste contro l’introduzione dell’obbligo del velo islamico. Migliaia di donne scesero in piazza gridando:
“Non abbiamo fatto la rivoluzione per tornare indietro.”
Ma ormai il potere era consolidato.
Le nuove autorità religiose iniziarono progressivamente a:
- imporre l’hijab obbligatorio;
- limitare i diritti femminili;
- segregare parte della società;
- reprimere il dissenso culturale.
Molte donne che avevano festeggiato il ritorno di Khomeini si ritrovarono perseguitate, costrette all’esilio o ridotte al silenzio.
Le fotografie delle celebrazioni rivoluzionarie assumono oggi un valore quasi tragico: immortalano persone convinte di stare costruendo la libertà mentre stavano inconsapevolmente preparando la propria marginalizzazione.
Il concetto di “utile idiota”
Vladimir Lenin viene spesso associato — anche se probabilmente in modo improprio — all’espressione “utile idiota”.
Il termine descrive perfettamente quei gruppi che sostengono un progetto rivoluzionario senza comprendere che quel progetto, una volta consolidato, li eliminerà.
La rivoluzione iraniana rappresenta uno degli esempi storici più emblematici di questo meccanismo.
La sinistra iraniana credeva:
- di controllare il processo rivoluzionario;
- di poter influenzare il clero;
- di usare l’islamismo come leva anti-occidentale.
Accadde esattamente il contrario.
Fu il clero a utilizzare la sinistra come massa critica per destabilizzare il regime monarchico, per poi eliminarla appena divenne superflua.
L’Occidente e la memoria corta
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A quasi cinquant’anni dalla rivoluzione iraniana, molte dinamiche sembrano ripresentarsi sotto nuove forme.
In diversi ambienti occidentali esiste ancora la tendenza a sostenere qualsiasi forza percepita come “anti-occidentale”, “anti-americana” o “anti-imperialista”, anche quando quelle stesse forze:
- rifiutano la democrazia liberale;
- reprimono le donne;
- perseguitano minoranze;
- combattono libertà individuali considerate fondamentali in Occidente.
La logica è sempre la stessa:
“Il nemico del mio nemico è mio amico.”
Ma la storia dimostra che questa formula può trasformarsi in una trappola mortale.
Molti movimenti rivoluzionari non cercano alleati permanenti, ma strumenti temporanei. Una volta raggiunto il potere, gli alleati ideologicamente incompatibili diventano ostacoli da eliminare.
L’Iran del 1979 è uno degli esempi più chiari di questa dinamica.
La rivoluzione come macchina totalizzante
Ogni rivoluzione radicale attraversa generalmente tre fasi:
- Coalizione eterogenea contro il potere esistente
- Conquista delle istituzioni
- Eliminazione delle fazioni concorrenti
È accaduto nella Rivoluzione francese, nella Rivoluzione russa e in molte rivoluzioni del XX secolo.
L’Iran non fece eccezione.
Quando un movimento rivoluzionario assume una struttura ideologica assoluta — religiosa o politica — il pluralismo smette rapidamente di essere tollerato.
La rivoluzione, da promessa di liberazione, si trasforma così in una macchina totalizzante che richiede uniformità ideologica.
Chi non si adegua viene espulso.
Conclusione: la lezione dimenticata del 1979
La rivoluzione iraniana rappresenta una delle più grandi lezioni politiche del Novecento.
Mostra cosa accade quando:
- l’odio per un nemico comune sostituisce l’analisi critica;
- l’idealismo ignora la natura reale del potere;
- le alleanze tattiche vengono confuse con la condivisione di valori.
Molti giovani progressisti iraniani pensavano di combattere per la libertà. In realtà stavano contribuendo alla nascita di una struttura teocratica che avrebbe cancellato gran parte delle libertà che consideravano fondamentali.
Le immagini del 1979 restano per questo profondamente simboliche.
Non raccontano soltanto una rivoluzione.
Raccontano il momento esatto in cui una parte della società applaude inconsapevolmente la forza politica che, poco dopo, la ridurrà al silenzio.

