Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

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Realismo geopolitico, competizione per l’egemonia regionale e il fattore governance (2025–inizio 2026)

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
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Dentro una lente realista, Iran, Turchia e Arabia Saudita non sono semplicemente “paesi del Medio Oriente”: sono poli di potenza regionali che competono per sicurezza, influenza e profondità strategica, ma lo fanno attraverso architetture di potere interne radicalmente diverse.
Teocrazia, nazionalismo statale e monarchia rentier producono stili di proiezione geopolitica differenti, con effetti diretti sulla stabilità dell’intero spazio eurasiatico.


1) Tre potenze, tre modelli di potere

Iran: potenza continentale con vincolo ideologico

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L’Iran resta un perno eurasiatico: cerniera tra Caspio e Golfo, Levante e Asia Centrale. In chiave mackinderiana, occupa una fascia critica tra Heartland e Rimland, dove il controllo delle rotte terrestri ed energetiche influenza l’equilibrio globale.

Il problema strutturale non è la posizione, ma la governance:
la teocrazia subordina spesso l’interesse nazionale a una missione ideologica, producendo:

  • preferenza per strategie asimmetriche (proxy, milizie, deterrenza missilistica);
  • uso sistematico della tensione controllata come strumento di sopravvivenza del regime;
  • elevato costo economico interno, accentuato da sanzioni e isolamento.

Il risultato è una potenza resiliente ma inefficiente, forte nel conflitto a bassa intensità, fragile nella competizione economica e tecnologica.


Turchia: potenza-ponte di Rimland e autonomia strategica

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La Turchia è la potenza di Rimland per eccellenza: controlla stretti, corridoi energetici, passaggi tra Europa, Caucaso e Medio Oriente.
In ottica realista, Ankara massimizza flessibilità e ambiguità strategica:

  • NATO ma dialogo con Mosca;
  • presenza militare limitata ma persistente in Siria e Iraq;
  • industria della difesa come moltiplicatore di autonomia;
  • leva migratoria come strumento negoziale.

Un punto chiave emerso nel dibattito strategico recente:
Ankara non vuole né il collasso né l’egemonia iraniana.
Un Iran imploso produrrebbe spillover diretti (questione curda, milizie, rifugiati), mentre un Iran troppo forte ridurrebbe il margine di manovra turco.


Arabia Saudita: potenza energetica-marittima in trasformazione

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Riyadh ha storicamente proiettato potere tramite:

  • controllo energetico,
  • finanza,
  • alleanze di sicurezza.

Negli ultimi anni ha aggiunto un obiettivo realistico cruciale: ridurre il costo strategico dello scontro permanente.
Il disgelo con Teheran mediato da Pechino (2023) e i follow-up del 2025 indicano una svolta:
la de-escalation è diventata un asset, non una concessione morale.

Vision 2030 richiede stabilità regionale. Ogni conflitto cronico sottrae capitale, reputazione e prevedibilità.


2) Il triangolo alla prova del realismo classico

Mackinder: la geografia come destino

  • Iran → perno continentale e snodo energetico (Hormuz come “interruttore” globale).
  • Turchia → cerniera di Rimland, capace di bloccare o facilitare corridoi.
  • Arabia Saudita → centro energetico-marittimo del Golfo.

La competizione non è ideologica: è geografica e strutturale.


Brzezinski: impedire l’Eurasia coesa

Zbigniew Brzezinski vede l’Eurasia come una scacchiera: l’instabilità persistente nel Golfo e nel Levante ostacola corridoi logistici, integrazione energetica e normalizzazione commerciale.

Non serve un “complotto”:
la frammentazione è spesso un effetto funzionale alla competizione di potenza.


Mearsheimer: realismo offensivo

John Mearsheimer ricorda che gli Stati massimizzano potere relativo, non stabilità astratta:

  • Iran → deterrenza + proxy + resistenza alle sanzioni;
  • Turchia → bilanciamento dinamico;
  • Arabia Saudita → coalizioni, capitale e diplomazia selettiva.

3) Proteste in Iran (fine 2025–gennaio 2026): crisi di legittimità

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Le proteste in corso sono alimentate da:

  • collasso valutario,
  • inflazione,
  • peggioramento delle condizioni di vita.

La risposta statale è stata repressione severa e blackout informativo.
Dal punto di vista realista, una crisi di legittimità interna aumenta il rischio esterno:
o escalation per compattare, o concessioni per guadagnare ossigeno.

Il blackout non elimina il conflitto: lo rende opaco e più pericoloso.


4) “Rivolte pilotate”? Distinguere propaganda e dinamiche reali

Le evidenze indicano:

  • proteste decentralizzate e motivate soprattutto da fattori economici;
  • tentativi dell’opposizione in esilio di inserirsi come catalizzatori;
  • ruolo mediatico di figure come Reza Pahlavi, ma senza una struttura interna credibile.

Conclusione realista:
attori esterni possono sfruttare una crisi; dimostrare che la crisi sia creata e telecomandata dall’esterno è un’altra cosa.


5) “Londra e Israele vogliono ripristinare lo Scià”: analisi su tre livelli

  1. Narrativa del regime: utile a delegittimare l’opposizione.
  2. Opportunismo strategico esterno: indebolire Teheran ≠ restaurare la monarchia.
  3. Monarchia come asset mediatico: simbolo per la diaspora, poco radicato internamente.

Un realista noterebbe che una restaurazione pilotata è un esito a bassissimo controllo.


6) Perché Turchia e Arabia Saudita osservano con cautela

  • Turchia teme il vuoto: questione curda, Siria, milizie.
  • Arabia Saudita privilegia stabilità del Golfo e sicurezza marittima.

Entrambe preferiscono un Iran prevedibile a un Iran frantumato.


7) La variabile decisiva: governance post-ideologica

Una governance non religiosa trasformerebbe l’Iran da potenza ideologica a potenza nazionale:

  • meno proxy, più economia;
  • meno crociata, più equilibrio;
  • maggiore credibilità regionale.

Ma il realismo avverte:
le transizioni funzionano quando sono endogene, non quando sono importate.


8) Chiusura: cosa è davvero in gioco

  • L’Iran è in una crisi reale, non “telecomandata”.
  • La restaurazione monarchica appare più frame narrativo che progetto operativo.
  • Turchia e Arabia Saudita agiscono per contenere il caos, non per vincere ideologicamente.

Il vero nodo non è chi vincerà, ma che tipo di Iran emergerà:
uno Stato razionale integrabile o una faglia permanente dell’Eurasia.


9) Scenari 6–18 mesi (inizio 2026 – metà 2027): traiettorie plausibili

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Dal punto di vista del realismo geopolitico, non conta prevedere “chi ha ragione”, ma quali esiti sono strutturalmente più probabili dati:
pressione economica, assetti istituzionali, interessi degli attori regionali e vincoli sistemici.

Di seguito quattro scenari non mutuamente esclusivi, ordinati dal più probabile al più destabilizzante.


Scenario 1 – Stabilizzazione repressiva controllata (probabilità medio-alta)

Descrizione
Il regime iraniano mantiene il controllo attraverso:

  • repressione selettiva;
  • blackout informativi intermittenti;
  • concessioni economiche limitate e tattiche (sussidi, controlli temporanei).

Logica realista
È la risposta “standard” degli Stati sotto sanzioni che dispongono ancora di apparati coercitivi coesi.
Non risolve la crisi, ma la congela.

Implicazioni regionali

  • Tensione cronica ma gestibile.
  • Turchia e Arabia Saudita preferiscono questo esito al caos.
  • Mercati energetici nervosi ma non destabilizzati.

Rischio chiave
Accumulo di stress sistemico: ogni shock futuro (sanzioni, incidente militare, crisi climatica) pesa di più.


Scenario 2 – Transizione negoziata parziale (probabilità medio-bassa)

Descrizione
Settori dello Stato (burocrazia, élite economiche, apparati non ideologici) spingono per:

  • riduzione del peso ideologico;
  • allentamento repressivo;
  • accordi limitati su sanzioni e commercio.

Logica realista
Non è una “rivoluzione”, ma un riaggiustamento del patto di potere per salvare lo Stato prima del regime.

Implicazioni regionali

  • Miglioramento delle relazioni con i vicini.
  • Rafforzamento della linea saudita di de-escalation.
  • Interesse turco a un Iran più prevedibile.

Rischio chiave
Resistenza degli apparati ideologici più radicali e sabotaggi interni.


Scenario 3 – Frammentazione prolungata a bassa intensità (probabilità media)

Descrizione
Proteste intermittenti, economia stagnante, repressione irregolare:

  • lo Stato regge;
  • la società si disarticola;
  • l’orizzonte resta opaco.

Logica realista
Uno Stato può non collassare ma diventare permanentemente disfunzionale.
È spesso lo scenario più duraturo.

Implicazioni regionali

  • Aumento di traffici illegali e milizie.
  • Pressione migratoria indiretta.
  • Crescente competizione informativa.

Rischio chiave
Errore di calcolo: incidenti locali che degenerano senza che nessuno li abbia davvero pianificati.


Scenario 4 – Escalation esterna o incidente strategico (probabilità bassa, impatto altissimo)

Descrizione
Un evento esterno (attacco, sabotaggio, incidente marittimo, confronto indiretto) sposta l’attenzione dal fronte interno a quello regionale.

Logica realista
In crisi di legittimità, alcuni regimi tentano la diversione esterna.
Ma l’escalation è difficile da controllare.

Implicazioni regionali

  • Coinvolgimento indiretto di più attori.
  • Shock energetici e marittimi.
  • Pressioni internazionali per contenimento rapido.

Rischio chiave
Spirale non intenzionale: nessuno vuole la guerra totale, ma nessuno può permettersi di apparire debole.


Lettura comparativa finale degli scenari

AttoreScenario preferitoScenario temuto
Iran (regime)1 – Stabilizzazione repressiva2 – Transizione che riduce il controllo
Turchia1 o 23–4 (spillover e caos)
Arabia Saudita24 (instabilità del Golfo)
Sistema regionale24

Conclusione strategica sugli scenari

Il realismo suggerisce una tesi chiave:
la maggior parte degli attori regionali non ha interesse al collasso dell’Iran, ma neppure alla sua egemonia ideologica.

Tra i quattro scenari, la stabilizzazione repressiva è il più probabile nel breve periodo;
la transizione negoziata è il più desiderabile ma politicamente difficile;
la frammentazione è il rischio silenzioso;
l’escalation è l’evento a bassa probabilità ma ad altissimo costo.

In altre parole:
il futuro dell’Iran non si gioca su “chi vincerà”, ma su quanto razionale e prevedibile riuscirà a diventare lo Stato, indipendentemente dall’ideologia che lo governa.

Link di approfondimento (fonti e analisi)

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