Davos e la fine del globalismo unipolare

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L’intervento di Trump come atto simbolico del passaggio a un ordine multipolare post-egemonico

Davos e la fine del globalismo unipolare
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Davos e la fine del globalismo unipolare

1. Davos come spazio ideologico del globalismo

Per comprendere la portata di quanto avvenuto a Davos con l’intervento di Donald Trump, è necessario innanzitutto chiarire cosa Davos rappresenti storicamente. Il World Economic Forum, sin dalla sua fondazione nel 1971, non è mai stato un semplice forum economico, bensì un laboratorio ideologico del capitalismo globalizzato.

Davos ha incarnato per decenni la convergenza tra:

  • grande finanza internazionale,
  • multinazionali,
  • apparati politici occidentali,
  • istituzioni sovranazionali.

Qui si è progressivamente consolidata l’idea di una governance post-statuale, in cui lo Stato nazionale veniva considerato un residuo del passato, destinato a essere superato da reti tecnocratiche, mercati autoregolati e istituzioni non elette.

In termini teorici, Davos è stato uno dei principali dispositivi di legittimazione dell’ordine unipolare post-1989, nato con il crollo dell’URSS e l’illusione della “fine della storia”.


2. Il globalismo come fase storica dell’egemonia

Il globalismo non va confuso con la semplice interdipendenza economica. Esso è stato una fase storica specifica del capitalismo, caratterizzata da:

  • finanziarizzazione estrema dell’economia,
  • delocalizzazione produttiva sistemica,
  • subordinazione del lavoro alla rendita,
  • uso della guerra come strumento di disciplina geopolitica.

In questo senso, il globalismo ha rappresentato la forma matura dell’egemonia occidentale a guida statunitense, secondo una dinamica ben descritta dalla teoria dei cicli sistemici di accumulazione: espansione produttiva → dominio finanziario → crisi → transizione.

Le guerre “umanitarie”, le sanzioni economiche, il controllo delle valute e delle infrastrutture energetiche non sono state anomalie, ma strumenti strutturali di mantenimento dell’ordine unipolare.


3. L’intervento di Trump: rottura simbolica e politica

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L’intervento di Trump a Davos assume un significato che va oltre la contingenza politica. Non è rilevante solo cosa abbia detto, ma dove lo abbia detto.

Trump ha parlato nel cuore simbolico del globalismo, dichiarandone implicitamente la fine. Il suo messaggio può essere sintetizzato in tre assunti fondamentali:

  1. Ritorno della sovranità economica come principio legittimo, non come deviazione populista.
  2. Centralità del commercio rispetto al conflitto militare come strumento di equilibrio internazionale.
  3. Rifiuto dell’universalismo ideologico, ossia dell’idea che un solo modello economico, politico e culturale debba essere imposto globalmente.

In termini gramsciani, si è trattato di una crisi di egemonia apertamente riconosciuta all’interno delle stesse élite che l’avevano costruita.


4. Il multipolarismo come esito storico, non come scelta morale

Il multipolarismo non nasce da un progetto etico, ma da una necessità storica. La crisi del globalismo è il risultato di:

  • squilibri economici interni,
  • delegittimazione delle istituzioni sovranazionali,
  • ascesa di potenze non allineate,
  • saturazione del modello finanziario.

Il nuovo ordine che si va delineando è caratterizzato da:

  • pluralità di centri decisionali,
  • alleanze flessibili,
  • commercio come strumento di mediazione,
  • riduzione della capacità coercitiva unilaterale.

Non si tratta di un mondo pacificato, ma di un sistema meno ideologicamente omogeneo e meno controllabile da un’unica élite.


5. Dalla guerra sistemica al commercio competitivo

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Uno degli elementi più rilevanti emersi a Davos è il declino della guerra come strumento ordinario di regolazione del sistema globale. Le guerre degli ultimi decenni non hanno prodotto stabilità, ma:

  • caos regionale,
  • crisi energetiche,
  • inflazione globale,
  • sfiducia sistemica.

Il commercio, al contrario, torna a essere concepito come:

  • meccanismo di equilibrio,
  • strumento di interdipendenza selettiva,
  • alternativa funzionale alla distruzione sistemica.

È un ritorno, in forme nuove, a una logica già nota nella storia: il commercio come deterrente imperfetto ma razionale rispetto alla guerra totale.


6. Verso una struttura di potere distribuita

Il punto forse più significativo è il tentativo – ancora instabile – di costruire una struttura di potere non egemonica. Ciò implica:

  • fine della pretesa di neutralità delle élite tecnocratiche,
  • ritorno della politica come conflitto reale,
  • maggiore peso degli Stati e dei blocchi regionali,
  • crisi delle istituzioni nate per amministrare l’unipolarismo.

In questo senso, Davos non è più il luogo in cui si “decide il futuro”, ma uno spazio in cui si prende atto che il futuro non è più controllabile da un centro unico.


Conclusione: Davos come certificazione del post-globalismo

L’intervento di Trump ha funzionato come atto rivelatore, non come causa. Ha reso visibile ciò che era già in atto: la fine del globalismo come paradigma egemonico e l’ingresso in una fase storica multipolare, conflittuale ma strutturalmente più distribuita.

Il paradosso finale è evidente:
Davos, tempio del globalismo, è diventato il luogo in cui se ne è certificato il tramonto.


Link e riferimenti per approfondire

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