Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

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La guerra moderna non si vince più solo con i carri armati.
Si vince — e soprattutto si prolunga — con il controllo dei flussi finanziari, con il sequestro delle riserve, con il congelamento degli asset, con la gestione selettiva della ricostruzione.

La convergenza strategica tra Donald Trump e Vladimir Putin sull’uso degli asset russi congelati introduce un elemento di rottura storica: il tentativo di sottrarre il denaro alla rendita di guerra e vincolarlo alla pace.

Per comprenderne la portata, è necessario fare un passo indietro. Molto indietro.


Il colonialismo finanziario ottocentesco: governare senza occupare

Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
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Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Nel XIX secolo, gli imperi europei scoprono che non è più necessario occupare un paese per dominarlo. È sufficiente controllarne il debito.

Nasce così il colonialismo finanziario, un modello che segue uno schema ricorrente:

  1. crisi fiscale o militare dello Stato periferico,
  2. ricorso al credito estero,
  3. imposizione di garanzie su entrate strategiche,
  4. perdita progressiva della sovranità economica.

Il caso emblematico è l’Ottoman Public Debt Administration (1881): un’istituzione controllata dalle potenze creditrici che riscuoteva direttamente imposte e monopoli dell’Impero Ottomano per garantire il rimborso del debito.
Formalmente non era un governo. Di fatto, lo era.

Quando il controllo contabile non bastava, entrava in scena la gunboat diplomacy: blocchi navali, pressioni militari, interventi “punitivi” per forzare il pagamento dei creditori. La sovranità diventava condizionata, reversibile, negoziabile.

Il principio è chiaro:

chi controlla il debito, controlla lo Stato.


Dal colonialismo al sistema: Bretton Woods e la finanziarizzazione della disciplina

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Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Nel Novecento, il colonialismo finanziario non scompare.
Si istituzionalizza.

Con Bretton Woods (1944), il controllo non passa più per consorzi di creditori improvvisati, ma per un’architettura stabile: dollaro, FMI, Banca Mondiale, condizionalità macroeconomiche.

Il linguaggio cambia — “stabilità”, “sviluppo”, “aggiustamento” — ma la funzione resta:
vincolare la sovranità economica alle regole del centro finanziario.

Il debito non è più solo una passività.
Diventa uno strumento di governance.


Il Piano Marshall: ricostruzione ordinante, non predatoria

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Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Il confronto con il Piano Marshall è fondamentale.

Tra il 1948 e il 1952, gli Stati Uniti trasferirono all’Europa occidentale oltre 13 miliardi di dollari.
L’obiettivo non era il caos controllato, ma la stabilizzazione:

  • ricostruzione industriale,
  • rilancio produttivo,
  • riduzione delle tensioni sociali,
  • integrazione economica.

Che lo si interpreti come altruismo o come strategia anti-sovietica, il Piano Marshall aveva una caratteristica oggi quasi scomparsa: ridurre l’entropia post-bellica, non monetizzarla.

La guerra finiva.
La ricostruzione iniziava dopo.


Le ricostruzioni predatorie moderne: quando il caos diventa modello di business

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Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Nelle guerre contemporanee, questo schema è stato rovesciato.

Iraq, Afghanistan, Libia, Ucraina mostrano un nuovo paradigma:

  • la ricostruzione precede la fine della guerra,
  • il conflitto diventa condizione economica permanente,
  • il denaro fluisce in reti opache di contractor, ONG, consulenze, subappalti,
  • il debito futuro viene socializzato sulle popolazioni.

Qui la distruzione non è un costo.
È un asset.


Gli asset congelati come nuova cassa coloniale

Ed eccoci al punto chiave.

Gli asset russi congelati funzionano oggi come:

  • le entrate fiscali sequestrate nell’Ottocento,
  • le condizionalità del debito nel Novecento,
  • una riserva esterna controllata da poteri non eletti.

Se questi fondi restano congelati, diventano rendita.
Se vengono riassegnati a pace e ricostruzione, diventano vincolo politico.

È qui che la mossa Trump–Putin assume una valenza storica:
tentare di sottrarre il denaro alla logica coloniale della punizione infinita e trasformarlo in strumento di chiusura del conflitto.

Chi si oppone a questo passaggio non difende la giustizia.
Difende la continuità del modello ottocentesco, aggiornato agli algoritmi e ai circuiti finanziari.


Dalla cannoniera al conto congelato

Nel XIX secolo servivano le navi da guerra.
Nel XXI secolo basta un clic che congela un conto.

La grammatica del potere è la stessa.
Solo più elegante. Più “tecnica”. Più invisibile.

E proprio per questo più pericolosa.


Dal Düyun-u Umumiye agli asset congelati: dalla cannoniera al circuito finanziario

Se si osserva la lunga durata storica, il filo rosso diventa evidente. Il Düyun-u Umumiye non fu un’anomalia dell’Impero Ottomano in declino, ma il prototipo di una tecnologia di potere: governare senza governare, dominare senza occupare, comandare attraverso il debito e la custodia delle entrate. Oggi quella tecnologia non richiede più commissari stranieri né cannoniere nei porti. È stata miniaturizzata, digitalizzata, normalizzata. Gli asset congelati svolgono la stessa funzione delle dogane ottomane sequestrate: separano uno Stato dalla propria sovranità materiale, trasformando il “vincolo tecnico” in comando politico. La cannoniera è stata sostituita dal circuito finanziario; il blocco navale dal compliance check; l’ultimatum militare da una nota legale. Ma la grammatica del potere non è cambiata. Chi controlla l’accesso al denaro decide la durata della guerra, i tempi della pace, le condizioni della ricostruzione. Per questo il tentativo di spostare gli asset dalla rendita del conflitto al vincolo della pace non è una mossa contingente: è una sfida diretta a due secoli di colonialismo finanziario. E spiega perché le resistenze non saranno morali, ma procedurali. Non ideologiche, ma “tecniche”. Perché quando il cerchio si chiude — dal Düyun-u Umumiye agli asset congelati — ciò che viene messo in discussione non è una guerra, ma il diritto stesso di governare il mondo attraverso il sequestro permanente della sovranità altrui.

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