Il problema non è Trump. È un apparato capace di sorvegliare, classificare, filtrare informazioni e trasformare un sospetto in una verità politica
C’è qualcosa di molto più grave della battaglia fra Donald Trump e i suoi avversari.
Ed è la domanda che quella battaglia ha lasciato dietro di sé:
che cosa accade a una democrazia quando gli apparati creati per proteggere lo Stato cominciano a intervenire nella lotta politica?
Il punto non dovrebbe interessare soltanto chi sostiene Trump.
Dovrebbe interessare soprattutto chi Trump lo detesta.
Perché FBI, CIA, NSA e gli altri apparati di sicurezza non appartengono a un presidente, a un partito o a un’ideologia. Dispongono di strumenti che un normale cittadino non possiede: intercettazioni, informatori, intelligence classificata, cooperazione internazionale, accesso a enormi quantità di dati e la possibilità di presentare informazioni segrete che il pubblico non può verificare direttamente.
Quando strumenti simili vengono utilizzati male, il problema non è più soltanto chi sia il bersaglio. Il problema diventa il potere stesso dell’apparato.
Ed è proprio qui che il Russiagate merita di essere riletto senza gli slogan di entrambe le tifoserie.
IL DOSSIER STEELE E LA MACCHINA DEL SOSPETTO
Per anni una parte del dibattito pubblico ha fuso insieme due questioni profondamente diverse.
La prima era reale: la Russia tentò di interferire nelle elezioni americane del 2016.
La Commissione Intelligence del Senato, in un’indagine bipartisan, concluse che Mosca condusse operazioni informatiche e campagne di influenza durante quelle elezioni.
Ma da questo non discende automaticamente la seconda affermazione:
che Donald Trump o la sua campagna avessero organizzato quell’operazione insieme al governo russo.
L’indagine Mueller non stabilì infatti che membri della campagna Trump avessero cospirato o coordinato con il governo russo nelle sue attività di interferenza elettorale.
È una distinzione gigantesca.
Russia interferisce nelle elezioni: una cosa.
Trump cospira con la Russia: un’altra.
La seconda proposizione, nonostante anni di titoli, talk show, indiscrezioni e accuse, non fu dimostrata dall’indagine Mueller.
Ed è precisamente nello spazio fra queste due affermazioni che si sviluppò una delle più controverse operazioni investigative della storia politica americana recente.
CROSSFIRE HURRICANE
Nel 2016 l’FBI aprì l’indagine denominata Crossfire Hurricane sui possibili collegamenti fra persone associate alla campagna Trump e la Russia.
Anni dopo il procuratore speciale John Durham avrebbe descritto in termini durissimi il modo in cui l’inchiesta era stata avviata.
Secondo il rapporto Durham, l’FBI aprì rapidamente un’indagine completa partendo da informazioni non ancora adeguatamente analizzate e corroborate, senza effettuare preventivamente una serie di controlli che Durham considerava essenziali.
Il rapporto sottolinea inoltre che, al momento dell’apertura dell’inchiesta, l’FBI non disponeva nei propri archivi di informazioni che indicassero contatti fra membri della campagna Trump e funzionari dell’intelligence russa.
Questo non significa che fosse illegittimo investigare qualunque informazione relativa a una possibile interferenza straniera.
Significa qualcosa di diverso e politicamente molto più importante:
quando il bersaglio di un’indagine è una campagna presidenziale, la soglia di prudenza dovrebbe essere altissima.
Perché un errore dell’intelligence durante un’elezione non rimane confinato negli uffici dell’intelligence.
Può diventare politica.
Può diventare giornalismo.
Può diventare propaganda.
Può diventare percezione collettiva.
IL CASO CARTER PAGE: QUI NON SERVONO TEORIE
È soprattutto sulle autorizzazioni FISA relative a Carter Page che le ricostruzioni smettono di essere semplicemente materia di scontro politico.
Qui esiste un rapporto dell’Inspector General del Dipartimento di Giustizia.
E quello che documentò è pesantissimo.
L’Inspector General individuò 17 errori o omissioni significative nelle domande originali e nei successivi rinnovi per la sorveglianza FISA di Page.
Ancora più importante: secondo l’Inspector General, l’FBI non riuscì a corroborare le specifiche accuse sostanziali riguardanti Carter Page contenute nei rapporti Steele utilizzati nelle richieste FISA.
Alcune informazioni emerse durante l’indagine risultavano addirittura incompatibili con parti di quei rapporti.
Questo è il punto sul quale dovrebbe fermarsi qualsiasi democratico, repubblicano, progressista, conservatore o libertario:
un sistema di sorveglianza segreta aveva ricevuto informazioni problematiche mentre l’apparato investigativo continuava a operare su un terreno politicamente esplosivo.
Non serve chiamarlo “golpe”.
Non serve inventare una cospirazione mondiale.
I fatti documentati sono già abbastanza gravi.
QUANDO UN DOSSIER DIVENTA REALTÀ MEDIATICA
Ed è qui che nasce un secondo problema.
L’intelligence dispone di qualcosa che un normale attore politico non possiede: l’autorità del segreto.
Una frase come:
“secondo fonti d’intelligence”
possiede un’enorme forza narrativa.
Il cittadino non può vedere la fonte.
Non può interrogare l’informatore.
Non può controllare il documento classificato.
Non può verificare autonomamente il contesto.
Deve fidarsi.
Se poi frammenti di quelle informazioni entrano nel circuito mediatico attraverso fughe di notizie, briefing, dichiarazioni anonime e indiscrezioni, nasce una macchina difficilissima da fermare.
L’intelligence alimenta il giornalismo.
Il giornalismo amplifica il sospetto.
La politica cita il giornalismo.
L’apparato osserva il dibattito politico che esso stesso ha contribuito indirettamente a creare.
Ed ecco il cortocircuito.
Non occorre immaginare una stanza segreta dove dieci uomini decidono il destino del mondo.
Basta una struttura nella quale incentivi burocratici, convinzioni politiche, informazioni classificate, errori investigativi e amplificazione mediatica finiscano per rafforzarsi reciprocamente.
È persino più pericoloso, perché può funzionare senza un unico regista.
UNA RETE CHE SUPERA I CONFINI
Il problema contemporaneo, inoltre, non riguarda più intelligence puramente nazionali.
Le agenzie occidentali collaborano continuamente.
Condividono informazioni.
Collaborano sul terrorismo.
Sulla criminalità internazionale.
Sulla cybersecurity.
Sul controspionaggio.
Sulle interferenze straniere.
Ed è necessario che lo facciano.
Ma proprio questa cooperazione crea una questione democratica enorme:
chi controlla una rete di intelligence che attraversa le frontiere quando le informazioni prodotte da quella rete entrano nella politica interna di uno Stato?
Il rischio è quello di creare una sorta di sovranità informativa parallela.
I governi cambiano.
I presidenti cambiano.
I parlamenti cambiano.
Gli apparati rimangono.
E soprattutto rimangono le relazioni costruite durante decenni fra intelligence, diplomazie, apparati militari, contractor, centri di ricerca e strutture di sicurezza alleate.
Questo potere permanente necessita quindi di controlli ancora più forti, non più deboli.
“HANNO RUBATO LE ELEZIONI DEL 2020”?
Qui bisogna essere altrettanto netti.
Non esistono prove pubbliche sufficienti per affermare come fatto che l’intelligence americana abbia rubato le elezioni presidenziali del 2020.
L’Intelligence Community Assessment pubblicato nel marzo 2021 dichiarò di non avere indicazioni che attori stranieri avessero alterato gli aspetti tecnici del processo elettorale: registrazione degli elettori, voto, conteggio o comunicazione dei risultati.
Trasformare quindi questa accusa in un fatto accertato indebolirebbe proprio la critica agli apparati.
Perché permette di confondere ciò che è documentato con ciò che è soltanto sostenuto politicamente.
Ed è esattamente il metodo che si dovrebbe contestare all’intelligence politicizzata: trasformare un’ipotesi in una certezza prima di possedere le prove.
GLI ATTENTATI CONTRO TRUMP
Lo stesso principio vale per il tentato assassinio di Butler del 13 luglio 2024.
Trump fu realmente bersaglio di un tentativo di assassinio.
Su questo non esiste discussione.
Esistettero inoltre gravissime falle nella sicurezza.
Un rapporto del Senato concluse che problemi nella pianificazione, nelle comunicazioni, nella condivisione delle informazioni e nella sicurezza contribuirono alla possibilità per Thomas Matthew Crooks di compiere l’attacco.
Ma questo non equivale a dimostrare che l’intelligence americana abbia organizzato l’attentato.
L’FBI dichiarò di non avere trovato prove credibili di complici di Crooks nell’indagine resa pubblica nel 2024.
Le falle possono e devono essere investigate.
Le responsabilità possono e devono essere individuate.
Ma un fallimento della sicurezza non può automaticamente diventare la prova di una cospirazione dell’intelligence.
Altrimenti si sostituisce un dossier indimostrato con un altro dossier indimostrato.
IL VERO SCANDALO È ABBASTANZA GRANDE
Ed è proprio questo il punto.
Non abbiamo bisogno di aggiungere ciò che non sappiamo a quello che sappiamo.
Quello che sappiamo è già enorme.
Sappiamo che furono utilizzate procedure di sorveglianza FISA contenenti errori e omissioni significativi.
Sappiamo che materiale del dossier Steele utilizzato nelle richieste riguardanti Carter Page presentava accuse che l’FBI non riuscì a corroborare.
Sappiamo che Durham criticò duramente l’apertura e la conduzione di Crossfire Hurricane.
Sappiamo che l’indagine Mueller non stabilì una cospirazione fra la campagna Trump e il governo russo nell’interferenza elettorale.
Sappiamo contemporaneamente che la Russia cercò realmente di interferire nelle elezioni del 2016.
Queste cose possono essere vere tutte insieme.
Ed è proprio questa complessità che la propaganda odia.
IL NEMICO DI OGGI PUÒ DIVENTARE QUELLO DI DOMANI
Chi applaude quando l’apparato colpisce il politico che detesta dovrebbe ricordarsi una regola elementare del potere:
gli strumenti rimangono anche quando cambia il bersaglio.
Oggi Trump.
Domani un democratico.
Poi un giornalista.
Un movimento populista.
Un movimento pacifista.
Un imprenditore.
Un whistleblower.
Una protesta.
Un cittadino.
Il problema non dovrebbe essere stabilire se il bersaglio “meritasse” di essere investigato.
Il problema è stabilire quali limiti debbano esistere quando lo Stato dispone della capacità di sorvegliare segretamente un cittadino e, indirettamente, di influenzarne la reputazione pubblica.
Perché una democrazia nella quale l’intelligence può diventare protagonista della politica contiene una contraddizione fondamentale:
chi dovrebbe operare nell’ombra finisce per possedere un potere enorme sulla luce.
L’INTELLIGENCE NON DEVE SCEGLIERE IL PRESIDENTE
Una comunità d’intelligence è indispensabile a uno Stato moderno.
Deve scoprire spie.
Prevenire attentati.
Contrastare sabotaggi.
Difendere infrastrutture.
Individuare operazioni straniere.
Proteggere la popolazione.
Ma proprio perché dispone di strumenti eccezionali deve essere sottoposta a limiti eccezionali.
L’intelligence non deve scegliere chi sia politicamente accettabile.
Non deve trasformare supposizioni in verdetti.
Non deve utilizzare la classificazione come scudo contro il controllo democratico.
Non deve permettere che materiale non corroborato acquisisca autorità semplicemente perché proviene dal mondo dei servizi.
E soprattutto non può esistere una zona nella quale intelligence, politica e informazione diventino indistinguibili.
Perché quando accade, il primo danneggiato non è Donald Trump.
È il cittadino.
IL PREZZO LO PAGA LA POPOLAZIONE
Ogni volta che un apparato pubblico perde credibilità, la società paga due volte.
La prima quando l’apparato abusa del proprio potere.
La seconda quando, dopo quegli abusi, i cittadini smettono di credere all’apparato persino quando dice la verità.
Ed è forse questo il danno più devastante lasciato dall’intera vicenda.
Se FBI e intelligence vengono percepite come fazioni politiche, persino una futura denuncia autentica di spionaggio straniero verrà interpretata da milioni di persone come propaganda.
Quando un servizio d’intelligence brucia la propria credibilità per entrare nella battaglia politica, distrugge uno degli strumenti necessari alla sicurezza dello Stato.
Per questo la questione supera Trump.
Non si tratta di sostituire un “deep state democratico” con un “deep state repubblicano”.
Non serve conquistare l’apparato.
Serve impedire all’apparato di diventare un potere politico autonomo.
La sicurezza nazionale deve servire la Costituzione, non una fazione.
Le informazioni segrete devono servire a proteggere la popolazione, non a governarne la percezione.
E chi possiede il potere di sorvegliare gli altri deve essere, più di chiunque altro, sottoposto a sorveglianza democratica.
Altrimenti rimane una domanda terribilmente semplice:
se chi controlla l’informazione segreta può investigare il potere politico, influenzare ciò che arriva ai media e operare dietro il muro della classificazione, chi controlla davvero i controllori?
FONTI E DOCUMENTI
U.S. Department of Justice – Rapporto Durham, Report on Matters Related to Intelligence Activities and Investigations Arising Out of the 2016 Presidential Campaigns
Rapporto integrale Durham
U.S. Department of Justice, Office of Inspector General – Review of Four FISA Applications and Other Aspects of the FBI’s Crossfire Hurricane Investigation
Rapporto Inspector General sulle richieste FISA e Crossfire Hurricane
U.S. Department of Justice – Special Counsel Robert Mueller, indagine sull’interferenza russa nelle elezioni 2016
Archivio ufficiale dell’indagine Mueller
Senate Select Committee on Intelligence – Russian Active Measures Campaigns and Interference in the 2016 U.S. Election
Rapporto bipartisan del Senato sull’interferenza russa
Senate Intelligence Committee – revisione dell’Intelligence Community Assessment del 2017
Conclusioni della Commissione Intelligence del Senato
Office of the Director of National Intelligence – Foreign Threats to the 2020 U.S. Federal Elections
Intelligence Community Assessment sulle elezioni 2020
FBI – indagine sul tentato assassinio di Donald Trump a Butler
Aggiornamento ufficiale FBI sull’attentato di Butler
U.S. Senate – indagine sul tentato assassinio e sulle falle nella sicurezza a Butler
Rapporto del Senato sulle falle di sicurezza di Butler
ODNI – documenti declassificati e posizione dell’amministrazione Trump sulla gestione dell’intelligence relativa al 2016
Documenti e comunicato ODNI del 18 luglio 2025
DOJ/CIA – documentazione Durham successivamente declassificata e trasmessa al Senato
Documenti Durham declassificati nel 2025

