Gli Emirati Arabi Uniti avvertono l’Europa: «Non sottovalutate la Fratellanza Musulmana»

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Abu Dhabi considera l’islamismo politico una minaccia alla stabilità. Dalle istituzioni europee alle università britanniche, il confronto solleva una domanda scomoda: l’Europa sta reagendo con sufficiente chiarezza?

Gli Emirati Arabi Uniti non rappresentano il modello della democrazia liberale occidentale e il loro sistema politico presenta profonde differenze rispetto agli standard europei in materia di pluralismo, libertà politica e diritti civili. Proprio per questo assume particolare rilievo il messaggio che da anni arriva da Abu Dhabi: non confondere l’Islam come religione con l’islamismo come progetto politico.

Per la leadership emiratina, la Fratellanza Musulmana non costituisce semplicemente un movimento religioso conservatore, ma una struttura politico-ideologica capace di operare nel lungo periodo attraverso associazioni, organizzazioni culturali e religiose, reti educative e attività di lobbying.

Una posizione che gli Emirati hanno trasformato in politica di Stato, arrivando a inserire la Fratellanza Musulmana nella propria lista delle organizzazioni terroristiche.

L’avvertimento rivolto all’Europa

Nel giugno 2026 il tema è arrivato direttamente nelle istituzioni europee.

L’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti presso l’Unione Europea, Mohammed Ismail Al Sahlawi, è intervenuto nell’ambito di una conferenza dedicata alla Fratellanza Musulmana e alla sua presenza nel continente, promossa presso il Parlamento Europeo con il coinvolgimento dell’area dei Conservatori e Riformisti Europei.

Il messaggio emiratino è stato netto: l’Europa dovrebbe prestare maggiore attenzione alle organizzazioni e alle reti riconducibili all’islamismo politico e studiarne non soltanto le manifestazioni apertamente estremiste, ma anche le strategie istituzionali, culturali e associative.

È proprio questo il punto centrale della posizione di Abu Dhabi.

La minaccia, secondo questa lettura, non sarebbe rappresentata esclusivamente dal terrorismo jihadista. Esisterebbe anche un livello differente: quello di organizzazioni che operano legalmente all’interno delle società occidentali, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dalle democrazie liberali per aumentare progressivamente la propria influenza politica e culturale.

Questo non significa, naturalmente, che ogni organizzazione musulmana europea sia riconducibile alla Fratellanza né che l’attività religiosa islamica debba essere considerata sospetta.

Significa invece sostenere la necessità di verificare finanziamenti, collegamenti organizzativi, leadership, obiettivi politici e rapporti internazionali delle singole strutture.

Una distinzione fondamentale se si vuole affrontare il problema senza trasformarlo in una generalizzazione contro milioni di musulmani europei.

Il caso delle università britanniche

La posizione emiratina è diventata ancora più significativa quando Abu Dhabi ha modificato la propria politica relativa alle borse di studio per il Regno Unito.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità emiratine hanno escluso le università britanniche da un elenco di istituzioni straniere ammesse nell’ambito di determinati programmi pubblici di finanziamento degli studi.

Dietro la decisione sarebbe presente anche la preoccupazione emiratina per il rischio di radicalizzazione e per l’influenza dell’islamismo politico all’interno di alcuni ambienti universitari britannici.

Il paradosso politico è evidente.

Uno Stato arabo e musulmano manifesta preoccupazione per la possibilità che propri cittadini possano entrare in contatto con ambienti islamisti studiando in Occidente.

Non è una prova che le università britanniche siano nel loro complesso centri di radicalizzazione, e sarebbe scorretto presentarle in questo modo. È però un segnale politico importante della distanza ormai esistente tra la percezione della minaccia ad Abu Dhabi e quella prevalente in numerose istituzioni occidentali.

Islam e islamismo: la distinzione che l’Europa deve saper fare

Il punto più importante dell’intera questione riguarda il linguaggio.

Islam e islamismo non sono sinonimi.

L’Islam è una religione praticata da circa due miliardi di persone, con tradizioni, interpretazioni, scuole giuridiche e culture estremamente differenti.

L’islamismo, invece, indica un insieme di movimenti politici che attribuiscono alla religione una funzione direttamente politica e istituzionale e che possono perseguire modelli sociali e giuridici profondamente differenti da quelli delle democrazie liberali.

All’interno dello stesso islamismo esistono inoltre organizzazioni, strategie e livelli di radicalità molto diversi.

Confondere automaticamente musulmani e islamisti sarebbe quindi tanto sbagliato quanto rifiutarsi di analizzare l’esistenza dell’islamismo politico per timore di apparire ostili all’Islam.

È precisamente su questa ambiguità che si concentra l’avvertimento emiratino.

La strategia della penetrazione graduale

Secondo la lettura sostenuta dagli Emirati e da numerosi critici della Fratellanza, l’influenza politica non avrebbe necessariamente bisogno di manifestarsi attraverso la violenza.

Può svilupparsi attraverso associazioni culturali, organizzazioni studentesche, enti caritatevoli, strutture religiose, organismi rappresentativi e gruppi di pressione.

Il problema, quindi, non sarebbe l’esistenza di associazioni musulmane — pienamente legittima in una società libera — ma l’eventuale presenza di strutture che utilizzino queste attività come strumenti di un progetto politico incompatibile con principi costituzionali quali libertà individuale, uguaglianza davanti alla legge, libertà religiosa, parità tra uomini e donne e separazione tra autorità religiosa e potere dello Stato.

La risposta democratica non può però essere basata sul sospetto collettivo.

Deve fondarsi sulla trasparenza.

Chi finanzia un’organizzazione? Quali sono i suoi collegamenti internazionali? Quali idee promuovono i suoi dirigenti? Esistono legami strutturali con organizzazioni straniere? Vengono sostenute apertamente le istituzioni democratiche oppure viene utilizzato il loro linguaggio soltanto strumentalmente?

Sono queste le domande che un sistema democratico può legittimamente porre.

Il precedente britannico del 2015

La discussione non nasce nel 2026.

Nel 2014 il governo britannico commissionò una revisione sulla Fratellanza Musulmana guidata dall’ex ambasciatore britannico in Arabia Saudita Sir John Jenkins.

Le conclusioni furono pubblicate nel dicembre 2015.

La review non portò alla designazione generalizzata della Fratellanza come organizzazione terroristica nel Regno Unito, ma sollevò questioni rilevanti sulla sua ideologia, sui rapporti con organizzazioni collegate e sull’atteggiamento verso la violenza adottato in differenti contesti.

L’allora primo ministro David Cameron dichiarò inoltre che alcuni aspetti dell’ideologia e delle attività della Fratellanza erano contrari ai valori britannici e agli interessi nazionali del Paese.

Il caso Jenkins è importante proprio perché mostra quanto sia complesso il fenomeno.

Non esiste necessariamente una struttura europea facilmente identificabile attraverso un’unica organizzazione gerarchica. Esistono invece associazioni, personalità, ambienti e reti sulle quali le autorità dei singoli Stati hanno espresso valutazioni differenti.

Il modello scelto dagli Emirati

Abu Dhabi contrappone all’islamismo politico una propria interpretazione della modernizzazione del mondo arabo.

Gli Emirati hanno investito nella partecipazione femminile alle istituzioni e creato organismi come l’UAE Gender Balance Council, destinato a promuovere una maggiore presenza delle donne nei processi decisionali e nelle posizioni di leadership.

Parallelamente hanno costruito ad Abu Dhabi l’Abrahamic Family House, complesso che comprende una moschea, una chiesa e una sinagoga.

Il messaggio politico è evidente: presentare gli Emirati come un modello musulmano capace di coniugare identità religiosa, sviluppo economico, modernizzazione e convivenza interreligiosa senza affidare il potere all’islamismo organizzato.

Questo modello non deve tuttavia essere idealizzato.

Gli Emirati rimangono una monarchia federale con limitazioni delle libertà politiche che sarebbero incompatibili con il sistema democratico europeo. Prendere sul serio il loro allarme sulla Fratellanza non significa quindi assumere il sistema politico emiratino come modello per l’Europa.

L’avvertimento del 2017

La posizione di Abu Dhabi non è nuova.

Già nel 2017 il ministro degli Esteri emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan pronunciò parole destinate a diventare molto citate nel dibattito sull’estremismo in Europa.

Il senso dell’intervento era chiaro: l’Europa rischiava di pagare in futuro il prezzo dell’incapacità di riconoscere e contrastare adeguatamente l’estremismo presente al proprio interno.

Quasi dieci anni dopo, gli Emirati continuano sostanzialmente a sostenere la stessa tesi.

Francia e Austria hanno già cambiato approccio

Sarebbe tuttavia inesatto descrivere l’intera Europa come completamente immobile.

Negli ultimi anni diversi governi hanno rafforzato il controllo sui finanziamenti stranieri destinati alle organizzazioni religiose, sulla formazione degli imam e sulle associazioni sospettate di promuovere ideologie estremiste.

Francia e Austria rappresentano due dei casi più significativi.

La questione decisiva rimane però la capacità di distinguere la libertà religiosa — che una democrazia deve proteggere — dall’attività di organizzazioni che potrebbero utilizzare la religione come strumento di mobilitazione politica.

Il vero problema europeo

Il dibattito non dovrebbe essere ridotto all’alternativa semplicistica tra accoglienza indiscriminata e ostilità verso l’Islam.

La questione è molto più concreta.

Una democrazia può difendere la libertà religiosa e contemporaneamente difendersi da movimenti politici che intendano utilizzare quella stessa libertà per costruire sistemi incompatibili con i suoi principi?

La risposta dovrebbe essere sì.

Ma richiede strumenti che l’Europa ha utilizzato finora in maniera disomogenea: trasparenza dei finanziamenti, controllo delle interferenze straniere, verifica delle organizzazioni beneficiarie di fondi pubblici, intelligence finanziaria e soprattutto capacità politica di distinguere tra fede religiosa e progetto ideologico.

L’avvertimento proveniente dagli Emirati è quindi particolarmente significativo proprio perché arriva da un Paese musulmano.

Quando Abu Dhabi sostiene che l’Europa dovrebbe osservare con maggiore attenzione l’islamismo politico, liquidare automaticamente la questione come ostilità verso i musulmani significa evitare il problema invece di affrontarlo.

La libertà religiosa deve essere tutelata.

La presenza dei cittadini musulmani nelle società europee non può essere trasformata in una presunzione di radicalismo.

Ma allo stesso tempo nessuna organizzazione politica o religiosa dovrebbe essere sottratta al controllo democratico soltanto perché qualsiasi critica nei suoi confronti rischia di essere interpretata come discriminazione.

È su questa linea sottile che si gioca una delle sfide più delicate dell’Europa contemporanea: essere sufficientemente aperta da proteggere la libertà e sufficientemente consapevole da impedire che quella libertà venga utilizzata contro le fondamenta stesse della società aperta.

Fonti e approfondimenti

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