Tra dispositivi multipli, criptovalute e reti politico-militanti, il caso El Koudri continua a sollevare interrogativi
Modena, 16 maggio 2026. Un’auto lanciata sul marciapiede di via Emilia Centro. Otto feriti. Due donne mutilate alle gambe. Una città sconvolta.
Il responsabile indicato dagli investigatori è Salim El Koudri, 31 anni, italiano di origini marocchine. La narrativa che ha rapidamente iniziato a circolare è quella ormai familiare: soggetto fragile, problematiche psichiatriche pregresse, isolamento sociale, disoccupazione.
Ma ciò che emerge dalle perquisizioni effettuate nell’appartamento di Ravarino rende questa ricostruzione molto meno lineare di quanto si voglia far credere.
Secondo quanto trapelato, gli investigatori avrebbero sequestrato:
- 5 telefoni cellulari
- 4 computer
- 2 hard disk
- 2 chiavette USB
- 1 tablet
- 1 PlayStation
- oltre 100 fogli manoscritti
- agende e block notes
- un foglio contenente password riconducibili a criptovalute
Non esattamente il profilo minimale del classico “emarginato senza mezzi”.
E soprattutto: non il tipo di materiale che normalmente passa inosservato agli apparati investigativi, tanto che nelle operazioni sono stati coinvolti Digos, Squadra Mobile e Antiterrorismo.
Le analisi forensi sui dispositivi, però, non sono state rese pubbliche.
Ed è qui che iniziano le domande vere.
Un arsenale tecnologico incompatibile con la narrativa del marginale assoluto
Chiunque abbia esperienza minima nel campo dell’informatica investigativa sa che la moltiplicazione dei dispositivi raramente è casuale.
Più telefoni possono significare:
- identità differenti;
- comunicazioni separate;
- compartimentazione delle attività;
- utilizzo di account multipli;
- gestione di reti diverse.
Lo stesso vale per computer e supporti esterni.
Naturalmente, possedere molti dispositivi non è un reato. Né implica automaticamente attività terroristiche o criminali.
Ma è impossibile ignorare una contraddizione evidente:
come può un disoccupato sostenere economicamente una simile dotazione tecnologica?
Anche ipotizzando acquisti usati o accumulati nel tempo, il quadro rimane anomalo rispetto alla rappresentazione mediatica dell’individuo totalmente isolato e privo di risorse.
E infatti l’Antiterrorismo non viene coinvolto per semplici episodi di disagio personale.
Il dettaglio più inquietante: le password per criptovalute
Tra tutti gli elementi emersi, uno appare particolarmente delicato: il riferimento a password legate a criptovalute.
Le criptovalute non sono illegali. Milioni di persone le utilizzano ogni giorno.
Ma negli ultimi anni sono diventate oggetto di monitoraggio costante da parte delle agenzie investigative internazionali nei casi di:
- finanziamenti opachi;
- reti transnazionali;
- radicalizzazione online;
- trasferimenti non tracciabili;
- circuiti di supporto informale.
Le domande inevitabili sono molte:
- quei wallet contenevano fondi?
- chi li alimentava?
- esistevano movimenti verso l’estero?
- erano presenti sistemi di anonimizzazione?
- vi erano connessioni con piattaforme criptate?
Per ora, silenzio totale.
Ed è proprio il silenzio a generare il sospetto che il quadro reale possa essere più complesso di quello presentato pubblicamente.
I cento fogli manoscritti: appunti personali o materiale ideologico?
Oltre cento fogli manoscritti.
Non pochi appunti sparsi, ma un corpus consistente di materiale cartaceo.
Cosa contengono?
- riflessioni personali?
- deliri?
- schemi?
- cronologie?
- riferimenti religiosi?
- materiale politico?
- contatti?
- istruzioni operative?
Se si trattasse esclusivamente di materiale riconducibile a disagio psichiatrico individuale, comunicarlo sinteticamente sarebbe relativamente semplice.
Il fatto che nulla venga divulgato mantiene invece aperta ogni possibilità interpretativa.
Ed è proprio qui che il caso smette di essere semplice cronaca nera.
La scelta dell’avvocato e il peso delle reti politico-attivistiche
La famiglia ha scelto come difensore Fausto Gianelli.
Una scelta ovviamente legittima. Ogni cittadino ha diritto alla migliore difesa possibile.
Ma il profilo pubblico dell’avvocato è politicamente significativo.
Fausto Gianelli è noto per:
- il ruolo nei Giuristi Democratici;
- la partecipazione a circuiti vicini al movimento BDS Movement;
- la difesa di attivisti pro-Palestina;
- la presenza in iniziative pubbliche contro le politiche israeliane.
Ha partecipato a eventi insieme a figure come Stefania Ascari e Flavio Rossi Albertini, in contesti di forte mobilitazione politica sul tema palestinese.
Tutto questo non implica alcun coinvolgimento dell’avvocato nei fatti contestati a El Koudri.
Ma pone una domanda inevitabile:
perché la famiglia di un presunto soggetto isolato e disorganizzato sceglie immediatamente un legale così profondamente inserito nei circuiti del movimentismo pro-Palestina italiano?
Una domanda politica. Non un’accusa.
Il “nodo modenese”
Negli ultimi anni Modena è diventata uno dei punti più attivi del movimentismo filo-palestinese in Italia.
Manifestazioni, assemblee universitarie, eventi culturali, campagne BDS e reti associative hanno costruito un ambiente politico molto compatto.
In questo contesto emergono collegamenti pubblici tra:
- avvocati;
- attivisti;
- giornalisti militanti;
- collettivi;
- associazioni;
- ambienti della sinistra radicale.
Tra i nomi ricorrenti compare anche Linda Maggiori, impegnata da anni sui temi della Palestina, del traffico di armi e dell’ambientalismo.
La collaborazione pubblica tra Gianelli e Maggiori in eventi e iniziative è documentata.
Anche qui serve chiarezza:
sostenere la causa palestinese non equivale automaticamente a sostenere il terrorismo.
Ma quando un’indagine coinvolge l’Antiterrorismo, il tema delle reti relazionali e ideologiche diventa inevitabilmente oggetto di attenzione.
La narrativa del “lupo solitario” convince davvero?
Negli ultimi anni moltissimi episodi controversi sono stati rapidamente incasellati in categorie rassicuranti:
- disagio psichico;
- isolamento sociale;
- radicalizzazione individuale;
- gesto impulsivo;
- lupo solitario.
Categorie spesso corrette.
Ma talvolta utilizzate anche come scorciatoie narrative per evitare analisi più profonde.
Nel caso di Modena resta un elemento difficilmente ignorabile:
se davvero tutto fosse riconducibile esclusivamente a un crollo psicologico individuale, perché il coinvolgimento immediato dell’Antiterrorismo?
E soprattutto:
perché nessun dettaglio delle analisi forensi viene divulgato?
Le domande ancora senza risposta
Finché i risultati delle indagini non verranno chiariti pubblicamente, resteranno aperti interrogativi fondamentali:
- Cosa contenevano realmente i dispositivi sequestrati?
- I wallet crypto erano operativi?
- Esistevano contatti internazionali?
- Vi erano comunicazioni criptate?
- Qual era il contenuto dei manoscritti?
- Chi finanziava realmente l’indagato?
- Quali ambienti frequentava?
- La pista terroristica è stata davvero esclusa oppure soltanto sospesa?
- La narrativa psichiatrica spiega tutto oppure solo una parte della vicenda?
Conclusione
Le autorità potrebbero avere ragione.
Potrebbe davvero trattarsi esclusivamente del gesto devastante di un uomo instabile.
Ma in una democrazia, fare domande non dovrebbe essere considerato estremismo.
Quando emergono:
- dispositivi multipli,
- criptovalute,
- grandi quantità di appunti,
- intervento dell’Antiterrorismo,
- reti politico-attivistiche consolidate,
pretendere trasparenza significa semplicemente chiedere che la verità venga chiarita fino in fondo.
Perché il rischio più grande, in casi come questo, non è soltanto l’errore investigativo.
È la riduzione della complessità a slogan mediatico.

