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La controinformazione italiana e l’ipocrisia del “tecno-fascismo”: ossessionati dall’America, ciechi davanti al tecnocontrollo cinese

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C’è qualcosa di profondamente grottesco nella controinformazione italiana contemporanea.

Ogni giorno decine di canali Telegram, pseudo-giornalisti indipendenti, influencer geopolitici improvvisati e opinionisti “anti-sistema” urlano contro il presunto “tecno-fascismo americano”.

Denunciano:

  • il controllo digitale;
  • le Big Tech;
  • la censura online;
  • l’intelligenza artificiale;
  • il capitalismo globale;
  • la sorveglianza tecnologica.

E fin qui, nulla di strano.

Il problema nasce quando gli stessi soggetti, improvvisamente, diventano ciechi, muti e selettivamente smemorati davanti al più avanzato laboratorio di autoritarismo tecnocratico esistente oggi sul pianeta:

la Cina di Xi Jinping.


Il “tecno-fascismo” esiste davvero. Ma molti guardano dalla parte sbagliata.

Se davvero si vuole parlare seriamente di tecno-autoritarismo, allora bisogna guardare alla Cina.

Lì esistono:

  • sorveglianza biometrica di massa;
  • riconoscimento facciale capillare;
  • credito sociale;
  • censura algoritmica;
  • controllo totale di internet;
  • monitoraggio comportamentale;
  • repressione del dissenso;
  • controllo statale delle piattaforme digitali;
  • subordinazione delle religioni al Partito.

Non è teoria.
Non è complottismo.
È realtà documentata.

Eppure una larga fetta della controinformazione italiana preferisce concentrare tutta la propria ossessione sugli Stati Uniti, descritti come il male assoluto, mentre minimizza, giustifica o addirittura elogia il modello cinese.

Perché?


Perché molti non combattono il totalitarismo: combattono l’Occidente

La risposta è semplice e scomoda.

Per molti ambienti della controinformazione italiana, il problema non è il controllo.

Il problema è chi controlla.

Se il potere è americano, liberale o occidentale, allora diventa automaticamente “fascismo”.

Se invece il controllo arriva dalla Cina comunista, improvvisamente diventa:

  • multipolarismo,
  • alternativa al globalismo,
  • resistenza anti-occidentale,
  • nuovo ordine equilibrato.

È una distorsione ideologica gigantesca.

Molti di questi ambienti sono ancora culturalmente intrappolati in vecchi riflessi marxisti e leninisti:

  • antiamericanismo automatico;
  • romanticizzazione dei regimi anti-occidentali;
  • odio strutturale verso il liberalismo occidentale;
  • fascinazione per il potere centralizzato.

Ed è qui che avviene il cortocircuito.


Gli “anti-sistema” che adorano il sistema più controllato del pianeta

La scena è quasi comica.

Persone che passano le giornate a parlare di:

  • libertà,
  • risveglio,
  • lotta contro il controllo globale,
  • ribellione al sistema…

…e poi esaltano la Cina.

Cioè:
il Paese con il più sofisticato sistema di controllo digitale della storia moderna.

Una nazione dove:

  • i social vengono censurati;
  • gli oppositori spariscono;
  • le piattaforme collaborano col Partito;
  • il dissenso viene monitorato;
  • la sorveglianza è permanente;
  • l’obbedienza sociale è incentivata digitalmente.

Ma tutto questo viene ignorato.

Perché?

Perché nella mente ideologica di molti controinformatori italiani esiste ancora una divisione infantile del mondo:
America = capitalismo cattivo
Cina = anti-imperialismo buono

Anche quando la realtà dimostra esattamente il contrario.


La Cina non combatte il globalismo. Ne è una colonna portante.

Uno degli aspetti più assurdi della narrativa filo-cinese è questa convinzione che Pechino rappresenti un’alternativa al globalismo.

Ma alternativa a cosa?

La Cina:

  • produce per il mondo;
  • domina filiere globali;
  • investe nei porti internazionali;
  • espande infrastrutture strategiche;
  • partecipa alla governance economica mondiale;
  • collabora con multinazionali e finanza globale.

Non sta distruggendo il globalismo.

Sta cercando di guidarlo.

E infatti molti elementi del modello cinese coincidono perfettamente con le logiche promosse da ambienti tecnocratici internazionali:

  • smart cities;
  • identità digitale;
  • tracciamento dei cittadini;
  • gestione algoritmica della società;
  • integrazione totale tra Stato e tecnologia.

Ma questi dettagli vengono sistematicamente ignorati dalla controinformazione ideologizzata.


Il nuovo dogma: antiamericano a prescindere

La verità è che una parte della controinformazione italiana non fa più informazione.

Fa tifo geopolitico.

Non analizza il potere:
sceglie quale potere sostenere.

E il criterio principale è quasi sempre uno:
essere contro l’Occidente.

Così si arriva all’assurdo:

  • denunciare la censura americana usando piattaforme occidentali;
  • criticare il capitalismo mentre si difende il più potente capitalismo di Stato del pianeta;
  • parlare di libertà sostenendo sistemi ultra-centralizzati;
  • attaccare il “tecno-fascismo” ignorando il tecnocontrollo cinese.

È una gigantesca operazione di autoinganno ideologico.


Il vero pericolo: la fusione tra tecnologia, ideologia e controllo

Il punto più grave, però, è un altro.

Molti controinformatori italiani non si accorgono che il modello cinese rappresenta probabilmente il prototipo del futuro sistema di controllo globale:

  • tecnocratico;
  • algoritmico;
  • digitalizzato;
  • centralizzato;
  • permanentemente monitorato.

Un sistema dove:
la libertà diventa concessione,
il dissenso diventa anomalia,
la tecnologia diventa strumento politico.

Ed è paradossale vedere persone che si definiscono “contro il sistema” lavorare culturalmente per normalizzare proprio quel modello.


La controinformazione che finisce per fare propaganda

Alla fine il risultato è chiaro.

Una parte della controinformazione italiana, ossessionata dall’antiamericanismo ideologico, ha smesso di distinguere tra critica del potere e propaganda geopolitica.

E così, mentre urla al “tecno-fascismo” occidentale, contribuisce inconsapevolmente a legittimare il più avanzato esperimento di tecnocontrollo autoritario esistente oggi.

Convinti di combattere il sistema.

Mentre ne promuovono una versione ancora più invasiva.


Fonti e approfondimenti

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