Da Boris Giuliano a Falcone e Borsellino: una storia di coraggio, isolamento e memoria selettiva
Boris Giuliano, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: tre uomini simbolo della lotta alla mafia, uniti da una stessa battaglia e da un destino tragico.
Ogni anno, quando arrivano le ricorrenze delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’Italia si ferma.
Le televisioni mandano in onda documentari.
I politici rilasciano dichiarazioni solenni.
Le scuole organizzano incontri.
I social network si riempiono di fotografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Per qualche giorno sembra che l’intero Paese ricordi davvero.
Poi tutto torna come prima.
Le commemorazioni finiscono.
I riflettori si spengono.
E il sacrificio di uomini straordinari viene lentamente archiviato fino all’anniversario successivo.
Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante.
Se Falcone e Borsellino vengono almeno ricordati nelle celebrazioni ufficiali, Boris Giuliano è stato quasi cancellato dalla memoria collettiva nazionale.
Eppure senza Boris Giuliano probabilmente non ci sarebbero stati né il metodo Falcone, né il Maxiprocesso, né la moderna lotta investigativa contro Cosa Nostra.
Il poliziotto che capì la mafia prima di tutti
Negli anni Settanta la mafia veniva ancora raccontata come una realtà folkloristica.
Un fenomeno locale.
Un problema di criminalità comune.
Molti osservatori continuavano a immaginare Cosa Nostra come una struttura composta da pastori, campieri e uomini d’onore legati a logiche arcaiche.
Boris Giuliano aveva capito che quella descrizione era ormai superata.
Aveva compreso che la mafia stava diventando qualcosa di completamente diverso.
Una multinazionale del crimine.
Una struttura economica globale.
Un’organizzazione capace di muovere miliardi attraverso il traffico internazionale di droga.
Mentre molti cercavano i killer, Giuliano seguiva i flussi finanziari.
Mentre altri osservavano le lupare, lui studiava i conti correnti.
Capì che il denaro era la vera chiave per comprendere il potere mafioso.
L’uomo che insegnò a seguire i soldi
Oggi tutti associano la frase “Follow the Money” a Giovanni Falcone.
Ma le origini di quella strategia affondano proprio nel lavoro di Boris Giuliano.
Fu lui uno dei primi investigatori italiani a comprendere che per colpire Cosa Nostra non bastava arrestare gli esecutori materiali.
Bisognava ricostruire i percorsi del denaro.
Seguire i trasferimenti bancari.
Analizzare i rapporti economici.
Comprendere il riciclaggio internazionale.
Seguire le connessioni con gli Stati Uniti.
Individuare i legami tra mafia, finanza e traffico di stupefacenti.
Una visione che anticipava di decenni le moderne indagini patrimoniali.
Lo Stato che arriva sempre dopo
La domanda che ancora oggi dovrebbe far riflettere è semplice:
Perché uomini come Boris Giuliano furono lasciati quasi soli?
Perché servono sempre decenni prima che il valore di certi servitori dello Stato venga pienamente riconosciuto?
La storia italiana sembra seguire uno schema ricorrente.
Prima l’isolamento.
Poi le polemiche.
Poi l’assassinio.
Infine la celebrazione.
L’assassinio di Boris Giuliano
Il 21 luglio 1979 Boris Giuliano entra nel Bar Lux di Palermo.
Sta per prendere un caffè.
Alle sue spalle arriva Leoluca Bagarella.
Uno dei killer più feroci della storia mafiosa.
Gli spara diversi colpi.
Lo uccide sul posto.
Con lui la mafia elimina uno degli investigatori più pericolosi per i propri interessi economici.
Falcone raccoglie il testimone
Dopo la morte di Giuliano, il suo lavoro non scompare.
Le sue intuizioni vengono raccolte da Giovanni Falcone.
Falcone comprende immediatamente che la mafia deve essere combattuta come un sistema economico.
Non soltanto come un’organizzazione criminale.
Nascono così le grandi indagini patrimoniali.
Le rogatorie internazionali.
La collaborazione con FBI e DEA.
La ricostruzione dei traffici di eroina.
Il Maxiprocesso.
Anche Falcone fu lasciato solo
Uno degli aspetti più scomodi della storia italiana riguarda il trattamento riservato a Giovanni Falcone mentre era ancora vivo.
Oggi viene celebrato come un simbolo nazionale.
Ma negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta fu spesso oggetto di critiche, polemiche e attacchi.
Molti dimenticano che Falcone fu contestato.
Ostacolato.
Accusato di protagonismo.
Guardato con sospetto da parte dello stesso ambiente giudiziario.
Paolo Borsellino e i 57 giorni che cambiarono l’Italia
Dopo Capaci, Paolo Borsellino sa perfettamente di essere il prossimo bersaglio.
Lo dice.
Lo lascia intendere.
Lo percepisce.
Cinquantasette giorni dopo l’assassinio di Falcone, la mafia colpisce nuovamente.
Via D’Amelio.
19 luglio 1992.
Un’autobomba distrugge una parte della città.
Muore Paolo Borsellino.
Muoiono gli agenti della sua scorta.
La memoria che si sta sbiadendo
Il problema oggi non è soltanto ricordare.
È capire.
Le nuove generazioni conoscono Falcone e Borsellino soprattutto come simboli.
Spesso ignorano la profondità del loro lavoro.
Ancora meno conoscono Boris Giuliano.
Nelle scuole si parla poco delle sue indagini.
Nei media il suo nome compare raramente.
Nell’immaginario collettivo è quasi scomparso.
Una nazione che rischia di dimenticare
Quando la memoria diventa soltanto rituale, perde la sua funzione.
Le fotografie sostituiscono lo studio.
Le celebrazioni sostituiscono l’approfondimento.
Le ricorrenze sostituiscono la conoscenza.
Così il rischio non è soltanto dimenticare Boris Giuliano.
È dimenticare il significato stesso della battaglia che lui, Falcone e Borsellino hanno combattuto.
Conclusione
La mafia ha assassinato Boris Giuliano il 21 luglio 1979.
Ha assassinato Giovanni Falcone il 23 maggio 1992.
Ha assassinato Paolo Borsellino il 19 luglio 1992.
Tre uomini diversi.
Tre percorsi diversi.
Un’unica battaglia.
Oggi il rischio non è soltanto che vengano dimenticati.
Il rischio è che vengano ricordati male.
Trasformati in icone vuote.
In immagini da anniversario.
In simboli privati della loro forza rivoluzionaria.
Perché la vera eredità di Boris Giuliano, Falcone e Borsellino non consiste nelle targhe, nelle piazze o nelle commemorazioni.
Consiste nella loro lezione più importante:
seguire il denaro, comprendere il potere e non accettare mai l’indifferenza come normalità.
