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Trump “tiranno” e Xi “statista”: l’ipocrisia grottesca dell’Occidente mediatico

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Viviamo in un’epoca politica schizofrenica, dove la propaganda mediatica ha raggiunto livelli tali da ribaltare completamente il significato delle parole.

Da anni una parte dell’establishment occidentale descrive Donald Trump come un “dittatore”, un “fascista”, un “autoritario”, un uomo “pericoloso per la democrazia”, un narcisista fuori controllo, un leader “totalitario”.

Eppure gli stessi ambienti politici, economici, accademici e mediatici che demonizzano Trump fino all’isteria mostrano spesso indulgenza, prudenza diplomatica o addirittura aperta ammirazione verso Xi Jinping, cioè il leader della più avanzata tecnocrazia autoritaria del pianeta.

Ed è qui che la narrazione collassa completamente.

Perché si può criticare Trump. Certamente.
Ma equipararlo a Xi Jinping significa distruggere ogni residuo di onestà intellettuale.


Trump: leader divisivo dentro una democrazia ancora pluralista

Trump è stato aggressivo verbalmente.
Polarizzante.
Egoico.
Spesso provocatorio.
Talvolta caotico.

Ma durante la sua presidenza negli Stati Uniti:

  • i giornali lo attaccavano quotidianamente;
  • le televisioni lo insultavano apertamente;
  • i social pullulavano di satire contro di lui;
  • i tribunali bloccavano suoi decreti;
  • l’opposizione protestava liberamente nelle piazze;
  • le elezioni si sono svolte regolarmente;
  • il potere giudiziario è rimasto indipendente.

Nessun giornalista è sparito nei campi di rieducazione.
Nessun partito di opposizione è stato abolito.
Nessuna Bibbia è stata riscritta per glorificare Trump.
Nessun sistema di credito sociale è stato imposto ai cittadini americani.

E soprattutto:
Trump poteva essere criticato ovunque.

Anzi, è probabilmente l’uomo più insultato della storia politica contemporanea occidentale.

Definire “totalitarismo” questo scenario significa non sapere cosa sia davvero un regime totalitario.


Xi Jinping: il vero volto del potere assoluto moderno

Nella Cina di Xi Jinping, invece, il quadro è completamente diverso.

Lì il Partito Comunista controlla:

  • stampa;
  • televisione;
  • internet;
  • università;
  • magistratura;
  • piattaforme digitali;
  • sistemi di sorveglianza;
  • vita religiosa;
  • dissenso politico.

I motori di ricerca censurano contenuti scomodi.
I social vengono monitorati.
Gli oppositori spariscono.
Gli attivisti vengono arrestati.
Le minoranze vengono sorvegliate massivamente.
Le religioni vengono subordinate al Partito.

Xi ha abolito persino il limite dei mandati presidenziali, consolidando un potere personale che ricorda apertamente le grandi autocrazie del Novecento.

Eppure molti editorialisti occidentali parlano di lui come di uno “statista pragmatico”.

Pragmatico?

Immaginate cosa accadrebbe se Trump:

  • censurasse internet;
  • arrestasse dissidenti;
  • imponesse il pensiero unico nelle università;
  • riscrivesse testi religiosi;
  • abolisse limiti costituzionali al mandato;
  • installasse sorveglianza biometrica di massa.

I media occidentali urlerebbero al ritorno del fascismo ogni secondo della giornata.

Ma quando tutto questo avviene in Cina, improvvisamente il linguaggio cambia:
“modello cinese”, “governance efficiente”, “stabilità sociale”, “modernizzazione autoritaria”.

La neolingua dell’ipocrisia globale.


Il vero problema dell’establishment non è l’autoritarismo: è il populismo

Qui emerge la verità più scomoda.

Una parte dell’élite occidentale non odia Trump perché sarebbe “autoritario”.

Lo odia perché è populista.
Perché rompe gli equilibri consolidati.
Perché parla direttamente alle masse bypassando media tradizionali e apparati burocratici.
Perché mette in discussione globalizzazione, delocalizzazione e certe strutture sovranazionali.

Trump viene percepito come un elemento destabilizzante del sistema.

Xi Jinping no.

Xi rappresenta invece qualcosa che molti grandi gruppi economici trovano persino rassicurante:
ordine,
prevedibilità,
controllo,
stabilità industriale,
assenza di conflitto sociale visibile.

In altre parole:
un capitalismo autoritario perfettamente compatibile con gli interessi delle multinazionali.

Ed è questo il nodo centrale della questione.


La tecnocrazia cinese piace perché funziona senza dissenso

Molti ambienti occidentali fingono di indignarsi contro il “pericolo autoritario” di Trump, ma guardano con enorme interesse al modello cinese.

Perché?

Perché la Cina rappresenta il sogno tecnocratico definitivo:
una società gestita attraverso dati, algoritmi, sorveglianza e controllo comportamentale.

Niente proteste ingestibili.
Niente caos democratico.
Niente opposizione reale.
Niente libertà troppo difficili da amministrare.

Solo efficienza.

È il vecchio sogno del potere:
una popolazione disciplinata, monitorata e prevedibile.

Trump, con tutta la sua brutalità comunicativa, rappresentava invece l’imprevedibilità democratica:
il rumore,
il conflitto,
la polarizzazione,
la ribellione populista.

E questo spaventa molto più del vero autoritarismo.


La parola “fascismo” è stata svuotata di significato

Il risultato finale è devastante sul piano culturale.

Se tutto diventa “fascismo”,
allora nulla lo è davvero.

Se un presidente eletto, continuamente ostacolato da stampa, magistratura e opposizione, viene definito “dittatore”, allora come dovremmo definire un leader che controlla:

  • internet,
  • stampa,
  • religione,
  • economia,
  • sorveglianza digitale,
  • magistratura,
  • dissenso politico?

Il problema è che molte categorie politiche contemporanee non vengono più usate per descrivere la realtà.

Vengono usate come armi narrative.

“Democratico” non significa più democratico.
“Autoritario” non significa più autoritario.
“Disinformazione” significa spesso semplicemente dissenso non autorizzato.

E così il linguaggio politico occidentale è diventato un gigantesco teatro propagandistico.


Il paradosso finale: chi teme Trump normalizza Xi

Il paradosso più assurdo di tutti è questo:

coloro che vedono in Trump il grande pericolo per la libertà occidentale spesso finiscono per normalizzare — o minimizzare — il più sofisticato sistema autoritario mai costruito nell’era digitale.

La Cina di Xi Jinping non è una caricatura retorica.
È un vero modello di controllo integrale:

  • sorveglianza biometrica;
  • censura algoritmica;
  • repressione del dissenso;
  • controllo religioso;
  • credito sociale;
  • culto della personalità;
  • fusione tra Stato, tecnologia e ideologia.

Questo è autoritarismo reale.

Il resto, molto spesso, è semplicemente guerra narrativa interna all’Occidente.


Fonti e approfondimenti

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