Home Deep State Bilderberg Terrorismo o “disagio psichico”? La pericolosa normalizzazione della violenza islamista in Europa

Terrorismo o “disagio psichico”? La pericolosa normalizzazione della violenza islamista in Europa

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Negli ultimi anni si è consolidato un fenomeno che merita una riflessione profonda: la crescente tendenza di media, procure e apparati giudiziari occidentali a classificare numerosi atti di violenza riconducibili all’estremismo islamista come semplici episodi legati a disturbi mentali, disagio sociale o fragilità psicologiche.

Una tendenza che attraversa gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Spagna, l’Italia e perfino la Svizzera, e che pone una domanda fondamentale: perché una parte delle istituzioni sembra sempre più riluttante a chiamare terrorismo ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato definito senza esitazioni terrorismo?


Una costante che attraversa l’Occidente

Ogni volta che un individuo grida slogan jihadisti, dichiara fedeltà a organizzazioni terroristiche o colpisce civili innocenti in nome di un’ideologia religiosa radicale, il dibattito pubblico sembra seguire uno schema ormai consolidato.

Nelle prime ore si parla di possibile terrorismo.

Poi emergono indiscrezioni:

  • problemi psicologici;
  • depressione;
  • isolamento sociale;
  • fragilità mentale;
  • precedenti psichiatrici;
  • disagio personale.

Nel giro di pochi giorni il focus si sposta dall’ideologia alle condizioni cliniche dell’autore.

Il risultato è che l’aspetto politico e religioso dell’attacco viene progressivamente marginalizzato.


Il doppio standard mediatico

Quando un attentatore si richiama apertamente all’estremismo islamico, spesso l’attenzione si concentra immediatamente sulle sue condizioni personali.

Quando invece la violenza proviene da altre matrici ideologiche, il contesto politico viene normalmente posto al centro dell’analisi.

Questa differenza di trattamento viene percepita da una parte crescente dell’opinione pubblica come un evidente doppio standard.

Molti cittadini si chiedono infatti perché la motivazione ideologica venga considerata centrale in alcuni casi e secondaria in altri.


La paura di nominare il problema

Una delle spiegazioni possibili è di natura politica.

Riconoscere apertamente l’esistenza di un problema legato alla radicalizzazione islamista significherebbe ammettere il fallimento di decenni di politiche migratorie, integrazione multiculturale e gestione della sicurezza.

Per una parte delle élite politiche e amministrative europee ciò rappresenterebbe un costo enorme sul piano del consenso.

Di conseguenza si tende spesso a spostare l’attenzione dal fenomeno collettivo alla patologia individuale.

Il terrorismo diventa così il gesto isolato di un soggetto fragile e non l’espressione di un processo di radicalizzazione più ampio.


La magistratura e il ruolo politico delle istituzioni

Da anni numerosi studiosi del diritto discutono sul crescente fenomeno della “giurisdizionalizzazione della politica”, ovvero la tendenza di alcuni apparati giudiziari a svolgere un ruolo che va oltre la semplice applicazione della legge.

Secondo i critici di questo approccio, una parte della magistratura occidentale avrebbe assunto una funzione culturale e politica, orientando interpretazioni e priorità investigative in funzione di una determinata visione della società.

In questo quadro, la minimizzazione della matrice ideologica di alcuni atti violenti verrebbe interpretata come una scelta coerente con una precisa impostazione culturale.

Naturalmente si tratta di una lettura politica e non di un fatto accertato, ma è una tesi che trova crescente spazio nel dibattito pubblico.


L’effetto sulla percezione della sicurezza

La conseguenza più evidente è la perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Quando la popolazione assiste a episodi di violenza che sembrano avere una chiara matrice ideologica e vede tali episodi ricondotti prevalentemente a problematiche psichiatriche, si genera una distanza crescente tra percezione sociale e narrazione istituzionale.

Questa distanza alimenta:

  • sfiducia nei media;
  • sfiducia nella magistratura;
  • sfiducia nella politica;
  • crescita delle tensioni sociali;
  • diffusione di narrazioni alternative.

Più le istituzioni appaiono riluttanti a descrivere la realtà percepita dai cittadini, più aumenta il rischio di una crisi di credibilità.


Il nodo della radicalizzazione islamista

Nessun esperto serio sostiene che ogni musulmano sia un potenziale estremista.

Allo stesso modo, però, ignorare l’esistenza di reti di radicalizzazione islamista presenti in Europa significherebbe negare decenni di rapporti delle agenzie di intelligence europee e internazionali.

La radicalizzazione esiste.

I reclutatori esistono.

Le reti jihadiste esistono.

I finanziamenti esistono.

Le organizzazioni terroristiche esistono.

Ridurre tutto alla dimensione psichiatrica rischia quindi di produrre un effetto opposto a quello dichiarato: impedire una corretta comprensione del fenomeno.


Una questione di verità

La questione centrale non riguarda lo scontro tra destra e sinistra, né tra progressisti e conservatori.

Riguarda la capacità di una società di descrivere correttamente i problemi che deve affrontare.

Se un atto è motivato da un’ideologia estremista, la sua eventuale componente psicologica non può cancellarne la natura politica.

Allo stesso modo, la presenza di problemi psichiatrici non può diventare automaticamente una formula attraverso cui evitare discussioni scomode sulle dinamiche della radicalizzazione.

Una democrazia matura dovrebbe essere in grado di affrontare entrambe le dimensioni contemporaneamente: quella individuale e quella ideologica.

Perché quando la realtà viene sistematicamente reinterpretata per adattarsi a esigenze politiche o culturali, il rischio non è soltanto quello di sbagliare diagnosi. È quello di perdere progressivamente il contatto con la verità dei fatti.


Link e approfondimenti

Nota: Le motivazioni degli autori di atti violenti possono essere molteplici e in alcuni casi coesistere con disturbi psichiatrici. La classificazione giuridica di un fatto come terrorismo dipende dalle prove raccolte e dalle definizioni previste dalle leggi nazionali e internazionali.

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