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Iran, il regime della paura

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Militarizzazione delle città, milizie straniere e repressione interna: la Repubblica Islamica mostra il volto di uno Stato assediato dal proprio popolo

Editoriale

Nelle strade della Iran sta accadendo qualcosa che va ben oltre la normale propaganda di regime.

La televisione di Stato mostra apertamente ai civili come utilizzare gli AK-47 per arruolarsi nei Basij. Nelle città risuonano slogan religiosi in arabo diffusi da altoparlanti fino a tarda notte. Convogli armati attraversano i quartieri urbani mentre milizie sciite provenienti da Iraq, Libano, Afghanistan, Pakistan e Yemen vengono dispiegate all’interno del Paese sotto il coordinamento delle Forze Qods dei Pasdaran.

Per il regime, tutto questo rappresenta una dimostrazione di forza.
Per milioni di iraniani, invece, appare come il sintomo evidente di una crisi profonda: la paura crescente del potere nei confronti della propria stessa popolazione.

Perché quando uno Stato sente il bisogno di militarizzare lo spazio pubblico, trasformare le città in teatri paramilitari e importare milizie straniere per presidiare il territorio nazionale, significa che qualcosa nel rapporto tra potere e società si è spezzato.


La Repubblica Islamica e il tradimento delle sue promesse

La rivoluzione del 1979 guidata da Ruhollah Khomeini nacque promettendo giustizia sociale, indipendenza nazionale e dignità per le classi popolari.

Lo Shah Mohammad Reza Pahlavi veniva accusato di autoritarismo, corruzione e subordinazione agli interessi occidentali. Milioni di iraniani scesero in piazza convinti di partecipare alla costruzione di un nuovo ordine politico fondato sulla moralità islamica e sulla sovranità popolare.

Ma a distanza di oltre quarant’anni, quella rivoluzione sembra essersi trasformata nel suo contrario.

Oggi l’Iran appare sempre più come:

  • uno Stato securitario;
  • una società sorvegliata;
  • un sistema economico paralizzato;
  • una teocrazia sostenuta dalla repressione permanente.

La distanza tra la narrativa ufficiale e la realtà quotidiana è ormai enorme.

Inflazione, disoccupazione, impoverimento della classe media, sanzioni internazionali, corruzione sistemica e crescente isolamento geopolitico hanno eroso profondamente la fiducia della popolazione.

E soprattutto hanno incrinato il mito rivoluzionario sul quale la Repubblica Islamica ha costruito la propria legittimità.


Il dissenso non è più marginale

Uno degli errori più frequenti nell’analisi occidentale dell’Iran è stato considerare il dissenso come fenomeno limitato a minoranze urbane o gruppi elitari.

La realtà odierna è molto diversa.

Le proteste degli ultimi anni — dal Movimento Verde del 2009 fino alla rivolta esplosa dopo la morte di Mahsa Amini — mostrano una contestazione sempre più diffusa, trasversale e radicale.

A protestare non sono più soltanto attivisti politici:

  • studenti,
  • lavoratori,
  • donne,
  • giovani delle periferie,
  • minoranze etniche,
  • commercianti,
  • professionisti urbani,

esprimono ormai apertamente una frattura con il sistema.

Il dato più destabilizzante per il regime è probabilmente generazionale.

Una grande parte della popolazione iraniana è nata dopo il 1979. Non possiede memoria diretta dello Shah né del fervore rivoluzionario khomeinista. Per questi giovani, la Repubblica Islamica non rappresenta più una rivoluzione liberatrice, ma un apparato repressivo che limita libertà personali, prospettive economiche e diritti civili.

Lo slogan “Donna, Vita, Libertà” ha sintetizzato perfettamente questa trasformazione: da protesta politica a rivolta culturale e identitaria contro l’intero sistema teocratico.


La repressione come linguaggio politico

La risposta del potere è stata brutale.

Secondo organizzazioni internazionali e ONG per i diritti umani:

  • migliaia di persone sono state arrestate;
  • centinaia di manifestanti sarebbero stati uccisi;
  • aumentano le esecuzioni capitali;
  • giornalisti e studenti vengono incarcerati;
  • università e social network sono sottoposti a stretta sorveglianza.

Le strutture centrali della repressione restano:

  • Islamic Revolutionary Guard Corps;
  • i Basij;
  • i servizi di intelligence;
  • le unità antisommossa.

I Basij, nati originariamente come milizia rivoluzionaria durante la guerra Iran-Iraq, si sono progressivamente trasformati in uno strumento di controllo interno.

La loro funzione non è soltanto operativa. È psicologica.

Devono ricordare costantemente alla popolazione che il potere è ovunque:
nelle università,
nei quartieri,
nelle moschee,
nelle scuole,
nelle piazze.

La spettacolarizzazione della forza è diventata parte integrante del linguaggio politico della Repubblica Islamica.


L’importazione delle milizie straniere: un segnale inquietante

Ma l’aspetto più inquietante della fase attuale è forse un altro: la crescente presenza in Iran di milizie sciite straniere.

Tra queste:

  • Kata’ib Hezbollah;
  • Hezbollah;
  • le brigate Fatemiyoun Brigade;
  • gruppi sciiti pakistani e yemeniti.

Per anni Teheran ha utilizzato queste reti paramilitari come strumenti geopolitici esterni:
in Siria,
in Iraq,
in Libano,
nello Yemen.

Oggi però il modello della “guerra per procura” sembra essere stato reimportato dentro i confini iraniani.

Ed è qui che emerge il vero nodo politico.

Uno Stato che sente il bisogno di circondarsi di milizie ideologiche transnazionali per presidiare il proprio territorio nazionale sta implicitamente ammettendo di non fidarsi più completamente della propria società.


La militarizzazione dello spazio urbano

Le città iraniane stanno diventando sempre più spazi militarizzati.

Cortei armati, convogli paramilitari, slogan religiosi diffusi dagli altoparlanti, pattugliamenti continui: tutto contribuisce a creare un’atmosfera di pressione psicologica permanente.

Non si tratta soltanto di sicurezza.

Si tratta di controllo simbolico.

Storicamente, tutti i regimi in crisi hanno utilizzato la teatralizzazione della forza:

  • le grandi parate totalitarie europee del Novecento;
  • la Piazza Rossa sovietica;
  • la Corea del Nord contemporanea;
  • la Siria degli Assad.

Il messaggio è sempre lo stesso:

“Il potere è armato, onnipresente e pronto a reprimere.”

Ma la storia insegna anche un’altra cosa:
quando uno Stato è costretto a esibire continuamente la propria forza contro la propria popolazione, spesso significa che teme profondamente la fragilità del proprio consenso.


Un regime forte o un regime impaurito?

La Repubblica Islamica continua a presentarsi come potenza regionale capace di sfidare Stati Uniti e Israele, sostenere alleati armati in tutto il Medio Oriente e resistere alle pressioni internazionali.

Eppure, dietro questa immagine di forza, emerge sempre più chiaramente una realtà diversa:
quella di un sistema politico che teme la propria società.

La propaganda armata,
la repressione,
la censura,
la militarizzazione urbana,
le milizie straniere,

appaiono sempre meno come strumenti di stabilità e sempre più come tentativi disperati di contenere una crisi di legittimità che si allarga anno dopo anno.

Perché il vero nemico che il regime sembra temere oggi non è esterno.

È interno.

Ed è la perdita progressiva della fiducia del suo stesso popolo.


Fonti e approfondimenti

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