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GLI ANTI-GLOBALISTI CHE GUARDANO A MOSCA MA RAGIONANO ANCORA CON LE CATEGORIE DEL COMUNISMO

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Il paradosso di una parte della controinformazione che sostiene la Russia ma continua a utilizzare schemi ideologici incompatibili con la Russia contemporanea


Negli ultimi anni è emersa una contraddizione sempre più evidente all’interno di alcuni ambienti della controinformazione occidentale.

Da una parte si sostiene la Russia come argine all’unipolarismo occidentale e alla globalizzazione politica ed economica.

Dall’altra si continua a interpretare il mondo utilizzando categorie ideologiche nate all’interno della tradizione marxista del Novecento.

Si tratta di un fenomeno raramente affrontato in modo approfondito.

Eppure rappresenta uno degli aspetti più interessanti per comprendere le profonde trasformazioni geopolitiche dell’ultimo trentennio.

Molti commentatori sembrano infatti sostenere Mosca senza aver realmente compreso cosa sia diventata la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

La Russia contemporanea non è l’URSS.

Non è più il laboratorio internazionale della rivoluzione socialista.

Non è più il centro propulsore del marxismo-leninismo.

Anzi.

Gran parte della narrativa politica costruita negli ultimi vent’anni dalla leadership russa si fonda proprio sul superamento di quella fase storica.

Comprendere questo punto significa comprendere perché oggi esista una distanza profonda tra la Russia contemporanea e molte delle categorie utilizzate da una parte della controinformazione occidentale.


La Russia del 2026 non è l’Unione Sovietica

Dopo il collasso dell’URSS nel 1991 la Federazione Russa ha attraversato una delle crisi più profonde della sua storia.

Gli anni Novanta furono caratterizzati da:

  • privatizzazioni selvagge;
  • collasso economico;
  • perdita di influenza geopolitica;
  • crisi demografica;
  • frammentazione istituzionale;
  • crescita dell’influenza oligarchica.

Quando Vladimir Putin arrivò al potere all’inizio degli anni Duemila, il progetto politico che iniziò a costruire non fu una restaurazione del comunismo.

Fu invece un tentativo di ricostruzione dello Stato russo.

Nel corso degli anni Mosca ha progressivamente recuperato:

  • la tradizione imperiale russa;
  • la cultura ortodossa;
  • il patriottismo nazionale;
  • il ruolo della famiglia;
  • il concetto di continuità storica.

Il messaggio è stato chiaro.

La Russia non doveva più identificarsi esclusivamente con l’esperienza sovietica.

Doveva recuperare una storia che iniziava molto prima del 1917.

Per questo oggi si osserva una crescente rivalutazione di figure storiche appartenenti alla Russia zarista e pre-rivoluzionaria.


La critica russa al bolscevismo

Uno degli aspetti meno discussi in Occidente riguarda la critica che numerosi esponenti politici e culturali russi hanno rivolto al progetto bolscevico.

Lo stesso Vladimir Putin ha espresso in più occasioni giudizi critici nei confronti di alcune scelte operate da Lenin.

In particolare, è stata criticata la struttura federale costruita durante la nascita dell’Unione Sovietica.

Secondo diversi esponenti del mondo politico russo, quel modello avrebbe favorito le spinte separatiste che contribuirono alla dissoluzione del 1991.

Parallelamente si è sviluppata una critica all’internazionalismo rivoluzionario.

Per molti ambienti conservatori russi, il progetto bolscevico avrebbe indebolito elementi identitari che oggi vengono considerati fondamentali:

  • religione;
  • cultura nazionale;
  • tradizioni popolari;
  • continuità storica.

Questa lettura non è condivisa da tutti gli storici.

Ma rappresenta una componente importante del dibattito politico russo contemporaneo.


Perché alcuni ambienti alternativi continuano a ragionare come nel Novecento?

Molti ambienti della comunicazione alternativa continuano a leggere il mondo attraverso uno schema nato durante la Guerra Fredda.

Secondo questa visione:

  • il capitalismo rappresenta il male assoluto;
  • l’Occidente è sempre il principale aggressore;
  • ogni conflitto è una lotta tra oppressori e oppressi;
  • la rivoluzione sociale rimane la chiave interpretativa della storia.

Il problema non consiste nell’avere opinioni critiche verso il capitalismo.

Il problema emerge quando questa lente ideologica diventa l’unica chiave di lettura possibile.

In quel momento ogni fenomeno viene forzatamente inserito all’interno di una struttura interpretativa costruita per un mondo che non esiste più.

Molti finiscono così per sostenere la Russia continuando però a utilizzare categorie che la Russia stessa considera parte di un’esperienza storica ormai conclusa.


Sovranità contro universalismo

Il vero punto di frattura riguarda probabilmente il concetto di sovranità.

La Russia contemporanea ha costruito gran parte della propria narrativa politica attorno a temi come:

  • indipendenza nazionale;
  • sicurezza energetica;
  • autonomia strategica;
  • identità culturale;
  • difesa delle tradizioni;
  • multipolarismo.

Questi concetti non coincidono automaticamente con la tradizione marxista classica.

Il marxismo storico nasce infatti come teoria universalista.

L’obiettivo dichiarato era una trasformazione globale della società.

La lotta di classe veniva interpretata come fenomeno internazionale.

La rivoluzione doveva oltrepassare i confini nazionali.

La prospettiva sovranista segue invece una logica differente.

Attribuisce valore:

  • alla nazione;
  • alla storia;
  • alla cultura;
  • alla continuità dei popoli;
  • alle specificità territoriali.

Si tratta di paradigmi spesso difficili da conciliare.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione di alcuni ambienti che sostengono Mosca continuando però a utilizzare categorie nate all’interno di una visione universalista della politica.


Globalismo, finanza e adattamento ideologico

All’interno della controinformazione esiste inoltre una corrente interpretativa secondo cui i grandi centri finanziari internazionali non sarebbero necessariamente legati a una singola ideologia.

Secondo questa lettura:

  • il potere finanziario si adatta;
  • le ideologie cambiano;
  • le strutture di controllo rimangono.

Si tratta di una tesi molto discussa e controversa.

Gli studiosi hanno interpretazioni differenti.

Tuttavia questa visione porta alcuni osservatori a formulare una domanda interessante.

Il vero conflitto contemporaneo è ancora quello tra capitalismo e comunismo?

Oppure riguarda la contrapposizione tra modelli centralizzati di governance globale e modelli fondati sulla sovranità degli Stati?

La risposta varia a seconda delle scuole di pensiero.

Ma la domanda merita di essere posta.


Il mondo è cambiato

Molte categorie politiche del Novecento faticano a spiegare le sfide del XXI secolo.

Oggi il potere passa sempre più attraverso:

  • controllo dei dati;
  • intelligenza artificiale;
  • infrastrutture digitali;
  • cybersicurezza;
  • sistemi di pagamento;
  • filiere energetiche;
  • tecnologie strategiche;
  • sovranità monetaria.

Le grandi sfide geopolitiche non coincidono necessariamente con quelle della Guerra Fredda.

Continuare a interpretare ogni fenomeno esclusivamente attraverso il conflitto tra capitalismo e comunismo rischia di oscurare aspetti fondamentali della realtà contemporanea.


Il rischio della nostalgia ideologica

Uno dei fenomeni più curiosi della comunicazione alternativa consiste nella nostalgia verso modelli ideologici che storicamente hanno mostrato limiti significativi.

Alcuni ambienti sembrano infatti conservare una visione romantica della rivoluzione permanente.

Altri continuano a utilizzare slogan e categorie nate in un contesto completamente diverso.

Il risultato è una crescente difficoltà nel comprendere la natura dei cambiamenti geopolitici in corso.

Il mondo multipolare emergente non coincide necessariamente con il ritorno delle ideologie del Novecento.

Molti dei nuovi attori internazionali si muovono infatti secondo logiche che combinano:

  • interessi nazionali;
  • pragmatismo economico;
  • identità culturale;
  • autonomia strategica.

La vera indipendenza intellettuale

La vera indipendenza intellettuale richiede qualcosa di più complesso della semplice opposizione alle narrazioni dominanti.

Richiede la capacità di mettere in discussione anche le proprie convinzioni.

Richiede la disponibilità ad aggiornare le proprie categorie interpretative.

Richiede il coraggio di riconoscere quando una mappa non descrive più il territorio.

Forse il rischio più grande per una parte della controinformazione non è quello di essere censurata.

È quello di restare prigioniera di schemi mentali costruiti per un’epoca ormai conclusa.

Perché il mondo del 2026 non è quello del 1976.

La Guerra Fredda è finita.

L’Unione Sovietica non esiste più.

La Russia contemporanea è un soggetto politico diverso, con obiettivi, riferimenti culturali e priorità strategiche che non possono essere comprese utilizzando esclusivamente le categorie ideologiche del secolo scorso.

E chiunque voglia comprendere davvero le trasformazioni in corso dovrebbe forse iniziare proprio da qui: distinguere tra la Russia che esiste oggi e quella che continua a esistere soltanto nell’immaginario ideologico di molti osservatori.


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